The Young Pope

ITALIA - 2016
The Young Pope
L'inizio del pontificato di Pio XIII, al secolo Lenny Belardo un personaggio complesso e contraddittorio, così conservatore nelle sue scelte da rasentare l'oscurantismo ma allo stesso tempo straordinariamente pieno di attenzione e compassione per i più deboli. Un uomo di potere, che caparbiamente resiste a coloro che corteggiano il Vaticano, senza il timore di perdere consensi. Pio XIII si troverà a confrontarsi con l'abbandono degli affetti personali e con la costante paura di essere abbandonato anche dal suo Dio. Un uomo che, tuttavia, non ha paura di farsi carico della millenaria missione di difendere proprio quello stesso Dio e il mondo che esso rappresenta.
  • Altri titoli:
    Il giovane Papa
  • Colore: C
  • Genere: MINISERIE TV
  • Produzione: LORENZO MIELI, MARIO GIANANI, JOHN LYONS PER WILDSIDE, NILS HARTMANN, ROBERTO AMOROSO, SONIA ROVAI PER SKY ITALIA, IN COPRODUZIONE CON HAUT ET COURT TV, MEDIAPRO

NOTE

- PRODUZIONE ORIGINALE: SKY, HBO, CANAL+.

- LE PRIME DUE PUNTATE DELLA SERIE (112') SONO PRESENTATE IN ANTEPRIMA (EVENTO SPECIALE, FUORI CONCORSO) ALLA 73. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2016). PAOLO SORRENTINO E JUDE LAW HANNO RICEVUTO IL PREMIO FONDAZIONE MIMMO ROTELLA.

- NASTRO D'ARGENTO DELL'ANNO 2017 A: PAOLO SORRENTINO PER L'IDEAZIONE, LA SCRITTURA E LA REGIA; WILDSIDE-SKY PER LA PRODUZIONE; ANNA MARIA SAMBUCCO PER IL MIGLIOR CASTING DIRECTOR; RICONOSCIMENTO SPECIALE AL CAST ARTISTICO E TECNICO.

- JUDE LAW È STATO CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2018 COME MIGLIOR ATTORE DI SERIE TV.

CRITICA

"(...) inquadrature improvvisamente eccentriche, squarci inattesi (...), sorprese (...), vere e proprie gag (...). E poi una bella dose di intrighi e di manovre intestine, fino alla lezione sui vantaggi dell'invisibilità fatta alla responsabile del marketing (...). Un quadro complesso, indubbiamente divertente e decisamente sopra le righe (forse un po' troppo, da quello che si è potuto vedere qui) dove però il Papa rischia di trasformarsi in un «politico» come ne conosciamo tanti." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 4 settembre 2016)

"(...) un personaggio perfetto per il cinema di Sorrentino, che dall'Andreotti del 'Divo' alla mafia delle 'Conseguenze dell'amore' ha sempre scrutato negli abissi del Potere con occhio acuto e beffardo. Stavolta però c'è una dimensione in più. La fede, con i suoi apparati, la voglia di credere nonostante tutto, che non solo offrono un materiale visivo straordinario al regista della 'Grande bellezza' (dalla folla dei fedeli ai religiosi di ogni ordine e colore, alle suore che giocano a calcio, Sorrentino si cita e si supera), ma dilatano (e deridono) all'infinito la dimensione del mistero e del suo correlativo mondano, l'intrigo. (...) esilarante Silvio Orlando (...) Sorrentino fa di nuovo scintille." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 4 settembre 2016)

