Tango Libre

BELGIO, FRANCIA, LUSSEMBURGO - 2012
3/5
Tango Libre
Il secondino JC è un uomo senza vita, sepolto dalle regole. Nondimeno, una passione lo anima: il tango. E proprio a una lezione di tango conosce Alice, i due ballano insieme e l'intesa è perfetta. Il giorno successivo, fatto inaspettato, JC ritrova Alice proprio in prigione. Lei, infatti, è la donna di due detenuti - il marito Fernand e l'amante Dominic - che segue sempre di carcere in carcere, con tanto di figlio quindicenne sulle spalle. A questo punto, il mondo di JC, composto da sole regole, sembra mostrare una falla: il sistema, infatti, prevede che le guardie non socializzino con le famiglie dei detenuti, ma come fare con Alice?
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SCOPE (1:2.35)
  • Produzione: ARTÉMIS PRODUCTIONS, SAMSA FILM, LIAISON CINÉMATOGRAPHIQUE, IN COPRODUZIONE CON NORD-OUEST FILMS, MINDS MEET, RTBF, BELGACOM
  • Distribuzione: BOLERO FILM (2014)
  • Data uscita 13 Febbraio 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

La storia è bizzarra, imprevedibile, nasconde bene le sue carte. I personaggi tutti interessanti. Ci sono due uomini, due amici, uno di origine spagnola (Sergi Lopez), l’altro belga (Jan Hammenecker). Condividono – per motivi che ci verranno rivelati solo nel finale – una donna (Anne Paulicevich, anche co-sceneggiatrice), madre di un ragazzino sempre ingrugnato (Zacharie Chasseriaud), infermiera e ballerina di tango a tempo perso. Potrebbe sembrare il classico ménage a trois, ma non lo è: c’è un terzo uomo (François Damiens), il tipico sfigato. Vive da solo, con un pesciolino rosso. Fa la guardia carceraria, anche lui è un dilettante del tango. E’ durante una delle lezioni di ballo che conosce la donna e se ne innamora. C’è un problema, anzi più di uno: nel penitenziario dove lavora l’uomo sono rinchiusi i due amici di cui sopra, sentimentalmente legati alla donna di cui sopra, la madre e l’infermiera e la ballerina di tango. Sarebbe già una situazione difficile là fuori, figuriamoci dentro lo spazio chiuso e il tempo sospeso di una realtà dietro le sbarre. Eppure da una situazione paradossale possono venire fuori le soluzioni più inaspettate.
E di certo non lesina sorprese il nuovo film del belga Frédéric Fonteyne, vecchia conoscenza veneziana (nel 1999 aveva presentato in Concorso Una relazione privata, che consentì a Nathalie Baye di vincere la Coppa Volpi) e di ritorno al Lido con Tango Libre, presentato in Orizzonti. E’ il film che chiude la trilogia dell’amore, dopo Una relazione privata e La donna di Gilles. Rispetto a quei due ha un intreccio più aggrovigliato e un approccio più accattivante, tragicomico; resta però fedele alla fedeltà nell’amore, e pazienza che l’ubbidienza a questo finisca per generare le infedeltà più assurde e le situazioni più improbabili. Pascal docet: il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.
Anche il cinema ha le sue e Fonteyne mostra di conoscerle tutte: il film è ineccepibile per stile, scrittura, recitazione. Ha originalità da vendere – l’abbiamo detto – e lodevole scaltrezza per come riesce a dipanare quest’intricata matassa (con un leggero appunto sul finale, fin troppo sbrigativo).
Tango Libre è tanti film in uno (forse persino troppi): è una commedia romantica e machiavellica, un prison movie leggero, una storia di incontri inaspettati e dolori insostenibili. E’ anche un film sul rapporto padre/figlio, un musical a passo di tango (pardon milonga, “la malinconia triste del tango”, a detta del regista). E il tango è un generatore di ulteriori sottotesti: ballato in carcere dai detenuti – in una delle scene più belle insieme all’incipit – diventa metafora della volontà di liberazione dei corpi. Ma c’è molto altro: il tango si fa passione, tradimento, omosessualità latente, desiderio della donna. Il tango è ritmo, e Tango Libre ha il ritmo sincopato di una milonga, fatto di correnti emotive che s’incontrano/scontrano, di improvvise accelerazioni, pause, fasi di studio, esplosioni.
Ma questo è un film anche sul cinema, sull’atto del vedere. Come la guardia che vede e non viene visto da nessuno, così è lo spettatore. Il suo modo di osservare il mondo cambierà quando ciò che guarda rimetterà in moto il circuito misterioso della passione. Quando da spettatore diventerà finalmente attore. E in fondo cos’è il cinema, se non questo meraviglioso atto di fede e d’amore capace di “farci vivere” ciò che prima stavamo solo guardando?

