Zoran, il mio nipote scemo

ITALIA, SLOVENIA - 2013
3/5
Zoran, il mio nipote scemo
Paolo Bressan, quarant'anni, ex giocatore di rugby, cuoco in un asilo nido, inaffidabile e dedito al piacere del buon vino, vive in un piccolo paesino vicino a Gorizia. Trascina le sue giornate nell'osteria del paese e si ostina in un infantile stalking ai danni dell'ex-moglie Stefania. Un giorno muore una sua vecchia zia, unica tutrice di Zoran, quindicenne un po' strambo, nato e cresciuto tra le montagne della Slovenia, e a Paolo spetta il compito di supplire all'anziana signora. Prendendosi cura del ragazzo, Paolo ne scoprirà una abilità singolare: è un vero fenomeno a lanciare le freccette. Questa per Paolo è l'occasione tanto attesa per prendersi una rivincita nei confronti del mondo... ma sarà così facile come sembra?
  • Altri titoli:
    Zoran, My Nephew the Idiot
  • Durata: 106'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Produzione: IGOR PRINCIC PER TRANSMEDIA, STARAGARA IN ASSOCIAZIONE CON ARCH PRODUCTION & TRANSMEDIA PRODUCTION
  • Distribuzione: TUCKER FILM
  • Data uscita 31 Ottobre 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Sulla carta strampalata, l'impresa di mettere insieme tanfo d'osteria e corale sacra, misantropia e candore senza rimedio, riesce più che egregiamente al 36enne Matteo Oleotto. Debuttante, ma in grado di esibire un controllo della messa in scena da commediante consumato, il regista nativo di Gorizia regala con Zoran - Il mio nipote scemo (unico italiano alla SIC) una piacevole sorpresa alla Mostra e un nome su cui investire al cinema italiano.
Ambientato nell'alticcio microcosmo di un piccolo paese friulano, tra le frasche dove si beve senza risparmio e viottoli che passano come serpenti in mezzo ai campi, questa commedia a metà strada tra l'Italia e la Slovenia, l'abbrutimento e la pace bucolica, racconta con l'amabilità del vino e la compunta riflessività del doposbornia, una banalissima storia di riscatto.
Protagonista un grosso e ributtante rottame umano, nome Paolo, che trascorre il suo tempo a ingozzarsi e trangugiare, sbraitare e comportarsi male, come solo sanno fare i falliti colmi di superbia. Paolo vivacchia trascinandosi tra un lavoro che odia e una vecchia bettola a conduzione familiare. Unico diversivo gli inviti a pranzo di un pio amico, che Paolo disprezza ma che frequenta pur di stare vicino alla donna che ama, la convivente dell'uomo e l'ex moglie del nostro ciccione.
Incattivito, annoiato e prigioniero di una bolla di malessere, Paolo è in un vicolo cieco. Finché una lontana parente slovena, passata a miglior vita, non gli lascia in eredità un ragazzino occhialuto e compito fino all'autismo, che si rivelerà un prodigio delle freccette e una possibile fonte di guadagno. La bolla esplode...
Ci si salva solo con gli altri: messaggio chiaro, morale adamantina. Non sorprende nemmeno che il film veleggi dalle parti della favola, come tanta commedia nostra recente. Ma qui tutto si tiene e tutto si giustifica grazie all'insospettabile maestria con cui Oleotto organizza le diverse molecole del racconto, alla fiducia che trasmette (ce n'è bisogno!), alla genuinità e alla capacità di distillare gli umori della remota provincia, l'Italia di confine. Confine: parola che si attaglia bene a Zoran anche nella geografia del cinema, per come marca stretto cinica ironia e serena amarezza, predisposizione al ritratto e sensibilità ambientale, comicità popolare e umanissima, profondissima, empatia. Si scivola qua e là nella macchietta o si eccede talvolta in sentimentalismi, ma ci può stare considerato il sottilissimo equilibrio emotivo dell'operazione e la prima volta del suo autore.Il film però non sarebbe stato lo stesso senza la performance di Giuseppe Battiston, colonna portante della storia, finalmente perfetto in un ruolo tagliato su misura.
Una volta tanto poi, la sceneggiatura non balbetta e la confezione nasconde benissimo i fichi secchi del budget. A dimostrazione che per fare centro non servono chissà quante frecce nell'arco.Ne basta una sola. Una freccetta, dritta al cuore.

NOTE

- REALIZZATO CON IL SUPPORTO FINANZIARIO DI EURIMAGES; FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA (MIBAC), SLOVENSKI FILMSKI CENTER JAVNA AGENCIJA, VIBA FILM, IN COLLABORAZIONE CON FRIULI VENEZIA GIULIA FILM COMMISSION; SVILUPPATO E REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DEL FONDO REGIONALE PER L'AUDIOVISIVO DEL FRIULI VENEZIA GIULIA.

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 28. SETTIMANA DELLA CRITICA (VENEZIA, 2013), HA OTTENUTO: PREMIO FEDIC, PREMIO SCHERMI DI QUALITÀ, PREMIO DEL PUBBLICO "RAROVIDEO"; GIUSEPPE BATTISTON HA RICEVUTO LA MENZIONE SPECIALE DELLA SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA.

- CANDIDATO AI DAVID DI DONATELLO 2014 PER: MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE E ATTORE PROTAGONISTA (GIUSEPPE BATTISTON, CANDIDATO ANCHE COME MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA PER IL FILM "LA SEDIA DELLA FELICITÀ" DI CARLO MAZZACURATI).

