Vento di primavera

La rafle

FRANCIA - 2010
3/5
Vento di primavera
Francia, luglio 1942. L'11enne Joseph vive insieme alla sua famiglia nella Parigi occupata dai Nazisti e, insieme ad altre migliaia di ebrei, ha trovato riparo nel quartiere di Montmartre, dove spera di riuscire a sopravvivere. Tuttavia, una mattina, tutti gli ebrei vengono rastrellati e ammassati al Vélodrome D'Hiver e da lì condotti al campo di concentramento di Beaune-La-Rolande. In quel momento si compiranno i destini di tutti: vittime e carnefici.
  • Durata: 125'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA, STORICO
  • Produzione: LÉGENDE FILMS, GAUMONT, LÉGENDE DES SIÈCLES, TF1 FILMS PRODUCTION, FRANCE 3 CINÉMA, SMTS, KS2 CINÉMA, ALVA FILMS, EOS ENTERTAINMENT, EUROFILM BIS
  • Distribuzione: VIDEA-CDE (2011)
  • Data uscita 27 Gennaio 2011

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Parigi, luglio 1942: i giorni bui delle persecuzioni razziali, ordite dal regime collaborazionista di Vichy su input degli occupanti nazisti. Si erano rifugiati nel quartiere di Montmartre gli ebrei, con la stella gialla al petto, ma non sarebbe bastato: nottetempo, partì la retata, in cui ne caddero 12mila sui 25mila residenti nella Ville Lumière. Tra questi, l'undicenne Joseph, anche lui recluso al Vélodrome d'Hiver, dove il dottor David (Jean Reno) e l'infermiera Annette (Mélanie Laurent) faranno miracoli per dare un minimo di assistenza ai disperati, lasciati a marcire sugli spalti in condizioni inumane, come ideologia nazifascista voleva. Sarebbe stata una sosta temporanea, ma non era una buona notizia: tappa successiva il campo di concentramento di Beaune-La-Rolande, destinazione soluzione finale.
In occasione della Giornata della Memoria (27 gennaio), soffia da oggi in sala il Vento di primavera della francese Rose Bosch, che riporta al cinema la Shoah vista dal basso, con gli occhi di un bambino (Joseph), come fu per La vita è bella e, ancor prima, tra realtà e finzione, Anna Frank.
Il risultato? Pollice alto per le intenzioni civili, memoriali e umane, umanissime, viceversa, la misura è mezza sotto il profilo cinematografico: convincono le prove degli attori, ma la sceneggiatura è fin troppo lineare, priva di fughe poetiche, e procede spedita sulla retta via del pathos, pur non cadendo nel ricatto. E la regia? Meramente illustrativa, attaccata alla storia-Storia, senza ulteriori focus d'indagine.
Eppure, al di là della riduzione ai minimi termini della sintassi cinematografica, le ombre dell'Olocausto si allungano sul nostro presente: il vento porta il memento,  la pietà per i sommersi e la necessità memoriale dei salvati. Ed è ancora primavera.

CRITICA

"Un paradosso che sarebbe quasi comico se non fosse tragico. Molti film che sbandierano il tema della memoria sono totalmente, imperdonabilmente privi di memoria. Prendiamo il sontuoso 'Vento di primavera' (in originale 'La rafie', 'La retata'; sorvoliamo sull'assurdo titolo italiano). (...) Tristemente nota ad ogni francese, la retata del Vel'd'Hiv non era mai stata oggetto di un film, sbandierano gli autori. Ed eccoci serviti. In due ore scarse, tutto quello che non avremmo mai voluto vedere sul tema, con un'estetica leccata da fiction tv che cozza penosamente contro il soggetto e i problemi di rappresentazione che pone. È mai possibile, oggi, affrontare un film sulla Shoah accontentandosi di una autorevole consulenza storica, senza porsi il minimo problema estetico? Come se le immagini fossero tutte uguali, mentre da più di 60 anni sopravvissuti, storici, scrittori, registi, si interrogano su come raccontare la Shoah. Altro che omaggio. Questo, malgrado le buone intenzioni, è un oltraggio alla Memoria." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 gennaio 2011)

"Piacerà a coloro che non hanno smesso di appassionarsi alle storie sull'Olocausto. Per 'La rafie' del Vel d'Hiv' la Francia ha messo insieme una big production (grandi mezzi, un cast ricco di bei nomi)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 28 gennaio 2011)

"Si straparla di diritti dell'uomo, ma solo i cittadini hanno diritti. Lo ricorda "Il vento di primavera' (In originale 'La rafie', ovvero 'La retata') di Roselyn Bosch. (...) Senza l'efficacia allusiva di 'Mr. Klein' di Losey e dell' 'Ultimo métro' di Truffaut o il respiro storico di 'Laissez-passer' di Tavernier, 'Il vento di primavera' ha dalla sua solo la dimensione del film tv, tempestato ora di didascalie ora di ridondanti vocativi per far capire allo spettatore chi ha davanti. Il pathos è affidato alle vicende dei singoli qualsiasi e dei loro bambini, uno dei quali (Hugo Leverdez) è preso come simbolo di una generazione sterminata. Mélanie è l'infermiera che assiste la massa di deportati nella prima tappa del loro tragitto verso la morte. Ma, appunto, la rappresentazione di morti veri meriterebbe qualcuno più abile di Roselyn Bosch." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 28 gennaio 2011)