"Si rimane spiazzati davanti al papa giovane della miniserie di Paolo Sorrentino. In anni di pontificato sociale e di ritorno all'umiltà, il film propone una figura inclassificabile, che non è nemmeno quella ratzingeriana o wojtiliana, ma una fantasia del tutto personale, cui è difficile attribuire un referente anche indiretto nella storia di oggi. (...) L'inizio del pilot sembra una sorta di teaser del cinema di Sorrentino: sogni, visioni, carrelli avanti in soggettiva con gli astanti che guardano in macchina. Poi ci si trova davanti a qualcosa di piuttosto diverso, una commedia del potere in cui ha spazio soprattutto il talento di sceneggiatore e dialoghista dell'autore. Le battute sentenziose che appesantivano 'Youth' qui sono invece precise e leggere, facendo progredire per piccoli tocchi la descrizione dei personaggi. (...) Sorrentino è un regista ateo, come lo era il Moretti di 'Habemus Papam' (cui questo lavoro sembra a tratti debitore, compresa una partita di calcio tra suore al ralenti che richiama la pallavolo tra preti). Certo lo attrae la superficie del glamour vaticano, le porpore, i cappelli, le stanze. Ma soprattutto, come è in molta serialità moderna (dai 'Soprano' a 'Game of Thrones') il tema vero è il potere e il suo mantenimento. Ma se manca l'elemento del sacro, sembra lontano anche il fascino degli arcana imperii, i sotterranei del Vaticano. Siamo lontani anni luce da Dan Brown: non sembra esserci nulla di sinistro in questi giochi di potere, solo una stanchezza diffusa e cinica." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 4 settembre 2016)

"(...) il regista non ha tenuto in gran conto la differenza (ormai sempre meno significativa) tra un film per le sale e una serie per la tv, grazie alla straordinaria capacità di tradurre soggetto e sceneggiatura in un tuttotondo sontuoso e ipnotizzante che propone suspense, sarcasmo, soluzioni stilistiche preziose, squarci visionari e congetture sacre e profane sull'inevitabile conflitto riscontrabile tra la missione di sommo pastore della Chiesa cattolica e le ragioni dell'uomo in carne e ossa che lo Spirito Santo e/o altri meccanismi meno ineffabili hanno designato come Papa. (...) cercando (...) di arginare per quanto ci riesca l'abuso degli aggettivi che nel caso di Sorrentino diventano - come succede quando s'esprimono i poeti - pleonastici all'istante, siamo convinti che raramente l'odierno spettatore (...) sia messo in grado di provare una gamma di emozioni parimenti piena, acuta, insinuante, cruda e nello stesso tempo disinvolta e divertente. (...) Col suo stile raffinato eppure non pretenzioso - le inquadrature e le sequenze inseguono un principio di necessità e poco importa se quest'ultimo a volte si riveli un pizzico ridondante o in sospetto di compiacimento - Sorrentino consente a Jude Law di scolpire una figura superbamente ambigua e contraddittoria e agli altri personaggi-chiave di contribuire a intensificare il leitmotiv dei dialoghi, i gesti, i pensieri e le azioni che in una sorta di (tragi)comico, incessante tourbillon confermano e subito dopo negano la presenza di Dio, la forza delle tentazioni, la necessità del comando e il dovere dell'obbedienza, l'ebbrezza dei beni materiali e la loro abiura in nome dell'amore verso il prossimo. (...) accanto al ciclopico neo-papa (niente a che vedere con lo scolastico paziente freudiano di Moretti) (...) giganteggia Silvio Orlando nella parte del colto e navigato cardinale napoletano e napoletanista Voiello (...)." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 4 settembre 2016)

"Strano ma vero, la cosa migliore vista finora alla 73ma Mostra del Cinema di Venezia non è un film, bensì una serie TV: i primi due capitoli dei dieci che compongono 'The Young Pope' (...). Alla regia e sceneggiatura c'è Paolo Sorrentino, in forma e poetica eccelsa: il formato seriale, con le conseguenti avvertenze temporali e necessità narrative, lo induce ad alleggerire lo stile, a limitare le immagini estatiche ma esornative de 'la grande bellezza' e 'Youth' in favore di una drammaturgia ricca e insieme agile, sapida e però snella. Trama e ordito prevalgono sul ricamo, gli attori brillano: il pontefice Jude Law dal sorriso ineffabile, palesemente a proprio agio nell'incarnare complessità e contraddizioni del vicario di Cristo; Silvio Orlando, maiuscolo nella tonaca del cardinale Voiello (...); Diane Keaton, che illumina sotto il velo di Suor Mary (...); Javier Cámara, compunto camerlengo. Ma l'ambizione e l'esito di 'The Young Pope' tracima l'ambito artistico, assume valenze ecclesiali, persino riflessi dottrinali. Accogliendo fattivamente le indicazioni del predecessore nominale di Lenny Belardo, Pio XII, circa il film ideale (Udienza del 21 giugno 1955, 'Ai rappresentanti del mondo cinematografico') (...)." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 4 settembre 2016)