NOTE

- ULTIMO CAPITOLO DI UNA TRILOGIA DI FRÉDERIC FONTEYNE SULLE DONNE E SULL'AMORE CHE COMPRENDE "UNA RELAZIONE PRIVATA" (1999) E "LA DONNA DI GILLES (2004).

- REALIZZATO CON IL SUPPORTO DI: CENTRE DU CINÉMA ET DE L'AUDIOVISUEL DE LA FÉDÉRATION WALLONIE-BRUXELLES ET DE VOO, FONDS AUDIOVISUEL FLAMAND, FONDS NATIONAL DE SOUTIEN À LA PRODUCTION AUDIOVISUELLE DU GRAND-DUCHÉ DE LUXEMBOURG, LA WALLONIE, CANAL +, CINÉ+, TAX-SHELTER DU GOUVERNEMENT FÉDÉRAL DE BELGIQUE, EURIMAGES, PROGRAMME MEDIA DE LA COMMUNAUTÉ EUROPÉENNE; IN ASSOCIAZIONE CON TAXSHELTER FILMS FUNDING, COFINOVA 8.

- PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA 'ORIZZONTI' ALLA 69. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2012).

CRITICA

"Premio speciale della Giuria a Venezia Orizzonti (...) 'Tango libre', film curioso del regista belga Frèdéric Fonteyne, un gentile d'animo che si destreggia tra genere carcerario, musicale e romantico, utilizzando la ben nota sensualità del tango come collante narrativo. Il 'Shall We Dance?' di Richard Gere passa così a un secondino del carcere che va a scuola di tango e si esercita con Alice, un tentativo sentimentale per sfuggire a una vita da solo col pesciolino rosso. Ma il destino, in mano a due sceneggiatori, un uomo, Philippe Blasband, e una donna (l'attrice stessa), ha in mente altro (...). Capitolo finale di una trilogia di amorosi sensi che evita ogni tradizione e bilancio, il racconto si potrebbe chiudere a cerchio nel finale, tipo i Coen, ma non cerca un the end definitivo. L'autore si adopera per trarre il meglio dal dramma carcerario con alcune scene musical e i rozzi prigionieri che ballano avvinghiati tra loro il tango, come educazione sentimentale. La libertà almeno provvisoria dei sentimenti è da inseguire, in una commedia piena di falsi indizi e ben girata, dove gli attori muovono passi semplici e doppi tenendo presente che l'emisfero affettivo è il più complesso e che il tango è un magico lasciapassare per il sovvertimento dei sensi. I personaggi sono superiori alla media per scrittura e psicologia e tutto il cast li serve con slancio, dal bravissimo François Damiens, malinconico secondino, ad Anna Paulicevich che non è una star né una miss, ma l'importante è il gioco delle parti, decidere cosa tenersi e a cosa rinunciare." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 febbraio 2014)

"Il belga Frédéric Fonteyne non si può dire un regista prolifico. Dopo dieci anni di assenza dagli schermi ('La donna di Gilles' porta la data dei 2004) torna con un film sceneggiato dalla sua compagna, nonché interprete principale, Anne Paulicevich. L'anticonvenzionale centro drammatico risiede in un quartetto amoroso, trattato senza 'pruderie' ma con un tocco realistico - a risvolti simbolici - molto personale. Quasi un grande film: lo sarebbe stato rinunciando al tono troppo dimostrativo e valorizzando le scene di danza (specie quelle in carcere), che sono la sua carta migliore." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 13 febbraio 2014)

