80 anni di Bertolucci

Nel giorno del compleanno del grande regista, riproponiamo un ricordo di Alberto Barbera: "A distanza di 20 anni, accettò di fare il presidente di giuria di Venezia. All’inizio disse no, poi cambiò idea e la Mostra registrò la prima vittoria di un documentario nei suoi annali"
80 anni di Bertolucci
Alberto Barbera e Bernardo Bertolucci - Foto di Pietro Coccia

Oggi, 16 marzo, Bernardo Bertolucci avrebbe compiuto ottant’anni. Tra i più grandi cineasti della storia, Bertolucci nacque a Parma nel 1941. Ha diretto capolavori come Ultimo tango a ParigiNovecento e L’ultimo imperatore, film quest’ultimo che l’ha reso l’unico italiano ad aver vinto un Oscar per la miglior regia.

Amatissimo da più di una generazione di cinefili, celebratissimo da colleghi che lo considerano maestro e faro, onorato dai maggiori festival internazionali, Bertolucci ha lasciato tracce indelebili nella storia del cinema internazionale.

Per festeggiarlo, riproponiamo dai nostri archivi un ricordo di Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Una testimonianza appassionata, scritta in occasione della scomparsa di Bertolucci e pubblicata sul numero di gennaio-febbraio 2019 della Rivista del Cinematografo.

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La seconda volta di Bernardo

di Alberto Barbera

Ho imparato da giovane ad amare Bertolucci e il suo cinema, ma l’ho incontrato solo molto più tardi. Troppo tardi, forse, perché potesse diventare un’autentica amicizia, della quale dunque non posso e non voglio inopportunamente vantarmi. Però i miei ricordi sono legati ad alcune situazioni singolari, che ad alcuni potrebbero interessare proprio per il loro carattere di straordinarietà. Per questo motivo, e solo per questo, mi permetto di richiamarle alla memoria condividendole con i lettori della Rivista del Cinematografo.

Mi sono innamorato di Bernardo grazie ad un suo film, Strategia del ragno. Ancora oggi, a poco meno di cinquant’anni di distanza, il ricordo della vicenda di Athos Magnani, la variazione parmigiana sul tema dell’eroe e del traditore, le stupende immagini di Storaro, l’impianto verdiano della messa in scena, evocano in me emozioni profonde, mai sopite. Ancora oggi, è il suo film che mi piace di più. È forse da ricercare in questa speciale predilezione il motivo per il quale pensai a Bernardo nell’estate del 1999, quando la sorte mi riservò il privilegio di aprire la mia prima Mostra di Venezia con Eyes Wide Shut di Kubrick.

Il grande regista americano non avrebbe potuto accompagnare il suo ultimo film perché se n’era andato, inopinatamente, pochi mesi prima. Bertolucci accettò di buon grado di farne una rievocazione nel corso della cerimonia di apertura. Mi auguro che ne esista una registrazione da quale parte, perché fu un discorso memorabile, oltre che un’onesta confessione autocritica.

Ammettendo di averne a lungo sottovalutato la grandezza (secondo la consuetudine snobistica, comune a gran parte della cinefilia più radicale, che rimproverava a Kubrick un eccesso di freddezza, cerebralismo e programmaticità), Bernardo ne elencò i meriti indiscutibili con la lucidità e la passione che hanno sempre caratterizzato le sue riflessioni sul cinema e l’operato dei colleghi.

Quattordici anni dopo, ripensai a lui una volta che la direzione della Mostra del Cinema di Venezia mi fu riaffidata. All’inizio del 2013, l’avevo cercato proponendogli di presiedere la Giuria, ottenendone un cortese ma netto rifiuto. A seguito delle uniche due esperienze similari (Venezia 1982, Cannes 1990), aveva deciso che non si sarebbe mai più fatto convincere ad assumere la responsabilità di un ruolo delicato e foriero di polemiche d’ogni tipo.

Convinto che per celebrare degnamente la 70.ma edizione della Mostra occorresse un regista italiano del suo prestigio, non mi detti subito per vinto. Con il sostegno dei miei collaboratori (gli ‘esperti’ preposti alla selezione veneziana) e il contributo decisivo di Nicola Lagioia, gli mandai una lettera, lunga e accorata. Che sortì, in maniera un po’ insperata, l’effetto voluto, perché al termine di un’attesa durata forse un paio di settimane, Bernardo mi richiamò da Londra. Merito in parte delle motivazioni addotte ma ancor più del potere seduttivo della scrittura del futuro Premio Strega, Bertolucci capitolò, ammettendo che di non poter resistere alle argomentazioni esposte con tanta convinzione.

L’esito è noto. Una volta superate la difficoltà logistiche (come reperire una camera d’albergo attrezzata per ospitare un disabile in carrozzella, e porre rimedio – una volta per tutte – alle barriere architettoniche dell’anziano Palazzo del Cinema), Bernardo si rivelò un Presidente all’altezza delle aspettative: disponibile e gentile con tutti, suadente e paterno con i colleghi giurati, lungimirante e imponderabile nel guidare le scelte della giuria verso decisioni tutto fuorché scontate.

Gianfranco Rosi, che mai si sarebbe immaginato di ricevere il Leone d’oro per il Sacro Gra, ha visto la sua vita imboccare una direzione inaspettata, e la Mostra registrare la prima vittoria di un documentario nei suoi annali, affollati di autori celebri e capolavori immortali. Sarà pure uno dei minori, ma vale la pena di annoverare anche questo tra i meriti infiniti che contribuiscono a rendere il lascito di Bertolucci indimenticabile.

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