«Quello che viene raccontato (...) è una sorta di 'thriller' incentrato sul potere temporale e spirituale, dove si parte dal solito cliché di una 'cupola' di cardinali bolsi e maneggioni, convinti di poter manovrare il giovane capo della Chiesa, che si rivelerà invece decisionista e accentratore, vendicativo e scaltro, ironico e incomprensibile. Un uomo che considera i riti l'unico modo «per mantenere l'ordine terreno» ma che andrà alla ricerca di collaboratori fidati tra persone oneste e di fede. Pare innamorato della Chiesa ma è capace di far tradire il segreto della confessione a un frate per raggiungere i suoi scopi. Come i polpettoni di Dan Brown insegnano, i cupi intrighi ambientati in Vaticano funzionano a livello commerciale (...). Aggiungeteci un regista da Oscar per di più italiano e la confezione export è fatta. Solo che, a differenza dei thriller americani su lotte di alta finanza e mistery in salsa porporata, l'italico Sorrentino ha un pregio: tenta di affrontare la questione della fede e della ricerca di Dio. Anche se i personaggi sinora visti si dimostrano ruvidi e più legati alla terra che al Cielo." (Angela Calvini, 'Avvenire', 4 settembre 2016)

"Chi ama Sorrentino, ne ritroverà tutti i marchi, i vezzi, gli eccessi. Chi non lo ama, non lo amerà neppure qui. E poi, è un Papa così lontano, spazialmente, sideralmente lontano dall'essenza della religione cristiana. (...) Toni acidi, cinismo. Tocchi alla Sorrentino. Inquadrature gelide, gruppi di persone composti al millimetro, musica elettronica, e un tono come di assenza di gravità, a mezza via tra la meraviglia e lo sgomento." (Luca Vinci, 'Libero', 4 settembre 2016)

"(...) il Papa televisivo di Sorrentino è diverso da tutto ciò che lo ha preceduto. Spiazzante, originale, provocatorio, disturbante, sono alcuni aggettivi usati nei commenti a caldo al Lido. (...) Un personaggio disturbante (...) in pieno stile Sorrentino, la cui cifra è la contraddizione rivoluzionaria. Una contraddizione esterna, tra le leggi della vita terrena e quelle della vita ultraterrena. E una contraddizione interiore, nel cuore del protagonista, nella continua lotta tra bene e male. (...) Sorrentino mette in scena un lacerante duello interiore tra vocazione e tentazione, tra santità e miseria. (...) Sorrentino, per trovare un calzante paragone seriale, costruisce un'inedita versione di 'House of Cards', una Casa Bianca ambientata nelle stanze vaticane. Accontentando l'insaziabile desiderio voyeuristico del pubblico (...). Le prime immagini della serie tengono fede all'estetica di Sorrentino: la bellezza abbacinante di inquadrature spregiudicate, la profondità ermetica delta sceneggiatura, il citazionismo postmoderno (simbolica la battuta «mi fanno male i capelli» con esplicito riferimento a 'Deserto Rosso' di Antonioni), l'umorismo macabro e destabilizzante. (...) Uno stile inequivocabilmente cinematografico, quindi che ha il coraggio di avventurarsi nel linguaggio seriale televisivo, che affronta nuove strutture narrative, che espande il tempo e lo spazio dei personaggi che fraziona e parcellizza la fruizione. (...) 'The Young Pop'" a Venezia - qualunque sia il giudizio della critica - segna pertanto un punto di non ritorno. Addio rassicurante gerarchia tra grande e piccolo schermo." (Lucrezia Ercoli, 'L'Unità', 4 settembre 2016)
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