Un giorno devi andare

ITALIA - 2012
3/5
Un giorno devi andare
La trentenne Augusta, costretta a lasciare l'Italia a causa di infelici vicende familiari, inizia un avventuroso viaggio nell'immensità della natura amazzonica prima tra i villaggi indios insieme a suor Franca, un'amica di sua madre Anna, e poi nelle favelas di Manaus, fino ad arrivare in un'isolata foresta in cui andrà alla ricerca di se stessa.
  • Altri titoli:
    There Will Come a Day
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA, SXS PRO, (2K)/PRORES 4:4:4 (1080P/24) (1:2.35)
  • Produzione: SIMONE BACHINI, GIORGIO DIRITTI, LIONELLO CERRI IN COLLABORAZIONE CON VALERIO DE PAOLIS PER ARANCIAFILM, LUMIÈRE & CO., RAI CINEMA, IN ASSOCIAZIONE CON WILD BUNCH
  • Distribuzione: BIM (2013) - DVD: BIM/01 DISTRIBUTION HOME VIDEO (2014)
  • Data uscita 28 Marzo 2013

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
La morte del padre e altri rovelli, Augusta (Jasmine Trinca, intensa) parte per l'Amazzonia, mettendosi al servizio di suor Franca, un'amica della madre. Missione tra gli indios, ma alla ragazza non basta: “piccola donna complicata” qual è, tra “i professionisti dello spirito” non trova il senso. Lascia la religiosa, raggiunge una favela a Manaus, su cui si stendono i tentacoli della speculazione edilizia. E parte ancora, sola, con la natura a scandire tempi e priorità, perché, come recita il nuovo film di Giorgio Diritti, Un giorno devi andare.
Visivamente ardito (fotografia di Roberto Cimatti), perfino elegiaco nella contemplazione acqua-cielo-terra del delta amazzonico, come un Sokurov in cinemascope, il film batte strade parzialmente già percorse dall'ultimo Malick, da The New World a To the Wonder, e intercetta gli stessi ostacoli: come dichiarare l'ineffabile, come legare audio e video alla ricerca dell'indicibile, anelare a una spiritualità non circoscrivibile né riproducibile senza cadere nel didascalismo?
Ecco, dunque, il dibattersi tra l'antropologia visuale e la contemplazione estatica (ed estetizzante), la saputa voce over e il quotidiano di poche parole, l'assolo esistenziale di Augusta e il timido, logoro tappeto sonoro di madre e nonna (Anne Alvaro e Sonia Gessner, entrambe non all'altezza) rimaste indietro, cercando la chiave dell'induzione: Augusta come noi, una Robinson Crusoe dell'anima per tutte le nostre isole. Perché è la possibilità di un'isola occasionalmente approcciata dalla gioia di un bambino, ma che isola rimane, quella che Un giorno devi andare ci consegna, segnando, non a caso, lo stesso fertile dissidio houllebecquiano tra mappa (i missionari) e territorio (gli indios).
Più ambizioso de Il vento fa il suo giro, meno riuscito de L'uomo che verrà, ma è la sfida che Diritti doveva tentare: sfrondare esotismo e proselitismo per provarsi in una teologia – e teleologia - di liberazione. Anche, soprattutto, dai cascami mondani del nostro cinemino.

NOTE

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON BNL-GRUPPO BNP PARIBAS AI SENSI DELLE NORME SUL TAX CREDIT, CON IL SUPPORTO DEL PROGRAMMA DI COOPERAZIONE TRA FONDAZIONE CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA E L'AGENZIA BRASILIANA PER IL CINEMA ANCINE, BRASILE, CON IL SOSTEGNO DI EURIMAGES, IN COLLABORAZIONE CON TRENTINO FILM COMMISSION.

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON SOSTEGNO DAL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA (MIBAC).

- GIRATO IN AMAZZONIA E IN TRENTINO.

- JASMINE TRINCA E' STATA CANDIDATA AL DAVID DI DONATELLO 2013 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA.

