Troppa grazia

ITALIA, GRECIA, SPAGNA - 2018
Lucia è una geometra che vive da sola con sua figlia. Mentre si arrangia tra mille difficoltà, economiche e sentimentali, il Comune le affida un controllo su un terreno scelto per costruire una grande opera architettonica. Lucia nota che nelle mappe del Comune qualcosa non va, ma per paura di perdere l'incarico decide di non dire nulla. Il giorno dopo, mentre continua il suo lavoro, viene interrotta da quella che le sembra una giovane "profuga". Lucia le offre 5 euro e riprende a lavorare. Ma la sera, nella cucina di casa sua, la rivede all'improvviso, davanti a lei. La "profuga" la fissa e le dice: "Vai dagli uomini e dì loro di costruire una chiesa là dove ti sono apparsa..."

CAST

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO D'INTERESSE CULTURALE NAZIONALE CON IL CONTRIBUTO ECONOMICO DEL
MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÀ CULTURALI E DEL TURISMO, OPERA REALIZZATA CON IL SOSTEGNO DELLA REGIONE LAZIO, PROGETTO COFINANZIATO DALL'UNIONE EUROPEA.

- FILM DI CHIUSURA ALLA 50. QUINZAINE DES RÉALISATEURS (CANNES 2018), HA RICEVUTO IL PREMIO LABEL EUROPA CINEMA.

CRITICA

"Sarà l'apparizione della Madonna alla Rohrwacher (che non è più né 'Il Miracolo' né la notizia) o l'apparizione della Rohrwacher alla Madonna che le mette addirittura le mani addosso, ma 'Troppa grazia' non si sa proprio da dove piova. L'Alba pellegrina ha a cuore la propria credibilità ed è sorda alle reiterate invocazioni della Vergine, che la prega di costruire un'altra Lourdes. Morale, nulla accade finché a un certo punto miracolosamente finisce il film." (SteG, 'Il Giornale', 22 novembre 2018)

"Magari sembrerà un rappezzo, ma viene naturale premettere che l'autore De Angelis e lo sceneggiatore Contarello sono valori solidi nel vacillante panorama del cinema italiano odierno. «Il vizio della speranza» però, quarto lungometraggio del regista, non è un film riuscito bensì un progetto di film schiacciato e asfissiato da difetti di non poco conto, primo fra tutti quello del surplus di pretese inversamente proporzionali alla consistenza di ciò che si materializza per un'ora e trentasei minuti sullo schermo. Si può transigere sul riciclaggio dello scenario del litorale domizio che per merito dei Garrone, Risi, Lombardi, Gagliardi e lo stesso De Angelis è diventato così risaputo e familiare da correre il rischio d'assomigliare a un set cinematografico fisso: in fondo anche i western riuscivano a trasmettere valori epici riproponendo all'infinito il topos della cittadina con l'ufficio dello sceriffo, il barber shop e il saloon. Il guaio è che in questo caso siamo ben lontani dal pragmatismo del cinema di consumo, qui si punta in alto, si sottolineano tematiche universali, si esibiscono simbolismi in serie, s'inseguono afflati spirituali con retrogusto laico e infine, contraddicendo il compiacimento miserabilista e patetico dell'intero svolgimento, si cerca di risarcire sia i protagonisti, sia gli spettatori fornendogli il bonus delle spiegazioni più o meno convincenti e delle giustificazioni dei cattivissimi che forse potrebbero essere buonissimi(...) Le battute del dialogo, intanto, cercano di sistemarsi sulla stessa lunghezza d'onda delle martellanti musiche di Enzo Avitabile, (...) ma, sempre per colpa della ridondanza allegorica, non solo al presunto vizio della speranza (definito peraltro «una stronzata» da una battuta dell'impareggiabile Confalone), ma anche allo scoop finale sembra non crederci prima di tutti proprio il regista." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 22 novembre 2018)
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