The Elephant Man

USA, GRAN BRETAGNA - 1980
Londra, seconda metà dell'Ottocento. A causa di una malattia molto rara, la neurofibromatosi, che gli ha dato sembianze mostruose, il giovane John Merrick viene esposto come "uomo elefante" nel baraccone di Bytes, un alcolizzato che campa sfruttando la sua mostruosità e lo tratta come una bestia. E' qui che Merrick viene scoperto dal dottor Frederick Treves, un chirurgo del London Hospital che convince Bytes a cederglielo per qualche tempo in modo da poterlo studiare e curare. Portato in ospedale e presentato a un congresso di scienziati, John si rivela ben presto agli occhi di Treves come un uomo di intelligenza superiore e di animo raffinato e sensibile. Mentre a lui si interessano sinceramente gli aristocratici londinesi, la principessa Alexandra e la famosa attrice di teatro Madge Kendal, il fuochista dell'ospedale tenta di sfruttare la sua presenza mostrandolo a pagamento a gente in cerca di emozioni. La notte stessa in cui John subisce un'incursione di avvinazzati e di donnine, condotti nella sua stanza dal fuochista, Bytes riesce a entrare non visto e a riprendersi "il suo tesoro", come egli chiama Merrick. Portato sul continente, il poveretto viene di nuovo esibito come una curiosità da baraccone, picchiato e rinchiuso nella gabbia delle scimmie finché, mossi a compassione, alcuni suoi compagni di "lavoro" lo liberano e John, con il volto coperto da un cappuccio, torna a Londra. Ma il destino ha ancora in serbo per lui gioie e dolori.

CAST

NOTE

- CANDIDATO ALL'OSCAR 1981 PER: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTORE PROTAGONISTA, SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, SCENOGRAFIA, COSTUMI, MONTAGGIO E COLONNA SONORA.

- PREMIO CÉSAR 1982 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"(...) Questa più o meno la storia dell'"Elephant Man". Il film non vi aggiunge molto a parte la capacità, l'eccezionale bravura di un gruppo di artisti, decisamente ispirati. Ci voleva infatti una fede per affrontare un soggetto così orribile e non esserne schiacciati. Il miracolo, è, a mio avviso, avvenuto, e consiste in primo luogo nel fare accettare al pubblico il viso, quel che pare un viso, dell'"elephant man". Pensavo, prima di vederlo, che il mostro sarebbe sempre apparso ammantellato, con la triste fessura nera nel cappuccio al posto dell'occhio, come si vedeva negli annunci pubblicitari, e che solo per brevissimi momenti si sarebbe scoperto. E invece il regista dopo una lunga attesa svela l'orrore e da questo momento non lo toglie più dalla scena, ce lo tiene sempre sotto gli occhi. Vuole che lo si accetti: come accadde in realtà, allora. Sappiamo infatti che John Merrick fu quasi adottato dalla società londinese ebbe visite, fu ospite addirittura della principessa Alessandra. Lo si accetta anche noi, e con uno strazio infinito si finisce per partecipare alla sua sventura, per amarlo, e benché ogni volta i particolari orribili di quella testa ci devastino l'anima, non lo si giudica più, né lo si vorrebbe diverso. (...)". (Manlio Cancogni, 'il Giornale')

