Un mondo fragile

La tierra y la sombra

COLOMBIA, FRANCIA, OLANDA, CILE, BRASILE - 2015
4/5
Un mondo fragile
Alfonso, un vecchio contadino, dopo diciassette anni torna dalla sua famiglia per accudire il figlio Gerardo, gravemente malato. Al suo ritorno, ritrova la donna che era un tempo la sua sposa, la giovane nuora e il nipote che non ha mai conosciuto, ma il paesaggio che lo aspetta sembra uno scenario apocalittico: vaste piantagioni di canna da zucchero circondano la casa e un'incessante pioggia di cenere, provocata dai continui incendi per lo sfruttamento delle piantagioni, si abbatte su di loro. L'unica speranza è andare via, ma il forte attaccamento a quella terra rende tutto più difficile. Dopo aver abbandonato la sua famiglia per tanti anni, Alfonso ora cercherà di salvarla.
  • Altri titoli:
    Land and Shade
  • Durata: 94'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:1.85)
  • Produzione: BURNING BLUE, IN COPRODUZIONE CON CINÉ-SUD PROMOTION, TOPKAPI FILMS, RAMPANTE CINE, PRETA PORTÊ FILMES
  • Distribuzione: SATINE FILM
  • Data uscita 24 Settembre 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
In Un mondo fragile, i corteros che si spaccano la schiena nella piantagioni di canna da zucchero -70 ore a settimana per 200 dollari al mese - non sanno che due terzi del prodotto finale della loro fatica finirà nelle nostre tavole e l’altro terzo, accidentalmente, per terra. Tutti loro hanno problemi seri ai polmoni causati dall’aria malsana che sono costretti a respirare.

Le piantagioni di canna da zucchero crescono sfigurando l’ambiente, provocando fenomeni di erosione e desertificazione, e tutto quello che ne consegue in termini di movimento di popoli, sradicamento identitario e conflitti. Acevedo ci fa vedere quel che noi occidentali non sappiamo vedere: che il succo di tutta la faccenda del benessere è merda e veleno per miliardi di uomini. Sa mostrare e comprendere. Ha background da documentarista e occhio da visionario.

Acevedo è un esordiente classe ’87, capace di trasformare questioni spinose del nostro tempo in quadri dall’eloquenza straordinaria (che sembrano ricreare le atmosfere dei pittori costumbristi alla Millet e la drammaticità chiaroscurale degli interni di Andrew Wyeth) e disinnescare il manicheismo socio/politico dietro l’angolo evocando una storia di fantasmi, una vicenda familiare interrotta, un masticare amaro di radici e di affetti perduti.

Cercando la poesia tra i corpi anneriti e innaturalmente invecchiati – gli attori, tutti non professionisti, provengono dalla Valle del Cauca – e il monito nel rantolo del morente, voce di un mondo in via di sparizione. Che torna per un’ora e mezza tra noi, né vivo né morto, come uno spettro esorcizzato dal fotogramma. Che qui non è l’unità minima del discorso, ma il tutto di un linguaggio deliberatamente anti-moderno, lento, che sta sulle cose, senza lasciarsi contaminare dalla finta forza di persuasione del montaggio, che tutto vorrebbe accorpare, connettere, unificare, in una parola: dominare.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 54. 'SEMAINE DE LA CRITIQUE', HA VINTO LA CAMÉRA D'OR DEL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015) E IL FRANCE 4 VISIONARY AWARD.

CRITICA

"Acevedo, che firma anche la sceneggiatura, non nasconde il retroterra sociale di inefficienza e di sfruttamento all'origine di quella misera vita quotidiana ma piuttosto che allargare l'orizzonte del film, sceglie di concentrarsi sulle conseguenze che quelle ingiustizie hanno sui protagonisti. Non si vede mai il misterioso capo della piantagione che ritarda i pagamenti e sceglie chi far lavorare o no né si vede il medico che rifiuta di ricoverare Gerardo e di fatto lo condanna a morire: la macchina da presa inquadra solo i volti di chi subisce quelle decisioni per farci vedere l'effetto di quelle parole e quelle scelte. Riuscendo coi anche a farci capire (se non proprio a spiegarci) la testardaggine della vecchia Alicia che non vuole abbandonare la casa e che ha trasmesso al figlio la medesima «religione» del dovere, del lavoro e della sofferenza. Da seguire anche a costo della propria vita. Una scelta narrativa che impone una scelta estetica coerente e conseguente, fatta di inquadrature essenziali e insistite, che spesso non hanno bisogno di dialoghi e che rischia di frastornare lo spettatore abituato alla frenesia pirotecnica del cinema usa-e-getta. È evidente che qui siamo su un altro pianeta, dalla parte di un cinema che trova la sua ragion d'essere in un linguaggio la cui forza va cercata nell'inquadratura più che nel montaggio, nella registrazione del tempo più che sulla sua accelerazione. Qualcuno lo chiama spregiativamente «cinema da festival», io preferisco chiamarlo cinema e basta." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 22 settembre 2015)

"(...) un paesaggio che è puro 'realismo fantastico' (infatti siamo in Colombia, patria di Marquez), anche se è tutto vero. Vere le nubi perenni di cenere che avvolgono la zona (le piantagioni vengono incendiate regolarmente). Vera la spietatezza del lavoro nei campi. Veri i sentimenti primari e potentissimi espressi da attori non professionisti che danno linfa e autenticità a ogni secondo di questo controllatissimo esordio, caméra d'or a Cannes. (...) Rubiamo a Wenders (...) una citazione da Béla Balász perfetta anche per questo film: 'Il cinema è capace di mettere al sicuro l'esistenza delle cose'. Ogni tanto è ancora vero, per fortuna." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 settembre 2015)

"(...) ha vinto tutto a Cannes 2015 (...) e non c'è da stupirsene: il regista César Acevedo prende dalla sua famiglia, dalla sua terra (Valle del Cauca) e filma con grazia, curando pittoricamente la composizione del quadro, lasciando alla vita il tempo di accadere. Non è calligrafismo o esercizio di stile, perché la forma 'fredda' riscalda gesti, sentimenti, dolori: ci siamo anche noi in quella casa, in quel desiderio di fare i conti con la vita prima che sia troppo tardi. Verga e Tarkovskij abitano qui: non perdetelo. PS: Acevedo ha 28 anni." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 24 settembre 2015)

"(...) struggente opera prima del ventottenne colombiano César Augusto Acevedo. Il film (...) arriva (...) nelle sale dopo un trionfale percorso festivaliero (...)". (Oscar Cosulich, 'Il Mattino', 24 settembre 2015)

"Micidiale pizza colombiana, puntuale premio a Cannes per il miglior esordio. (...) Ritmo da tartaruga zoppa e inquadrature insistite su oggetti svariati. Molte le scene buie, in cui non si vede nulla. Senza dubbio le più appassionanti." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 24 settembre 2015)

"Con una fiducia di cuore e sguardo che soltanto i giovani possono spendere rischiando tutto, il 30enne Acevedo reinventa la sua biografia in questo nucleo vittima della trasformazione del lavoro, toccando una chiara profondità tragica priva di vittimismo, in una purezza di immagine alimentata dalla materia a luce naturale: i campi accecanti della fatica, gli interni oscuri, la polvere, l'albero secolare totem del tempo della natura, un aquilone, ma ogni scelta estetica è nella storia e nei personaggi, di cui l'inquadratura recepisce ragioni e sentimenti. Esordio sorprendente, richiama le parole di Steinbeck e Juan Rulfo." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 25 settembre 2015)
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