Trouble No More

USA - 2017
2/5
Trouble No More
Tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta, Bob Dylan ha realizzato tre album - "Slow Train Coming" (1979), "Saved" (1980) e "Shot of Love" (1981) - dai contenuti spirituali molto profondi, simbolo della sua conversione al Cristianesimo. Testimonianza della sua "rinascita" cristiana sono anche le toccanti esibizioni dal vivo tenute in quegli anni, di cui il documentario offre una serie di filmati inediti, intervallati da sermoni scritti da Luc Sante e declamati dall'attore Michael Shannon.
  • Durata: 59'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUMENTARIO
  • Produzione: JENNIFER LEBEAU PER TROUBLE NO MORE LLC, GREY WATER PARK PRODUCTIONS, WHITE HORSE PICTURES

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Il premio "sòla" della dodicesima Festa del Cinema di Roma viene assegnato di diritto a Trouble No More di Jennifer Lebeau. Sulla carta un film concerto con parti di fiction per ricordare la svolta cristiana del grande Bob Dylan, databile tra il 1979 e il 1981 ed espressa da album come Slow Train Coming (1979) e Shot of Love (1981). In pratica sessanta minuti fatti di brani gospel dal vivo (ripresi durante il tour di Dylan del '79-'80) del menestrello di Duluth intervallati dai sermoni (scritti da Luc Sante) di "Padre" Michael Shannon e improntati soprattutto alla predicazione sociale della Chiesa, dove Dio è sempre il misericordioso e il problema del Male è sostanzialmente una questione di giustizia redistributiva e di condanna del junk food.


Fortuna, direte, che ci sono le parole del venerabile cantautore ad illuminarci sulla reale portata di una riappropriazione culturale senza precedenti. Peccato che chi ha confezionato il film per la versione italiana si sia dimenticato di inserire i sottotitoli alle canzoni, rendendole del tutto inintelligibili per chi non le conosce a memoria o non mastica l'inglese del Minnesota come il dialetto di casa.
Ma pure ad avercene, l'operazione resta poco decifrabile, se non addirittura pretestuosa nel suo trattenersi dal dire e dallo spiegare.
A farla breve, alternare performance live di Dylan - belle di suo - a quelle "da pulpito" di Shannon non ci vuole poi tanta inventiva.

Resta la materializzazione del mito in uno dei momenti più controversi della sua carriera, lo splendido stato di forma artistico, l'intensità sul palco dove lo accompagnano mostri sacri del rock come Spooner Oldham alle tastiere, Fred Tackett alla chitarra, Tim Drummond al basso e Jim Keltner alla batteria, la bellezza senza tempo delle canzoni. Il brodo di giuggiole dei fan. Che non sono pochi.

NOTE

- SELEZIONE UFFICIALE ALLA XII EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2017).
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