- DANIELA GAMBARO, MATTEO OLEOTTO, PIER PAOLO PICIARELLI SONO STATI CANDIDATI AL NASTRO D'ARGENTO 2014 PER IL MIGLIOR SOGGETTO.

CRITICA

"Bella sorpresa del debuttante Matteo Oletto, che scava a mani nude nelle radici del Nord Est dove l'incontenibile, bravo alien Giuseppe Battiston, in estasi avvinazzata da Friuli, eredita dalla Slovenia un nipote bravissimo con le freccette. Commedia naif accattivante, ben scritta a 8 mani, che prevede classico scambio ricambio di caratteri, baciata dal cast dove eccelle Rok Prasnikar." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 31 ottobre 2013)

"La potente figura di Battiston domina (ben 'contrastato' dal ragazzo coprotagonista) la curiosa scena del piccolo ma non trascurabile film ambientato (e coprodotto) tra Italia e Slovenia. (...) Minimale ma denso di umori (si respira del picaresco mitteleuropeo, ma potrebbe anche essere un film on the road degli anni 70) rielaborati con originalità." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 31 ottobre 2013)

"Friuli Venezia Giulia, provincia alcoolica. C'è chi (Giuseppe Battiston, bigger than life) sbevazza, s'abbuffa e lascia nel piatto l'amore e la fuga: forse, è il bifolco del villaggio, comunque gli ridono dietro. Ma muore una parente slovena e in eredità gli tocca Zoran (Rok Prasnikar, sensibile), il nipote scemo, tutto occhiali, ritrosia e freccette. A centrare il bersaglio è l'esordiente Matteo Oleotto, che nel fondo del bicchiere legge una nuova via per il nostro cinema: ironia e amarezza, affresco sociogeografico e ritratto psicologico, tutto è a fuoco, come alle italiche commedie capita raramente. Merito forse del gemellaggio poetico con la Slovenia, fatto sta che il film si scaraffa sullo schermo come buon vino da tavola, al bando le etichette autoriali e le adulterazioni commerciali. Tutto bene? Quasi, macchiettismo e buonismo sono alle porte, ma Oleotto si farà, e intanto ci ha già fatto sorridere. Dopo troppo province meccaniche, finalmente una provincia umana." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 31 ottobre 2013)

"Per quasi un secolo il territorio di Gorizia ha assistito a frizioni e scontri tra italiani e sloveni. La città divisa in due dal confine paragonata a Berlino tra rancori e risentimenti mai sopiti. Ora anche la Slovenia fa parte dell'Unione europea, il confine è solo un ricordo. Tutto tranquillo, se non ci fosse Paolo Bressan. Paolo si presenta come un alcolista corpulento, con un passato da sciupafemmine che gli è costato l'essere mollato dalla moglie, un presente in cui sembra intento a sciupare se stesso, e un futuro che sembra già sciupato dal passato. Lavora, si fa per dire, presso la mensa di un centro per anziani, il suo chiodo fisso è l'improbabile riconquista della moglie, il suo incubo i vigili che lo puntano ogni sera perché sanno che guida ubriaco. Una speranza si accende quando una zia, slovena e praticamente sconosciuta, muore e a lui spetta un'eredità. Non sono soldi è Zoran, una ragazzotto con occhiali enormi che parla un italiano arcaico, imparato da tre vecchi libri. (...) Va subito detto che il racconto è spensierato, da canzone da osteria che magnifica le sorti del vino e rende funebri quelle dell'acqua. Del resto è l'osteria il palcoscenico prediletto da Paolo. E qui però cominciano le difficoltà perché il nostro eroe è un autentico cialtrone, profittatore e anche antipatico, una sorta di italiano medio all'Alberto Sordi con accento veneto e sbronza molesta. E anche l'entusiasmo alcolico rischia di essere arma a doppio taglio, e alla lunga si rischiano solo i postumi. Così si sorride in diverse occasioni di fronte a 'Zoran', ma la commedia sembra viaggiare con il freno a mano tirato per un protagonista triste e infelice contrapposto a una macchietta in salsa slava. Matteo Oleotto ci si è messo d'impegno per questa sua opera prima realizzata nelle terre natie dove è tornato dopo parentesi di studi di cinema romani. Lui stesso afferma di essere rientrato per occuparsi delle vigne di famiglia. Ma, come si dice, aveva fatto i conti senza l'oste perché il sacro furore dell'arte lo ha spinto a realizzare il suo film." (Antonello Catacchio, 'Il Manifesto', 31 ottobre 2013)

"Ecco il film-simpatia dell'ultima Mostra di Venezia, l'opera prima di Matteo Oleotto, diplomato al centro sperimentale ma con uno straordinario curriculum alle spalle (telefonista in un call-center, bagnino, operaio, arbitro di basket, portiere d'albergo e svariati altri mestieri). Un giovane che conosce il mondo e ce ne racconta una fetta inusitata, la storia di una parentela inaspettata che si svolge - anche metaforicamente - a cavallo del confine tra Friuli e Slovenia. (...) Zoran è una commedia malinconica il cui unico difetto è la lunghezza: una struttura più asciutta (ma capiamo che l'aggettivo è inadeguato) avrebbe giovato. Giuseppe Battiston, finalmente protagonista, è debordante e bravissimo. Il giovane Rok Prasnikar è altrettanto strepitoso." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 31 ottobre 2013)
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