Alberto Lattuada, un ricordo

Dai nostri archivi, un dialogo con il grande cineasta, scomparso il 3 luglio 2005: “Un mestiere ancora troppo originale per essere inquadrato negli schemi ordinari di quotidiana occupazione”, diceva della regia
Alberto Lattuada, un ricordo
Il regista Alberto Lattuada alla Mostra del cinema di Venezia del 1991 - credits: Gorup de Besanez

A quindici anni dalla scomparsa, riproponiamo un dialogo con Alberto Lattuada (regista di film come Il mulino del Po, Luci del varietàIl cappottoGuendalina, Dolci inganni, Venga a prendere il caffè da noi), pubblicato sul numero di settembre 1963 della Rivista del Cinematografo.

 

Lattuada, regista senza villa

di Matteo Ajassa

“Il regista può essere considerato ‘detector’ della società”. Su questa condizione umana di “avvisatore”, Lattuada ritorna ogni volta che gli si chiede quale sia il suo pensiero intorno a questo singolare mestiere, di cui sente, in modo categorico, tutta la responsabilità. Ma che tipo di “avvisatore”? Non certo robotizzato. Piazzato in quel fervido incrocio dove le ragioni dei cuore e le ragioni dell’intelletto con la fantasia e la memoria si affrontano e si impastano, l’avvisatore di cui parla, rivela una profonda tensione umana, “Solo se in lui vibra questa sensibilità, nella quale ogni altra componente si radica e si risolve, egli può comunicare. Perché il problema oggi, nei cinema soprattutto, è far ponte con gli uomini”.

Lattuada pronuncia questa affermazione con il tono scandito e un poco metallico tipico dei dirigenti d’azienda, dei tecnici in genere. Ma l’apparente aridità della parola ha un’intima vibrazione che non manca di sorprendere. Fu proprio questa nota a colpirmi, quando ebbi l’occasione di conoscerlo nell’aprile scorso a Valladolid.

Si era nell’aula magna dell’antica Università e Lattuada aveva preso la parola per un intervento sul tema: il cinema, i giovani e l’amore. “II nostro tempo porta segni sempre più marcati della dissociazione tra l’amore sacro e l’amore pagano. Una dissociazione che non è certo estranea alle psicopatie, alle nevrosi, al pansessualismo e alla solitudine che travagliano il nostro mondo. Ora il regista non può ignorare questo nodo di malesseri se vuol costruire personaggi e storie che abbiano il sapore del tempo che viviamo. È in verità un mestiere difficile, soprattutto se le sue storie riguardano le generazioni che salgono. I giovani infatti entrano oggi nella vita troppo spesso soli. Gli stessi genitori sono distanti, perché tenere il ritmo delle confidenze e reggere in quel faticoso cabotaggio che è l’orientamento verso la vita dei figli, non è mestiere facile…”.

Nel pomeriggio di quello stesso giorno, durante una gita nella campagna spagnola intorno a Valladolid, trovandomi seduto in pullman a fianco del regista, ripresi l’argomento. La nota di passione controllata che ave vo riscontrato durante l’intervento ufficiale, prendeva vigore nella conversazione privata. Lattuada mi rivelò un mondo.

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dalla Rivista del Cinematografo (settembre 1963)

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