Tre volti

Se rokh

IRAN - 2018
La famosa attrice Behnaz Jafari riceve il video di una giovane che implora il suo aiuto per sfuggire alla propria famiglia conservatrice e tiranna. Behnaz abbandona le riprese del film a cui sta lavorando e si rivolge al regista Jafar Panahi per risolvere il mistero del video e raggiungere la ragazza. Inizia così un viaggio in auto verso il nordovest rurale dove ogni incontro è pieno di fascino e ironia

CAST

NOTE

- PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA (EX AEQUO CON "LAZZARO FELICE" DI ALICE ROHRWACHER) AL 71. FESTIVAL DI CANNES (2018).

CRITICA

"Un'altra coinvolgente avventura di Panahi, erede di mastro Kiarostami, ci conduce nel gioco del cinema a riconoscere l'ambiguità delle immagini, soprattutto quando raccontano i paradossi della censura e il diritto alla libertà. (...) Ieri, oggi, domani integrati nella "vita d'artista" di tre donne nell'Iran della creatività ministeriale (Panahi è da anni vittima di una sentenza liberticida). Alla repressione risponde la tenacia del regista e della sua cinepresa, che svela, domanda, inventa metafore, come questa comunità rurale raggiungibile tra intralci per una tortuosa strada polverosa. Al cinema il compito di sfondare gentilmente pregiudizi e ingiustizie." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 29 novembre 2018)

"Jafar Panahi è diventato una specie di simbolo dell'opposizione culturale al regime di Teheran. Imprigionato, poi liberato ma colpito dal divieto di girare altri film, il regista ne ha però realizzati clandestinamente ben quattro, che è riuscito a mostrare all'estero (dove non può recarsi). Quest'ultimo ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes: premio in effetti meritato, perché (come in molti film iraniani recenti) l'impressione di verità quasi documentaristica nasconde in realtà una costruzione complessa e astuta. Una costruzione che però si mostra anche nel suo artificio e che viene quasi sciolta a contatto con i luoghi reali, trasformandosi in apologo sulla creazione artistica. E a sua volta la riflessione su verità e finzione si carica di significati politici: era questa, in fondo, la lezione del compianto Abbas Kiarostami, di cui Panahi è allievo. Anche qui si possono trovare forse alcuni omaggi al cinema del maestro, dalla struttura del lungo viaggio in auto alla donna che si sistema in una tomba, che evoca 'II sapore della ciliegia'. (...) Alla fine è evidente, da parte di un regista prigioniero in patria, la metafora della reclusione e anche una satira precisa del maschilismo: un fratello maggiore bruto viene chiuso fuori di casa, una donna chiede di consegnare un prepuzio portafortuna, un toro da monta ostruisce la strada ai protagonisti. Tra questi simboli, più ridicoli che minacciosi, sta salda e affascinante la protagonista, con uno sguardo inquieto ma saggio, nel quale il regista sembra riporre le proprie speranze." (Emiliano Morreale, 'la Repubblica', 29 novembre 2018)
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