"(...) il terzo film di Fonteyne, regista belga dell'indimenticato 'Una relazione privata', sarebbe solo un bizzarro 'trapezio' amoroso, servito da un cast perfetto e da una regia straordinaria, con qualche licenza di verosimiglianza e sviluppi non sempre imprevedibili, malgrado le psicologie tutt'altro che banali (specie lei). Ma il tango non è solo l'occasione d'incontro fra due personaggi lontani come la vibrante Alice e il timido secondino. È anche il codice, il passepartout, il linguaggio universale che irromperà nel carcere portando un soffio di follia, e forse di utopia in quegli spazi angusti, fra quei corpi brutali. Oggi che il genere carcerario rifiorisce nei più diversi modi, una bellissima sorpresa." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 febbraio 2014)

"'Tango Libre', già vincitore degli Orizzonti di Venezia 2012: empatica e libera, la regia è del belga Frédéric Fonteyne, che conclude in bellezza la trilogia femminile e amorosa iniziata con 'Una relazione privata' (1999) e proseguita con 'La donna di Gilles' (2004). Come il tango, il film non ha paura della complessità - del plot, e non solo - e si destreggia abilmente tra generi diversi e registri intermittenti: passioni e tradimenti, sbarre e aneliti, meta-cinema (il ruolo dello spettatore) e spontaneità. Suvvia, concedetevi questo ballo. (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 13 febbraio 2014)

"Il suo regista (...) è il belga Fonteyne che incantò ornai molti anni fa con 'Una relazione privata' al quale, però, seguì il molto meno riuscito 'La donna di Gilles'. Il terzo capitolo dell'ipotetica trilogia, racconta i complicati intrecci amorosi di un quartetto bisex incatenato e, in un certo senso, esasperato dalla passione per il tango: raggelando la materia con uno stile asciutto e il rispetto dell'ambigua ritualità del ballo, Fonteyne tenta di mettere in campo la sua strategia di voyeurismo intelligente, basato cioè più sul tormento istintuale che sullo shock dello scandalo. Nonostante la buona prova degli attori non belli, ma proprio per questo conturbanti, la progressione noir s'incarta un po' su se stessa e lascia rimpianti." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 13 febbraio 2014)

"(...) 'Tango libre', ultimo film di Frèdèric Fonteyne, regista belga di 'Una relazione privata' e 'La donna di Gilles' che si è specializzato nell'analisi delle relazioni uomo-donna. Si tratta di una sorta di melodramma carcerario, un triangolo amoroso che vede incrociare i destini di più personaggi uniti dall'amore per una donna. (...) 'Tango libre' per essere un melodramma carcerario che ha il tango come sfondo metaforico e musicale, con tutte le sue classiche implicazioni, è piuttosto freddo, ma questa «temperatura» sembra essere voluta, un calcolo preciso che vuole tenere sotto controllo l'emotività per far emergere il mistero che sottende le scelte amorose, sempre che di «scelta» si parli quando si ha a che fare con l'amore. Tutto incentrato sui personaggi, il film vale per quello che gli attori riescono a dare e a trasmettere. Più intensa è la recitazione di Anne Paulicevich e non a caso, visto che la sceneggiatura originale è sua. E lei la 'femme fatale', quella intorno alla quale ruotano i destini di tre uomini e un ragazzino, ma se è fatale lo è in un modo nuovo e credibile." (Dario Zonta, 'L'Unità', 13 febbraio 2014)

"Intrecci sentimentali e passione a ritmo di tango, con al centro questa splendida figura femminile che ama senza convenzioni, una mantide religiosa sensuale come la colonna sonora del film." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 13 febbraio 2014)

"Ritmi lenti, lunghe pause, le immagini sempre alla ricerca solo degli occhi. Con risultati molto più coinvolgenti di quelli ottenuti da Fonteyne ne 'La donna di Gilles', il film realizzato prima di questo. I personaggi, pur sempre chiusi nei loro silenzi, salvo quando esplodono le furie gelose tra Fernand e Dominic, hanno un loro segno spesso plausibile, solo smentito dal lieto fine quasi avventuroso con cui si è incautamente pensato di concludere. Ne è responsabile Anne Paulicevich che ha ritenuto di poter firmare da sola la sceneggiatura, dandosi in più anche la parte di Alice in cui svela invece una mancanza totale di carismi (anche se, in fondo, come François Damiens, la guardia carceraria, deve solo recitare con gli occhi)." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo - Roma', 14 febbraio 2014)
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