The Libertine

GRAN BRETAGNA - 2004
The Libertine
L'ascesa e caduta di John Wilmot, meglio noto come Conte di Rochester, poeta satirico del XVII Secolo, amico e confidente di re Carlo II, nonostante che il suo pungente umorismo sovversivo avesse come bersaglio principale i reali inglesi. In un'epoca in cui si stavano facendo rapidi progressi nel campo della scienza, della letteratura e delle arti, il Conte scandalizzò la buona società londinese per i suoi poemi audaci, il suo stile di vita lascivo e le sue prodezze sessuali. A mettere in discussione la sua posizione a corte fu l'amore per l'attrice Elizabeth Barry, che lui sperava di far assurgere a stella del teatro inglese. La loro relazione e il successivo tradimento, lo fecero passare dai fasti e lussi dell'alta società, agli abissi della rovina, dove cercò la sua redenzione finale.
  • Altri titoli:
    Il libertino
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, STORICO
  • Tratto da: opera teatrale omonima di Stephen Jeffreys
  • Produzione: JOHN MALKOVICH PER MR. MUDD, ISLE OF MAN FILM COMMISSION, FIRST CHOICE FILMS 2004, ISLE OF MAN FILM LTD.
  • Distribuzione: MEDIAFILM (2006)
  • Vietato 14
  • Data uscita 10 Febbraio 2006

TRAILER

RECENSIONE

di Luca Pellegrini
In linea di principio, l'inizio spiega la fine: voglio essere sgradevole, non voglio piacervi. Morirò sfigurato dalla sifilide. In quei trentatré anni di esistenza libertina, non un attimo di redenzione, ma molti istanti di eccessi, promiscuità e provocazioni. Nell'Inghilterra del Seicento, dopo che una rivoluzione puritana ha innescato una dittatura dei costumi, John Wilmot, secondo Conte di Rochester, diventa l'emblema della restaurazione politica collegata alla trasgressione libertaria che la nuova corte di Carlo II esporta nei bassifondi sporchi della city londinese. Opera prima di Laurence Dunmore, The Libertine è assai debitore all'omonima commedia scritta nel 1994 da Stephen Jeffreys, qui nelle vesti, non troppo felici, dello sceneggiatore di se stesso. Sedotto dall'esasperato edonismo del protagonista, che diventa un modello di riferimento anche per i libertini d'oltremanica, Dunmore ha un passato di creativo pubblicitario ed il film, che rispetto a molta pubblicità ha di trasgressivo solo il linguaggio, della pubblicità assume le tonalità, i colori artefatti e saturi, la dinamica delle immagini. Funzionale al suo modo di essere attore, Johnny Depp si adatta molto bene al ruolo del libertino oltraggioso e straziato. Più interessanti le presenze di John Malkovich nel ruolo dello Stuart e Samantha Morton in quello della sedotta: entrambi, a diverso titolo, travolti dall'espansività immorale dell'amico e dell'amante.

CRITICA

"Non voglio piacervi, non vi piacerò dice al pubblico Johnny Depp nel prologo del film morboso e morbido di Dunmore. Si sbaglia. Ci piace moltissimo. (....) Depp è magico, richiama in servizio il folle che fu, e il film è sinuoso, complice col teatro, ci trapassa l' inconscio in una Londra lussuriosa e fangosa, notturna o illuminata a candela, dove nessuno è così potente da salvarsi da se stesso." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 10 febbraio 2006)

"Peccato che una regia incerta e mediocre renda 'The Libertine' alquanto schizofrenico: dialoghi sboccatissimi e stile da educanda; balletti con falli e vagine giganti, e campi/controcampi da sceneggiato tv. Mentre Johnny Depp, nel finale sfigurato dalla sifilide e dal make up (pustole, naso d'argento, parrucche), si fa rubare la scena dal misuratissimo, micidiale Malkovich (il re) e dalla dolce Samantha Morton, amante di Rochester e regina delle scene inglesi nel '600. Anche perché il vero tema del film non è l'autodistruzione ma il rapporto fra arte e potere, politica e palcoscenico, dono di sé e gusto del comando. Troppo forse per un regista che non sia Fellini o almeno Terry Gilliam." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 febbraio 2006)

"La filosofia del libertinaggio nel Seicento-Settecento, l'apologia di una vita spericolata, l'esaltazione del sesso come veicolo di contestazione del perbenismo e del moralismo richiedono in genere - e nel cinema ancora di più - per acquistare forza significante una incisiva aderenza psicofisica e quel quid espressivo in più. Chi meglio di Johnny Depp - dopo alcuni illustri precedenti, da 'Le relazioni pericolose' alle versioni di 'Casanova' - poteva quindi incarnare oggi il protagonista di 'The Libertine'? Tratto dall'opera teatrale di Stephen Jeffreys messa in scena da John Malkovich, qui presente come produttore e interprete di Re Carlo II, il film di Laurence Dunmore racconta l'ascesa e la caduta fino alla prematura morte a 33 anni del conte di Rochester. Il bello e dannato Depp restituisce con una prova davvero magistrale (ottimo anche il doppiaggio di Fabio Boccanera) la metamorfosi del libertino che intendeva l'erotismo in una chiave di sfida, anche fisica, estrema: dall'apice del successo alla corte di Carlo II, come sex symbol dell'epoca, con l'intenso volto immerso in una fluente e selvaggia chioma, fino alla consunzione per alcol e sifilide con il corpo che non riesce a stare più in piedi, i capelli corti e la faccia piena di piaghe. (...) Tra il monologo di apertura e di chiusura di impianto teatrale, il volenteroso Dunmore asseconda lo show di Depp dando alla vicenda del conte la forma di un elegante e coinvolgente percorso audiovisivo grazie anche alla splendida fotografia pittorica con una Londra fangosa e interni ripresi a luce naturale e una colonna sonora a tratti nymaniana. Il rapporto di odio e amore, di attrazione e disprezzo tra il libertino e il re è trattato però con superficialità e mera contrapposizione caratteriale. E poi gli echi dei grandi scrittori del periodo, da Marivaux a Beaumarchais, da Laclos a Sade, sono dispersi proprio dalla mancanza del marivaudage, quella raffinata ragnatela di incastri sentimentali, che è il sale stilistico e narrativo anche di rapporti all'insegna dello scandalo sessuale." (Alberto Castellano, 'Il Mattino', 11 febbraio 2006)
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