"(...) In realtà, a cercar di leggere fra le righe di "The Elefant Man", non è chiaro nemmeno se Lynch approvi o condanni i suoi personaggi apparentemente buoni. Fa bene o male il dottor Treves a risvegliare la coscienza umana del mostro? L'interesse che questi suscita nella società più raffinata è poi molto dissimile dalla curiosità morbosa del popolino? E la fine del povero John che muore soffocato nel proprio letto per aver voluto provare una volta a dormire come la gente normale, senza un cumulo di cuscini a sorreggergli l'elefantiaca testa, non è forse una diretta conseguenza del suo aver tratto esagerata fiducia in se stesso da tante cortesie? Fatto sta che dal film spira un senso di dolciastro, di malsano, di equivoco. Va detto anche, però che la fattura di "The Elephant man" è cinematograficamente eccellente. Il bianco e nero, di Freddie Francis, se evita granghignolesca evidenza all'orrore del protagonista, diffonde l'incubo per tutte le latebre di questa Londra ottocentesca così estenuata e crudele, dai sottintesi richiami dickensiani. Le scenografie di Stuart Craig, i costumi di Patricia Norris, le musiche di JohnMorri, completano di sottili suggestioni il cupo quadro d'ambiente. E intorno all'infelice protagonista, cui John Hurt presta volto e corpo ingabbiati nel trucco mostruoso, si muove, a partire dal segretamente febbricitante Treves di Anthony Hopkins, una piccola folla di personaggi disegnati da adeguatissimi interpreti, quali Anne Bancroft, John Gielgud, Wendy Hiller, Freddie Jones, Hannah Gordon e John Standing". (Guglielmo Biraghi, 'Il Messaggero')

"(...) Per nostra buona sorte, Lynch non è né un melenso predicatore né un moralista in vena di contestazione storica Alle prese con una materia molto ricca di spunti critici, sull'ipocrisia, la bestialità delle plebi, i pregiudizi, lo snobismo dei filantropi, la speculazione degli scienziati la santità dei reietti e via sociologizzando, egli si muove soprattutto come uomo di cinema, correggendo l'indignazione con un filo d'ironia e dando al racconto un'andatura spesso affascinante. Contrariamente a quanto si può sospettare, non c'e niente di crudele in questa storia, nel contempo tristissima e tenera. C'e un civilissimo calore, molto affetto per i martiri incolpevoli e un gusto dell'eccentrico che non sconfina mai nel terrorizzante. C'è più Dickens che l'eco di Freaks, il classico film sui mostri di Browning. E ci sono attori di buona stoffa inglese. Mentre John Hurt merita ogni plauso per l'umiltà con cui ha accettato un trucco che lo deturpa e la misura con cui si trasforma da fenomeno di luna-park in vanitoso uomo, di mondo, il dottor Treves ha trovato in Anthony Hopkins un medico depoca quasi perfetto. Anne Bancroft è l'attrice che si lascia baciare senza disgusto e il presidente dell'ospedale è John Gielgud. E c'è un antidoto contro il pericolo di commuoversi: ricordarsi che da dietro le quinte spunta, produttore, Mel Brooks". (Giovanni Grazzini 'Il Corriere della Sera')

"(...) Girato a Londra, con un'ottima costruzione ambientale d'epoca, fotografato magnificamente in bianco e nero da Freddie Francis (misconosciuto regista di horrofilm dei primi anni '70), 'The Elephant Man' oscilla tra due registri narrativi, il film dell'orrore, appunto, con le sue fumose atmosfere, e il melodramma, con il suo violento impatto emotivo. Dell'horror raccoglie, oltre che la suggestione dell'ambiente (fumosa, morbosa, gotica, in un décor dove i raffinati orpelli vittoriani stanno cedendo il passo all'incombenza meccanica della società industriale) uno dei temi prediletti: il significato sociale e individuale della mostruosità e il rapporto contraddittorio e sofferto tra 'mostro' e creatore: il dottor Treves, anche se si limita a scoprire l'Uomo Elefante, somiglia molto al barone Frankenstein, pur avendo sostituito parte dell'ardore scientifico con l'umanitarismo medico; dal canto suo. Merrick dilata quella sofferenza e quelle subitanee dolcezze che a tratti si palesavano nella creatura di Frankenstein. E' il melodramma che consente questa progressiva dissoluzione della metafora orrorifica, dando modo ai contrasti emotivi e all'autoconsapevolezza di sé di emergere. Probabilmente questo toglie parte dello spessore problematico e suggestivo al film (soprattutto in confronto al modello ripetutamente citato, "Freaks" di Tod Browning), ma gli conferisce d.'altra parte uno spessore 'sentimentale', di presa sul pubblico, che generalmente i film dell'orrore non hanno". ('Giornale dello Spettacolo': "Proposte d'Essai", a cura della FICE)
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