"La giornalista-produttrice Rose Bosch colma oggi con 'Vento di primavera' ('La rafie') una lacuna storica che dovrebbe provocare ancora vergogna e in patria ha interessato 3 milioni di spettatori indignati. Documentata e discreta, l'autrice racconta nel film il rastrellamento degli ebrei francesi ad opera dei tedeschi e dei connazionali collaborazionisti del regime di Vichy, addì Parigi, all'alba del 16 luglio '42. (...) E pochissimi i superstiti, come si evince dalla storia raccontata come un thriller di guerra con attenzione 'truffautiana' alle psicologie violentate dei piccoli. (...) Risultato, un film di non scontato valore educativo morale, dove i divi entrano nel gruppo e giocano la partita della Storia insieme coi minorenni. Jean Reno è medico senza frontiere e Mèlanie Laurent, che già combattè i nazi con Tarantino in 'Bastardi senza gloria', si riserva la zona più sentimentale oliando i meccanismi del cinema della memoria, che è quasi come una tautologia." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 28 gennaio 2011)

"Soffia oggi in sala 'Vento di primavera', in occasione della Giornata della Memoria: diretto dalla francese Rose Bosch, riporta al cinema la Shoah vista dal basso, con gli occhi di un bambino. Prove convincenti degli attori, regia illustrativa, non mancano pathos né ombre che si allungano sul nostro presente: come memento, 'La rafie' (titolo originale) può bastare." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 27 gennaio 2011)

"«Chissà se un giorno qualcuno farà un film su quello che ci è accaduto. No, credo che nessuno oserà mai, perché è disumano». Quindici anni dopo queste affermazioni, ascoltate per caso in un documentario, qualcuno ha osato: la regista Rose Bosch, che in 'Vento di primavera' ha voluto raccontare la storia di Joseph Weissman e dei tredicimila ebrei deportati dai nazisti nei campi di sterminio con la complicità del governo collaborazionista di Vichy. Una pagina in parte rimossa dalla memoria collettiva della Francia. Un film necessario, dunque, come possono esserlo quelle opere che, senza veli e ipocrisie, mettono popoli e nazioni a confronto con il proprio passato, per quanto doloroso e imbarazzante possa essere. I fatti narrati sono tutti veri, come i personaggi. Parigi, estate 1942, la Francia è sotto l'occupazione tedesca. E per gli ebrei il copione è tragicamente noto. (...) Con sensibilità e senso di partecipazione - inserendo in controcampo scene delle riunioni del governo di Vichy e di Hitler e della sua lugubre corte sulla terrazza del Berghof mentre, tra un cocktail e una torta, decidono la sorte di milioni di persone, e - Bosch segue i destini incrociati di vittime e carnefici da Montmartre al Vélodrome, da Beaune-La-Rolande fino all'hotel Lutetia, dove furono raccolti i sopravvissuti dopo la liberazione. E racconta, con qualche libertà sui tempi dell'azione, le storie di quanti orchestrarono e collaborarono a quell'orrore e ne portano per sempre il marchio d'infamia, la tragedia di coloro che ebbero fiducia e vennero traditi, le vicende di quelli che si opposero o tentarono di farlo con coraggio e a rischio della propria incolumità, e l'audacia di quanti riuscirono a fuggire. Come sottolinea la stessa Rose Bosch - che durante tre anni di ricerche ha dovuto superare non pochi ostacoli, a conferma delle zone d'ombra che ancora permangono - le sfide erano molteplici: «Come rappresentare una simile barbarie restando il più possibile vicina al senso di umanità? Come girare frontalmente, senza abbassare lo sguardo, ma senza rendere la vista delle scene intollerabile? Come mostrare la violenza senza mascherarla, ma senza nemmeno sublimarla? E come rendere giustizia ai 'Giusti' di Francia, coloro che hanno aiutato gli ebrei, senza dare l'impressione di voler unicamente fornire ai francesi una coscienza pulita?». Per affrontarle la regista assume diversi punti di vista. Quello dei bambini prima di tutto, ingenuo ma acuto. Poi quello dell'infermiera Annette Monod - emblema di quanti cercarono di opporsi a quella vergogna e riconosciuta da Israele "Giusto tra le nazioni" - che tenta di incidere nella coscienza dei soldati suoi connazionali chiedendo loro di disobbedire a quegli ordini immorali e disumani. Ma allo stesso tempo prova anche a mettere lo spettatore al centro dell'azione, affinché anch'egli possa sentirsi, per quanto possibile, umiliato, ingannato, maltrattato. Quanto ai francesi che non restarono muti osservatori, oltre che dal personaggio di Annette, la gratitudine passa anche attraverso altre figure secondarie che compaiono nel film ma che esprimono partecipazione e condivisione del dramma degli ebrei. Del resto, come si legge prima dei titoli di coda, il mattino della retata ben dodicimila persone inserite nelle liste di Vichy riuscirono a rendersi irreperibili. In un Paese occupato e con un governo tanto condiscendente non avrebbero potuto trovare rifugio se non nelle case dei vicini che accettarono di ospitarli pur consci del pericolo che correvano. Ma è altrettanto vero che dei tredicimila ebrei prelevati quella mattina di luglio sopravvissero solo in 25, e nessuno dei 4.051 bambini finiti sui treni. (...) Ma la regista vuole stemperare ancora di più l'angoscia, regalando un finale consolatorio e aperto alla speranza.(...) E se c'è un'immagine simbolo dell'orrore raccontato da Vento di primavera - film intenso per quanto didascalico - è sicuramente quella di Nono (...) Nella realtà quel bimbo si chiamava Jacquod. E non tornò." (Gaetano Vallini ©L'Osservatore Romano - 29 gennaio 2011)
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