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2013 PER: MIGLIOR PRODUTTORE, ATTRICE PROTAGONISTA (JASMINE TRINCA É STATA CANDIDATA ANCHE PER "MIELE" DI VALERIA GOLINO), FOTOGRAFIA E SONORO IN PRESA DIRETTA.

CRITICA

"A Giorgio Diritti sono bastati due film, 'Il vento fa il suo giro' e 'L'uomo che verrà', per essere considerato uno degli autori più significativi del cinema italiano di oggi. Il primo film si ambientava nelle Alpi Cozie dove i personaggi parlavano tre lingue, l'italiano, il francese e l'occitano ottenendo con questo un senso di distanza che non tardava a sublimarsi in un linguaggio metà realistico metà ispirato. Il secondo, collocandosi nei pressi di Marzabotto, affrontava con lo stesso rigore i temi delle stragi naziste negli anni terribili fra il '43 e il '44, senza mai però un sospetto di retorica, anzi con una tale verità che arrivava a proporsi come lucido stile. Adesso, arrivato al suo terzo film, Diritti ci porta in Amazzonia seguendo il percorso psicologico ma anche spirituale di una giovane donna, Augusta, che colpita da una serie di sventure private, parte, per farsene una ragione, insieme con una suora amica di sua madre alla volta del Rio delle Amazzoni dove l'altra si occupa dei bambini degli indios, ma dove lei, non condividendo certe problematiche missionarie che ritiene consistano quasi soltanto nel numero dei battesimi impartiti, si trasferisce in località più prossime alla natura come se desse ascolto a una voce interiore che le indicasse come sua vera e unica missione l'incontro con quanti hanno bisogno di aiuto, nelle cifre più autentiche del volontariato cristiano. (...) Diritti, che si è scritto anche la storia, pur popolandola di figure secondarie, in Amazzonia e anche in Italia dove sono rimasti i familiari della protagonista, ha tenuto sempre in primo piano la ricerca di lei, studiando contatto e con accenti sempre indiretti e sospesi le sue reazioni più intime, i dubbi, i dolori e alla fine la gioia di quelle conquiste felici. Tracciando molto da vicino il ritratto di una vocazione prima sottilmente annunciata poi generosamente assecondata. Con i modi di un cinema che ha echi partecipi di quello di Olmi (di cui Diritti è stato allievo) e persino, in qualche passaggio, specie a ridosso di quel carattere femminile, di quello stesso di Antonioni. Illumina di luci intense quel ritratto l'interpretazione di Jasmine Trinca, quasi rarefatta come la luce stessa emanata dal film." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 28 marzo 2013)

"Giorgio Diritti, al terzo lungometraggio, si pone senza più alcun dubbio ai vertici del nostro cinema. 'Un giorno devi andare' prosegue la ricerca iniziata con 'Il vento fa il suo giro' e continuata con 'L'uomo che verrà'. Certo, il passaggio da un film «sulla Resistenza» come 'L'uomo che verrà' a una via crucis tutta intima e personale come 'Un giorno devi andare' farà storcere il naso a qualcuno. Ma speriamo tanto di non essere più nell'Italia degli anni '50, dove Rossellini veniva lapidato per aver «tradito» gli ideali resistenziali di 'Roma città aperta' in film come 'Viaggio in Italia' e 'Europa 51'. Speriamo tanto sia vero il contrario: proprio 'Europa 51', dramma di una donna (Ingrid Bergman, in quel caso) che si spoglia francescanamente della propria ricchezza borghese per andare fra i diseredati, sembra essere un film-guida di tanti cineasti italiani di oggi. Lo è stato sicuramente per Alice Rohrwacher in 'Corpo celeste' e sembra esserlo per Diritti in questo film: tra l'altro Rossellini si ispirò anche alla figura di Simone Weil, e proprio un libro della filosofa francese compare non tanto all'improvviso in mano alla protagonista mentre naviga su un piroscafo nel cuore dell'Amazzonia. (...) Come molti grandi film, 'Un giorno devi andare' racchiude dentro di sé un documentario: lo sguardo di Diritti sulle piccole comunità amazzoniche e sui quartieri degradati di Manaus è partecipe e potente, così come la ricostruzione scrupolosa degli usi contadini dell'Appennino bolognese era essenziale in 'L'uomo che verrà'. Ma il film è soprattutto un viaggio spirituale - non bigotto, né religioso in senso istituzionale - dentro se stessi, compiuto con quello stile ellittico e quella magnificenza visiva che ci hanno portato, in passato, a paragonare Diritti a Terrence Malick. Confermiamo" (Alberto Crespi, 'L'Unità', 28 marzo 2013)

