Una sconfinata giovinezza

ITALIA - 2010
2/5
Una sconfinata giovinezza
Lino Settembre e sua moglie Chicca hanno condotto un'esistenza felice e appagata si a livello personale che professionale e anche la loro vita coniugale, nonostante la mancanza di figli, è scorsa serena e senza serie difficoltà per venticinque anni. Tuttavia, Lino ad un certo punto inizia ad accusare problemi di memoria che lentamente diventano sempre più gravi, compromettendo via via il quotidiano svolgersi delle sue attività. Dopo una serie di accertamenti, Lino e Chicca ricevono la ferale notizia che l'uomo è affetto da una patologia degenerativa delle cellule cerebrali. Con il tempo la malattia avanza e Lino si allontana sempre più dal presente vivendo una drammatica 'regressione', ma sua moglie, rifiutando qualsiasi ipotesi di abbandono ed esclusione, decide di restare accanto all'uomo che ama ad ogni costo.
  • Durata: 98'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: ANTONIO AVATI PER DUEA FILM IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION - DVD: 01 DISTRIBUTION HOME VIDEO (2011)
  • Data uscita 8 Ottobre 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
“E' quasi una favola: Chicca e Lino non hanno bambini, finché lei un giorno non se lo ritrova in braccio". Nell'estrema e lirica sintesi di Fabrizio Bentivoglio, è Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati, prodotto da Duea (la società di Pupi e del fratello Antonio) con RaiCinema e distribuito da 01.
Interpretato da Bentivoglio, il Lino prima firma sportiva del Messaggero colpito dalla malattia, la moglie Chicca Francesca Neri, il cognato Lino Capolicchio, la cognata Manuela Morabito e la zia Serena Grandi, il film inquadra (troppo) pacificamente la catalisi dell'eros coniugale in pietas materna con l'Alzheimer per catalizzatore e la intreccia e contrappunta alla regressione all'infanzia nell'Emilia bucolica del Lino precocemente orfano, tra il cane Perché e quelli della zia, “la lotta” per iniziarsi al sesso e il brillante da scovare nell'auto dove hanno perso la vita i genitori, l'amicizia e un bambino senza palato.
Con facile giornalismo, l'amore ai tempi dell'Alzheimer, e se Avati sceglie un terreno struggente e sdrucciolevole il percorso poetico del film evita possibilmente, indi passabilmente, le derive patetiche, il sentimentalismo d'accatto a favore di orme nette, se non dure.
Fin qui bene, e buone prove attoriali  - al netto di trucco e parrucco a effetto invecchiamento e difetto verosimiglianza – aiutano, ma il ping pong tra il presente drammaticamente assente e il passato (in)felicemente presente di Lino è giocato su campi incongrui, con la palla ineluttabilmente - letterale - destinata al net, il filo drammaturgicamente scoperto di alte ambizioni, pregevoli intenzioni ed esiti insufficienti. In altre parole, il retroterra memoriale è quello autobiografico di Pupi, l'hic et nunc quello di un personaggio, Lino, che mal vi si attaglia: la crasi è dunque più sconclusionata che sconfinata, incaponendosi su amicizia e iniziazione di un uomo (Lino) che non diresti lui, e infatti è Pupi.
Non solo, se il versante tecnico - al netto dei grandangoli - è meno infido che negli ultimi lavori del regista bolognese, classe 1938, l'Italia contemporanea, il nostro quotidiano vissuto continua a rimanere in fuoricampo: non c'è realtà, ma teatri di posa e treni sbagliati. Avati si “vanta” di non mettere il piede in sala, forse, non mette nemmeno il naso fuori dalla porta: Una sconfinata giovinezza o una confinata terza età?

NOTE

- NASTRO D'ARGENTO SPECIALE DEL 65°. E' STATO INOLTRE CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2011 PER MIGLIOR SOGGETTO E SCENOGRAFIA.

