UN DIVANO A NEW YORK

A COUCH IN NEW YORK

FRANCIA, BELGIO, GERMANIA - 1996
UN DIVANO A NEW YORK
Grazie ad un annuncio economico pubblicato sull' 'Herald Tribune', un ricco psicanalista in crisi si trasferisce a Parigi, nella casa popolare di Béatrice, cui cede il suo lussuoso attico a Manhattan. Non ha però previsto che i suoi clienti scambino la francese per una analista e che il suo fascino finirà per farlo innamorare.
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: REGINE KONCKIER E JEAN-LUC ORMIERES
  • Distribuzione: LIFE INTERNATIONAL - BUENA VISTA HOME ENTERTAINMENT

NOTE

REVISIONE MINISTERO NOVEMBRE 1996

CRITICA

"La satira dei transfert della psicanalisi non è nuova, ma il visino espressivo di Juliette Binoche la aggiorna a una recitazione leziosa e spavalda, con sorriso ironico incorporato (dopo un 'Film Blu', uno rosa); il che non si può invece dire per un irriconoscibile William Hurt che sembra per 100' sotto ipnosi, e non lo risveglia neanche il bacio della bella addormentata. Il gioco delle contrapposizioni è altrettanto semplice: il freddo e computerizzato appartamento di Manhattan ('dentro ti ci senti pensare') è l'opposto del quartierino incasinatissimo di Parigi, col bagno che perde. L'autrice tiene al rispetto dello stereotipo, sciolto però in un dialogo allegro e in una storia che fa simpatia soprattutto a chi ha qualche conto in sospeso (morale o materiale) con l'analista. Fa da complice sentimentale nella colonna sonora Paolo Conte, ma alla fine vengono da lontano anche alcune note di 'Night and day' di Porter: sempre affinché nulla di questo sofisticato revival sia casuale". (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 3 dicembre 1996).
"Si può liquidare facilmente un film così sbilanciato, prevedibile, di stucchevoli opposizioni (e differenze tra le due case prima di tutte), apparentemente convenzionale. C'è però un'atmosfera indecisa, tra commedia e melodramma sentimentale, tra l'intenzione comica e i risvolti malinconici di una depressione estesa e internazionale che salva appena un film innocuo e scombinato". (Silvio Danese, 'Il Giorno', 5 dicembre 1996).
"La morbida, gentile e toccante love story prima virtuale e poi reale della belga Chantal Akerman, commentata dalle note del 'Vieni via con me' di Paolo Conte, è un sorprendente, colto e raffinato omaggio, equamente osservante e iconoclasta, alla commedia sofisticata di Lubitsch, Minnelli e Edwards. Un gioco delle parti nel quale gli eccellenti protagonisti incarnano personaggi-bambini, parodie dell'età adulta.
Film leggero e luminoso ma non anomalo della Akerman, regista ruvida e tenera isolata e irriducibile cineasta dal passato femminista, radicale, godardiano e nomade: un piccolo, intenso capolavoro di raffinatezza cinematografica esposta con brio, originalità e l'intelligenza del cuore". (Fabio Bo, 'Il Messaggero', 28 novembre 1996).
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