"Intonato a un genuino e oggi pressoché perduto clima pasquale, "Un giorno devi andare" punta tutto su forti elementi etici e spirituali. In questo senso, ciò che subito viene da pensare a suo merito è confermato; come, però, sono confermate le perplessità connaturate a una costruzione poetica e concettuale così programmatica. Il bolognese Giorgio Diritti, in effetti, è un cineasta di prim'ordine, la cui coerenza è già tramandata da titoli come 'Il vento fa il suo giro' e 'L'uomo che verrà' cari a un pubblico selezionato e non sorprende che il suo terzo lungometraggio sia stato presentato e lodato al festival alternativo di Sundance. (...) Ritmi lenti come l'acqua dell'immenso fiume, inquadrature e dialoghi come colti di nascosto o di sfuggita, eventi tutti racchiusi nel quotidiano sussidio portato al popolo degli indios: solo che, come ampiamente prevedibile, le certezze dell'evangelizzatrice, per così dire, di professione non collimano con l'ansia di mettersi totalmente in gioco che divora la fuggiasca. I silenzi e gli sguardi, i comportamenti e le motivazioni, le procedure e le contraddizioni caritatevoli dei personaggi principali sono tratteggiati con slancio e garbo sinceri, ma purtroppo anche con l'eccessiva semplificazione dovuta ai cliché ideologico-buonisti che introducono la rituale discordanza tra la fede ottusa e compromessa di alcuni religiosi, la concretezza 'operaia' di altri e l'allegro, ingenuo, primitivo, incolpevole candore degli indios minacciati non tanto e non solo dall'inurbamento forzato, quanto, soprattutto, dall'acclarata e colpevolissima impurità occidentale. I toni sono intensi, la Trinca sembra nata per la parte, le citazioni sono allineate e corrette (fa capolino persino il classico testo 'Attesa di Dio' di Simone Weil, figura straordinaria del pensiero filosofico del Novecento), il richiamo a modelli alti come Rossellini, Bresson, Pialat non è peregrino. L'aspetto realistico del film, però, sconta la superficialità di quello simbolistico: un fattore che grava sul film specialmente dal momento in cui Augusta opta per una soluzione ancora più radicale (...) conducendo il film in una spirale prima idilliaca (il sorriso dei bambini di strada e l'incontro con Joao), poi femministica (le donne della comunità) e infine nichilistica per non concedere consolazione a nessuno, dall'autore alla sua portavoce e allo spettatore stesso." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 28 marzo 2013)