CRITICA

"Gli eventi sono narrati dalla voce fuori campo della moglie che prima decide di andarsene, poi torna e vede il suo amore coniugale mutarsi in amore materno per l'uomo tornato bambino. Alla fine il malato fugge inseguendo l'infanzia (un cane, un amico che sapeva resuscitare le persone), si perde nella campagna, scompare. L'analisi della malattia che disgrega la mente è condotta con esattezza, pudore e sobrietà; tutta la parte della regressione all'infanzia è intensamente poetica. Il film è recitato benissimo. Oltre ai protagonisti molto bravi, bisogna ricordare Serena Grandi, Gianni Cavina e Lino Capolicchio, diretti in modo magistrale." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 8 ottobre 2010)

"Una coppia mal assortita che però si ama da una vita intera affronta il nemico più terribile di tutti: la malattia. Non una malattia come le altre, che debilita e distrugge il fisico, ma un morbo invisibile che annacqua poco a poco le facoltà mentali, confonde epoche e giudizio, genera in chi ne è affetto uno spavento senza fine. Che spesso si sfoga in un'aggressività incontrollabile verso i propri cari. (...) Nel cinema di Pupi Avati nulla lasciava presagire un film sull'Alzheimer, malattia purtroppo endemica nei paesi più longevi. Tanto meno ci si aspettava un film così duro da un regista spesso considerato sentimentale. Eppure uscendo da 'Una sconfinata giovinezza' si finisce quasi per pensare che non ci fosse soggetto più vicino alle sue corde. Come se dietro i colori nostalgici di tanti suoi film apparissero di colpo dubbi, ripulse, rovelli ben più taglienti e contraddittori. Peccato che Avati non abbia impresso una sterzata decisa anche sul piano formale, asciugando l'impianto un po' abusato del suo cinema. A forza di voci narranti, dialoghi esplicativi, flashback virati seppia, musiche invadenti, sembra sempre che i sentimenti siano 'incorporati' nelle immagini. A un buon film chiediamo solo di raccontare, con pudore e nitore. I sentimenti ce li mettiamo noi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 8 ottobre 2010)

"Si può girare una storia tristissima senza deprimere lo spettatore? Evidentemente si, se il fine è stato quello di raggiungere uno specifico equilibrio tra il tono stilistico e la sostanza drammaturgica. Pupi Avati, del resto, va considerato un regista giovane perché più della sua carta d'identità fa fede la filmografia che ha appena superato la quarantina (di titoli): in 'Una sconfinata giovinezza' lo spettatore potrà ritrovare gli appigli consueti, andare sul sicuro, insomma, immergendosi nel microcosmo emiliano dell'eterno ritorno memoriale; ma, nello stesso tempo, ritrovarsi faccia a faccia con i motivi più aspri, le riflessioni più sconsolate, le ipotesi meno gratificanti di cui lo stesso itinerario audiovisivo si è nutrito più o meno in sottotraccia. (...) La sfida di Avati sta in questo gioco che rasenta l'enfasi per dimostrasi infine asciutto e struggente di flash involontari eppure inevitabili- accentuazione tragica e pessimista delle intermittenze proustiane ovviamente in gran parte affidato alle prove davvero ardue dei protagonisti. Fabrizio Bentivoglio è un Settembre (che, guarda caso, è il titolo di uno dei più bergmaniani film di Woody Allen) in grado di superare di slancio la facile immedesimazione da documentario medico e Francesca Neri incanta per come dà spessore alle sfumature più oscure e destabilizzanti del copione; ma spiccano nell'armonia d'insieme anche gli assoli di rodati interpreti dell'Avati-touch come Lino Capolicchio, Gianni Cavina, Erica Blanc e Serena Grandi." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 08/10/2010)

"I personaggi del cinema di Avati è come se uscissero ogni volta da un sacro sepolcro, tutti eleganti e incravattati alla maniera delle vecchie boutique del centro, si tolgono con la mano la polvere dagli abiti e dalle fonature vaporose (persino gli uomini), per poi riempire lo schermo. A sua volta, allo spettatore, il compito di scostare le ragnatele da una patina seppiata, cromaticamente fosca, che Tutankhamon Pupi impone, da un po' di tempo a questa parte, al suo immaginario su pellicola (le tonalità de 'Il papà di Giovanna' per intenderti). E se fino a ieri sminuivamo questa tetraggine espressiva, oggi la esaltiamo come segno estetico distintivo chiarissimo. Avati è come se imbalsamasse le sue paure, le sue ansie, i suoi traumi di gioventù, in questa sorta di evo moderno cattivo e cupo, impagliando personaggi alto borghesi che ad ogni stacco di montaggio producono un tintinnio di ori e gioielli. (...) Se solo in questa sede pensasse di più all'esplorazione dei propri incubi, si fidasse maggiormente della sua immaginazione, lasciasse andare a briglia sciolta il suo sconfinato giovanissimo subconscio, Avati sarebbe il nostro Lynch. Qualche euro in meno in cassa, qualche soddisfazione cinematografica in più." (Davide Turrini, 'Liberazione', 8 ottobre 2010)

