The Velvet Underground

USA - 2019
3,5/5
The Velvet Underground
I Velvet Underground hanno creato un sound innovativo che ha cambiato il mondo della musica, imponendosi come una delle band più venerate del rock 'n' roll. L'acclamato regista Todd Haynes racconta come il gruppo sia diventato una pietra miliare a livello culturale, ma con una propria serie di contraddizioni: una band rappresentativa del suo tempo ma allo stesso tempo intramontabile; sofisticata ma alla portata di tutti; radicata sia nell'arte più elevata sia nella cultura di strada. Attraverso interviste ai principali interpreti di quel tempo, unite a un repertorio inestimabile di performance mai viste prima e a una ricca collezione di registrazioni, di film di Warhol e altre opere d'arte sperimentali, il documentario crea un'esperienza immersiva in ciò che John Cale, uno di fondatori, descrive come l'ethos creativo della band: "essere eleganti e brutali allo stesso tempo".
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DOCUMENTARIO
  • Produzione: DAVID BLACKMAN, CHRISTOPHER CLEMENTS, JULIE GOLDMAN, TODD HAYNES, CAROLYN HEPBURN, CHRISTINE VACHON PER POLYGRAM ENTERTAINMENT, MOTTO PICTURES, KILLER FILMS, APPLE TV

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Shiny, shiny, shiny boots of leather
Whiplash girl child in the dark
Comes in bells, your servant, don’t forsake him
Strike, dear mistress, and cure his heart

Come nacquero i Velvet Underground? E com’è possibile che una tra le band capaci di influenzare in maniera così radicale la musica a venire ebbe un successo commerciale praticamente prossimo allo zero?

Todd Haynes porta fuori concorso al 74° Festival di Cannes un documentario che giustappone in continuazione – attraverso split screen e mosaici visivi – materiale d’archivio e interviste ai sopravvissuti di un’epoca unica e irripetibile.

Torna alle origini di Lou Reed e del gallese John Cale, ci riporta nel fermento creativo della New York anni ’60, dell’infatuazione di Gerard Malanga che nel 1965 li vide esibirsi per la prima volta al Café Bizzarre e consigliò ad Andy Wahrol di “farli propri” all’intero della sua factory.

I Velvet Underground sarebbero mai esistiti senza la benedizione del guru della pop art? O, viceversa, sarebbero riusciti a resistere più a lungo se non ci fosse stata quella presenza così ingombrante a instradarne le sorti? Ad imporre la presenza di Nico (cosa ovviamente mai accettata pienamente dal resto della band, eccezion fatta per Cale che in seguito produsse anche i dischi da solista della cantante tedesca), a rivestire di fatto un ruolo mai del tutto chiarito che portò poi Reed a “licenziarlo”.

Cosa che peraltro fece anche con lo stesso Cale, il vero talento “musicale” della formazione, che ancora oggi comunque non riesce a parlar male dell’antico, tenebroso, defunto Lou.

Il regista di Velvet Goldmine, Io sono qui e Carol non sembra voler calcare troppo la mano sulle questioni più oscure che caratterizzarono quel periodo e la brevissima esistenza del gruppo (dal ’64 al ’73, producendo cinque album), offre tuttavia la possibilità di immergersi in un contesto dove l’avanguardia e i primi tentativi di far dialogare contemporaneamente le varie arti, la musica, il cinema, la pittura, la fotografia avrebbero tracciato per sempre i confini di una nuova epoca.

Le frequenze armoniche di cui parla nel dettaglio John Cale e i ricordi estasiati di Jonathan Richman (all’epoca giovane fan), che ad inizio anni ’70 fondò i The Modern Lovers, il contributo decisivo di Jonas Mekas (alla cui memoria il film è dedicato) e altri numerosissimi interventi definiscono in maniera cristallina il senso di un periodo in cui influenze letterarie (da Ginsberg a Burroughs) e non solo si amalgamarono con quella che da più parti veniva considerata “controcultura giovanile”. “Ma noi eravamo la cultura”.

NOTE

- FUORI CONCORSO AL 74. FESTIVAL DI CANNES (2021).
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