"La prima immagine, una luna su cui si disegna in sovrimpressione l'ecografia di un feto, avverte subito che siamo di fronte alla vita, alla morte, ai misteri della condizione umana. La fede, perciò, e la presenza/assenza di Dio, l'essere al mondo e «dentro» il mondo, la natura, il dolore che rimane senza risposte, non quelle desiderate almeno nell'altalena di incognite che appare ogni singola vita. Giorgio Diritti non ha mai fatto mistero di una certa presunzione nelle sue immagini, che poi non è nemmeno tale mischiata all'idea un po' maldestra di chi tutto vuole spiegare e mettere in fila. Olmiano di scuola, al maestro guarda in questo suo terzo lungometraggio con più evidenza, difatti nel personaggio che abbandona una condizione agiata cercando tra gli umili il senso dell'essere umano potremmo vedere il Raz Degan di 'Cento-chiodi', - senza arrivare a citare Roberto Rossellini di 'Europa 51', pure se con Ingrid Bergman la protagonista di Diritti condivide assai di più trattandosi della perdita di un figlio. Ma la lucida compassione di Olmi, che nella sua semplicità formale traduce il sentimento della propria ricerca, non appartiene a questo film la cui frammentazione narrativa appare più come espediente che come reale necessità poetica. (...) Cosa è dunque 'Un giorno devi andare'? La fuga colpevole dell'occidente da qualche parte che sia un luogo dell'umano o la natura senza la consapevolezza dei proprio conflitti diluiti appunto nel senso di colpa. Di cui sono pieni i suoi personaggi, la protagonista, Augusta, «colpevole» di non essere madre, di essere sterile, e con lei le altre donne compresa la ragazzina della favela, in una presunta linea matrilineare del film che vorrebbe esaltarle e invece le condanna senza appello. Mentre Augusta saltella forse felice trascinando i bimbi della favela al suono dei piatti paterni, come il pifferaio magico, riscopre il significato di «comunità» perduto nel nostro occidente. Già, ma quale? Di nuovo, quella che accoglie e ci asseconda noi spettatori (e pure occidentali) nelle nostre ben salde convinzioni. (...) Filmare la miseria: si è posto questo interrogativo il regista girando nella sua favela epurata che quasi diventa un resort dei ricchi in crisi? Sfiorando la pornografia dello sguardo nell'insistenza formattata tra baracche e sporcizia che scorre nell'acqua scura... E se dio - o la trascedenza si manifestano nel sorriso di un bimbo poverissimo sul filo dell'azzurro del cielo, allora la rivelazione di 'Un giorno devi andare' somiglia più a «tutti i colori del mondo». Trepidazione e dolore di un mistero sono un'altra cosa." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 28 marzo 2013)

"Fede e laicismo, individuo e comunità, solidarietà e sfruttamento sullo sfondo a contrasto della maestosa natura tropicale e dell'aspro paesaggio alpino. Sono motivi complessi, attinenti a una sfera etico-spirituale congeniale a Giorgio Diritti ('L'uomo che verrà'), un regista che ha il merito di ignorare la logica delle mode e del botteghino. Tuttavia, nel suo ellittico procedere, il film stenta a trovare un centro e una direzione, proprio come accade all'ondivaga, irrisolta eroina." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 28 marzo 2013)

"Tra panoramiche amazzoniche mozzafiato e antropologia visuale, estasi spirituale e didascalie terzomondiste, il regista bolognese prova ad alzare l'asticella: via dalle piccinerie del nostro cinema per inseguire le elegie di Sokurov e dribblare il Terrence Malick ultimo scorso (da 'The New World' a 'To the Wonder'). Tentativo riuscito? Esotismo e proselitismo scansati, ma il retroterra italiano (madre e nonna di Augusta) è incolore e l'audiovisivo fatica a catturare l'ineffabile." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 28 marzo 2013)

"Piacerà a chi aspettava una conferma del talento di Giorgio Diritti dopo la bella prova di 'L'uomo che verrà'. Conferma che arriva. Il giovane bolognese sa raccontare, anzi forse è tra i primi dieci in Italia (i suoi coetanei non raccontano, disegnano bozzetti). La full immersion di Augusta nella natura ha a tratti momenti quasi conradiani." (Giorgio Carbone, 'Libero', 28 marzo 2013)

"È un ambizioso dramma esistenziale il terzo film del venerato Giorgio Diritti: un viaggio alla scoperta della fede, irto di ostacoli e di sbadigli. (...) La brava Jasmine Trinca si fa metà film accovacciata e pensierosa: chissà se ho fatto bene a scegliere un film così barboso." (Massimo Bertarelli, 'Giornale', 28 marzo 2013)