"'Una sconfinata giovinezza' è un Pupi Avati 'serio', con poche tracce dell'ironia che pure il regista sa spargere, quando vuole, a piene mani. E ci sembra un Pupi Avari 'minore', cosa inevitabile in una carriera che ha visto nascere, in 40 anni, 37 film e alcune serie televisive. Avati viaggia al ritmo di un film all'anno (ne ha girati 6 dal 2007 ad oggi). È impossibile che gli vengano tutti bene. (...) A leggere il film con attenzione, l'Alzheimer sembra una scusa, un grimaldello narrativo che Avati usa per regredire consapevolmente nel passato. Non che 'Una sconfinata' giovinezza sia un film nostalgico: è, piuttosto, pervaso da una profonda amarezza sul presente. E anche nei ricordi ci sono dolori, angoli bui, scheletri nell'armadio. Il tutto, però, è ampiamente prevedibile e anche gli attori sembrano recitare oberati dalla tristezza del film. È possibile che chi condivide la generazione e il benessere di Lino e Francesca si commuova; ma è più probabile che si esca dal cinema affranti, con il terrore di non ricordare dove si è parcheggiata l'automobile." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 8 ottobre 2010)

"Sotto la soglia del 40° titolo, Avati cerca una magica, amara, fusione tra i poli del 'tempo d'una vita', richiamando la memoria mentre si sfalda. Emozione dolorosa in ogni nostro destino d'età, ma rapace quando penetra con la lancia di una malattia disgregante. (...) Decostruendo la mente di Lino, il film ricostruisce l'infanzia interiorizzata e racconta lo sgomento dell'amore davanti al più assurdo degli addii. Nel finale, una soluzione facile (l'incidente) e un paio d'incongruenze di sceneggiatura. Ma, anche per l'interpretazione superba di Bentivoglio e Neri, questo è un raro melò di prosa poetica sui confini dell'esistenza, sulle radici in dispersione. Cast centrato, lacrime certe." (Silvio Danese, 'Nazione, Carlino, Giorno, 8 ottobre 2010)

"Il poetico titolo del nuovo Avati si riferisce al flashback minato dal morbo di Alzheimer di cui soffre il reporter Bentivoglio, sorvegliato dalla moglie Francesca Neri di cui finirà per diventare il figlio mai avuto. Dolorosa storia, perseguitata dalla musica, vista con un'umanità che ha radice nel cinema di Avati, specialista nel restituirci gli stupori dell'infanzia e l'odio amore servito in famiglia. Cast di prestigio e coraggio nell'affrontare nell'Italia da farsa un tema serio." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 8 ottobre 2010)

"Se l'Italia - di celluloide e non - è ridanciana non ci resta che piangere: lo sostiene Pupi Avati, con l'amore ai tempi dell'Alzheimer di Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri (bravi, ma invecchiati da ridere). Il suo Benvenuti è dunque all'eros coniugale trasformato dalla patologia in pietà materna e all'Emilia della sua infanzia, scovata dalla regressione ma ripersa dal cinema. Perché il retroterra memoriale è più sconclusionato che sconfinato: un bambino non ha il palato e così il film, che gioca il ping-pong tra passato e presente su campi palesemente incongruenti, incaponendosi su amicizia e iniziazione di un uomo che non diresti. Non solo, se il versante tecnico ¿ al netto dei grandangoli ¿ è meno infido dei precedenti, l'Italia qui e ora continua a rimanere in fuoricampo: prendere un treno per credere." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 7 settembre 2010)
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