Il Verbo si fece immagine #2

Come la bioetica clinica può essere utile a una teologia del cinema. Una lettura del saggio di Paolo Cattorini
17 Dicembre 2021
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Il Verbo si fece immagine #2

Prima che scoppiasse la pandemia e ci si arrendesse definitivamente alle piattaforme vod, un tema solleticava più di ogni altro l’attenzione dei mediologici: l’avanzata inarrestabile dell’intelligenza artificiale nei processi creativi dell’industria audiovisiva. Prima del covid, c’era l’algoritmo.
Non si può escludere che, passata la minaccia sanitaria, lo spauracchio alfanumerico torni a palesarsi nel dibattito critico.
Nell’attesa non vanno dimenticate alcune piccole sopravvenienze nell’editoria di settore che, a saperli cogliere, sono significativi segnali di resilienza. Il riferimento è alla sparuta ma gagliarda avanzata di una teologia del cinema. Dopo l’uscita nel novembre dello scorso anno di un denso tascabile a firma del cardinal Gianfranco Ravasi (Come in uno specchio), è arrivata pochi mesi dopo la pubblicazione di una Teologia del cinema «non porporata» pubblicata dalle Dehoniane di Bologna (pp 130, € 15). 

Lavori seminali entrambi, latori di un desiderio di rincanto mitico per le immagini, alla scoperta di una tridimensionalità spirituale. L’autore di questa seconda sortita editoriale è Paolo Cattorini.
A differenza di Ravasi non è un teologo e si vede. Laddove il saggio di Ravasi possiede la chiarezza, l’organicità e il rigore veritativo propri dell’abitudine speculativa, la “teologia” di Cattorini preme sulle soglie, cerca le slabbrature, insegue le convergenze non sempre in modo cristallino, accettando le sfide di una materia refrattaria ad essere ingabbiata dentro un sistema.

Docente di bioetica clinica, l’autore predilige un approccio interdisciplinare che contamina saperi e metodiche. Lo chiarisce la premessa: “Teologia dei sacramenti, teologia della liberazione, teologia della prassi…Il complemento di specificazione custodisce la perenne ambiguità. Il genitivo può essere oggettivo o soggettivo. Così accade anche per la teologia del cinema”. Il volume propende per il versante soggettivo, assumendo il cinema “come cifra per nominare Dio”. Piuttosto che circoscrivere, la precisazione serve a dare la stura a una ridda di ipotesi, discorsi, intuizioni. Varia, conseguentemente, è la costellazione delle fonti, da Platone a Ricoeur, da Barthes a Freud, da De Martino a Merleau-Ponty.

Un percorso non convenzionale, che se da un lato rischia di disorientare i neofiti, dall’altro potrebbe suggerire rotte interpretative nuove ai cultori della materia. Senza per questo ridursi a un libro per esperti. Semmai il ventaglio di interessi embricati – la religione, l’etica, la filosofia, la medicina, la psicologia, il mito, la narratologia – suggerisce una platea potenzialmente allargata di interessati e implica una trattazione in forma introduttiva del problema (o dei problemi). Secondo vari livelli di prossimità. Si va dalle similitudini rituali tra pratica cinematografica e liturgia religiosa (l’ingresso in sala, il silenzio, il buio, la paralisi motoria che il fruitore si impone, l’estraneità dalla vita reale), alla circolazione dei medesimi archetipi tra testo biblico e filmico; dalla questione della teodicea nel cinema allo stile trascendentale dei film, citazione obbligata della tesi di Schrader.

Più difficoltoso il cammino che conduce alla valenza taumaturgica del testo, quando Cattorini propone il proprio punto di vista peculiare di esperto di etica biomedica per rileggere le dimensioni profonde del narrare per immagini e il fine dei suoi risvolti teofanici. Muovendo dalla considerazione che in etica e in medicina la promozione del bene, morale da un lato, clinico dall’altro, ha riabilitato la narrazione come veicolo discorsivo necessario (“La medicina narrativa non è un’altra medicina, magari più umana […]. È la stessa medicina”), l’autore propone un parallelismo con quell’intreccio di rapporti tra «salute» e «salvezza» che caratterizzano tanto il pensiero quanto il film teologico. Cattorini propone il superamento di un approccio logico-scientifico in vista di una piena riabilitazione del mito, ovvero di quei “racconti che plasmano l’assetto valoriale di individui e popoli e imprimono una variazione delle grammatiche e dei vocabolari morali. Mito e logos da sempre interagiscono tra loro”.

Il potere mitopoietico della narrazione esplode nel racconto biblico, rispetto al quale il film è un frammento che “espande, collega, intreccia tra loro i simboli, i fotogrammi, le immagini, le memorie, che ci colpiscono per il loro potenziale rivelativo”. Cattorini arriva a dire, parafrasando Wrren T. Recihc, che c’è un film nel cuore dei sistemi teologici. Il film è il taglio provvisorio impresso su una pellicola infinita, che in definitiva parla del cinema stesso come “discorso autorevole per rappresentare la visibile narrabilità dell’essere”. Procedendo per analogie e interpolazioni, l’autore porta avanti la tesi che la teologia del cinema sia una variante in forma di immagini, movimenti, suoni, della teologia narrativa. Se per quest’ultima Dio si rivela nel dramma della storia, confermando il patto che lo vede custode della propria alterità e insieme garante del ruolo sinergico di entrambi i personaggi, l’umano e il divino, analogamente “chi «va al cinema» si lascia coinvolgere in una teofania interna al racconto, agendo il dono di chi «fa cinema», in modo tale che quanto viene davvero «visto» sporge sempre oltre a ciò che era stato intenzionalmente «dato a vedere» da parte del regista”.

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