"Un viaggio alla ricerca di se stessi, per dare un senso alla propria vita, nella speranza di trovare dentro di sé anche quella scintilla di infinito che richiama il trascendente, e rinascere. È quello che intraprende Augusta, una giovane segnata da un abbandono e da una maternità mancata e persa per sempre, che decide di mettere in discussione le certezze su cui aveva costruito la propria esistenza, lasciandosi tutto alle spalle per partire alla volta del Brasile. A raccontarlo è il regista Giorgio Diritti in 'Un giorno devi andare', film poetico e difficile allo stesso tempo. Poetico per la scelta narrativa essenziale, puntata molto sulla bellezza di una natura selvaggia e sconfinata, e sui silenzi più che sui dialoghi. Difficile come può esserlo un racconto che vuole dar conto di un itinerario interiore, travagliato, dischiuso alla possibilità di Dio. Una sfida complessa che l'autore di pellicole apprezzate come 'Il vento fa il suo giro' e 'L'uomo che verrà', intraprende con coraggio, senza temere di uscire dalle secche di un cinema italiano poco versato al rischio dell'innovazione. Con 'Un giorno devi andare', presentato al Sundance Film Festival prima di arrivare nelle sale italiane, Diritti prova dunque a compiere un salto di qualità. E il risultato, pur imperfetto, è apprezzabile. Del resto il film - discontinuo nell'andamento eppure intenso - sembra seguire la stessa sorte della protagonista, della quale alla fine non conosceremo molto più di quanto sapevamo all'inizio, ovvero se avrà o meno trovato ciò che cercava; ma ne apprezzeremo la tensione morale e spirituale, la sua visione del mondo e la sua ricerca di Dio nella magnificenza della natura che la circonda e negli uomini che trova sulla sua strada. (...) Raccontata prima la vita diffidente dei valligiani tra i monti della Val Maira, poi la resistenza dei generosi contadini bolognesi sul Monte Sole, Diritti decide stavolta di andare oltre confine, addirittura di prendere il largo per risalire metaforicamente il fiume di una vita devastata. Raccontando la storia di Augusta, alternando la sua vicenda oltreoceano a quella della madre rimasta in Italia e tormentata dai sensi di colpa per non essere riuscita a consolare e a trattenere la figlia, il regista affronta la questione universale del senso del vivere. L'Amazzonia da luogo prettamente geografico diviene anche e soprattutto luogo dell'anima, un posto indefinito in cui si fondono la tentazione di fuggire dalla realtà e l'illusione di potersi realizzare rendendosi utili agli altri. E in questa dicotomia Augusta, sensibile e fragile ma determinata, dovrà ritrovare la sua strada. Il film racconta anche altre dicotomie, che sostanzialmente equivalgono al riconoscimento di separazioni: quella non solo fisica tra il nord ricco del mondo e il sud povero; quella psicologica e affettiva tra una figlia (Augusta) e la madre, e tra questa e la sua anziana mamma (un altro capitolo, poco esplorato, del racconto); e, ancora, quella tra un modo pragmatico di intendere la missione evangelizzatrice e un altro più attento a che il messaggio venga compreso fino in fondo (un aspetto, questo, trattato tuttavia con rispetto, senza mai mettere in dubbio la buona fede). Ma 'Un giorno devi andare' è anche un film su quella distanza a volte infinitesima, altre volte infinita che sembra esserci tra l'uomo e Dio. Un Dio cercato e talora non trovato, ma qui non escluso dall'orizzonte dell'esistenza. Anzi costantemente presente, sia pure avvertito come lontano. Una distanza che Augusta cerca di colmare aggrappandosi a piccoli gesti di umanità, a brandelli di felicità rubati a un quotidiano difficile e che sembrano far riaffiorare la speranza. Un percorso, il suo, che tra un misticismo mai ostentato e le delusioni che nascono dalla sproporzione tra le aspettative e la realtà delle cose, non troverà un finale né consolatorio né falsamente buonista. Diritti, dunque, non sceglie scorciatoie. Al pubblico non dà la benché minima illusione del già visto. Qui al massimo ci sono solo vaghi richiami a un cinema non convenzionale tentato recentemente solo da Terrence Malick, e non sempre con i risultati attesi. Allo spettatore semmai chiede di seguire un percorso inconsueto e uno sforzo imprevisto: quello di interrogarsi anche sulla propria vita." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 6 aprile 2013)
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