T2 Trainspotting

GRAN BRETAGNA - 2017
2,5/5
T2 Trainspotting
Prima c'è stata un'occasione... poi c'è stato un tradimento. Sono passati vent'anni. Molte cose sono cambiate, ma altrettante sono rimaste le stesse. Mark Renton torna all'unico posto che da sempre chiama casa. Lì ad attenderlo ci sono Spud, Sick Boy, e Begbie, insieme ad altre vecchie conoscenze: il dolore, la perdita, la gioia, la vendetta, l'odio, l'amicizia, l'amore, il desiderio, la paura, il rimpianto, l'eroina, l'autodistruzione e la minaccia di morte. Sono tutti in fila per dargli il benvenuto, pronti ad unirsi ai giochi.
  • Altri titoli:
    Trainspotting 2
  • Durata: 117'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Tratto da: libri "Porno" e "Trainspotting" di Irvine Welsh (ed. TEA)
  • Produzione: ANDREW MACDONALD, DANNY BOYLE, CHRISTIAN COLSON, BERNIE BELLEW PER DNA FILMS, DECIBEL FILMS, CLOUD EIGHT FILMS
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
  • Data uscita 23 Febbraio 2017

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Che fine hanno fatto Mark Renton, Sick Boy, Begbie e Spud? 20 anni dopo, li ritroviamo ognuno per la propria strada. Ma la vita non sembra avergli regalato chissà quali soddisfazioni, e il ritorno di Mark a Edinburgo porterà a una reunion piena di tensioni, rimorsi, nostalgie e nuovi progetti (?) per il futuro.

Ispirandosi molto liberamente a Porno di Irvine Welsh (romanzo che raccontava le gesta dei protagonisti di Trainspotting, nove anni dopo), Danny Boyle prova a rituffarsi nella mitologia di un film che, nel 1996, segnò drasticamente l'immaginario collettivo. Ancora una volta partendo da uno script di John Hodge e riformando la squadra con i quattro protagonisti dell'epoca (Ewan McGregor, Jonny Lee Miller, Robert Carlyle ed Ewen Bremner), Boyle mette da subito in chiaro che la cifra estetica del film vuole mantenersi per certi versi fedele al prototipo, con un montaggio violento e un martellante score (affidato al Rick Smith degli Underworld, che a Trainspotting regalarono il singolo cult Born Slippy, qui accennato in un paio di situazioni), riportando a galla le caratteristiche dei vari personaggi, su tutti le insicurezze del sempre goffo Spud e gli improvvisi e incontrollabili scatti dell'iracondo Begbie.

Il senso dell'operazione, che rimane comunque godibile almeno per la prima parte, alla lunga sembra però perdere di sostanza: certo, il continuo sovrapporsi di immagini presenti e frammenti del passato contribuisce a creare questa sorta di empatia tra lo sviluppo emotivo del racconto e la percezione del ricordo nello spettatore, ma quello che manca è forse una struttura narrativa in grado realmente di giustificare il perché di questo ritorno. L'urgenza che 20 anni fa sembrava alimentare la tossica e sudicia psichedelia di Trainspotting lascia allora il campo ad una sorta di riflessione sul valore dell'amicizia contrapposto alla sete di vendetta, oltre a farci ritrovare (più imbolsiti e invecchiati) di fronte ad una sorta di specchio deformante in cui la nostalgia dei bei tempi andati (quelli in cui era forse meglio restarsene strafatti piuttosto che scegliere la vita) sovrasta la squallida e triste quotidianità del presente. Basteranno Lust for Life e un incredibile, infinito zoom out dalla stanza di Renton per non perdere di vista i treni in transito?...

NOTE

- SEQUEL DEL FILM "TRAINSPOTTING" DIRETTO DALLO STESSO DANNY BOYLE NEL 1996.

- FUORI CONCORSO AL 67. FESTIVAL DI BERLINO (2017).

CRITICA

"Naturalmente non era facile passare dal nichilismo giovanile delle droghe ai rimpianti e alla disillusione della mezz'età, o poco meno, sia pure camuffati da 'reunion'. Ma è proprio questo triplo salto mortale a rendere l'indiavolato 'T2' così dannatamente divertente da vedere (luci, inquadrature, effetti di montaggio: quella che per tanti registi mediocri è solo retorica, per Boyle e il suo direttore della fotografia Anthony Dod Mantle è un'arte) e insieme così terribilmente lucido e amaro. Di colpo siamo costretti a vederci riflessi in quei tossici criminali. Nessuno si sarebbe identificato in loro per un secondo. Ed ora eccoli depositari di tutto ciò che di buono c'era (anche) nella loro epoca. Perché nemmeno l'abuso di droghe lenisce i morsi della nostalgia. Ma la cosa più importante è che tornando sui luoghi delle loro scelleratezze giovanili, e rinfacciandosi senza pietà bassezze e occasioni perdute mentre cercano di realizzare un ultimo colpaccio insieme, questi amici/nemici avranno anche modo di analizzare, riordinare, forse perfino capire il senso delle loro avventure. Scoprendosi tristemente simili a tanti altri maschi meno avventurosi della loro età (bellissimo il ritorno di Mark/Ewan McGregor nella cameretta della sua adolescenza: un cliché a cui Boyle dà nuova vita), ma anche protagonisti loro malgrado di una balorda epopea. Quella dei romanzi di Welsh e poi dei film di Boyle. Alla fine è questo forse il regalo - avvelenato - della nostra epoca. La memoria, la consapevolezza. Lungo i magnifici titoli di coda un intero mondo crolla, letteralmente. Ma non è detto che quello venuto dopo sia migliore." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 febbraio 2017)

"'Trainspotting' fu un pugno nello stomaco e acquisì in breve lo status di oggetto di culto, che tutt'oggi conserva. Il ritratto nichilista di una periferia giovanile e proletaria britannica in antitesi con la visione costruttiva e classista di un Ken Loach, sviluppo radicale dell'ancora timido antagonismo sociale raccontato tra anni 50 e 60 dal Free Cinema. Ma qui il nuovo messaggio di pentimento per le derive e le rovine causate, c'è poco da fare, risulta più debole e sbiadito. E in realtà il personaggio che risulta più potente è quello interpretato da Carlyle: disperatamente irriducibile nell'attaccamento a una vita di espedienti e di piccoli soprusi - tristissimo e toccante il suo confronto con il figlio per bene e studioso, che si preoccupa di fargli capire di non voler seguire le sue orme. Troppo tardi (anche ammesso che lo voglia) per inseguire il cambiamento." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 23 febbraio 2017)

"(...) ancorché sempre nutrito dai romanzi di Irvine Welsh, non è un capolavoro come il prototipo però esibisce ancora in grande spolvero i quattro protagonisti sul saliscendi dello stile eversivo di Boyle.(...) Inutile stare a sottilizzare: quello che conta, visto che l'effetto deflagrante era in partenza irrecuperabile, è la cinica esaltazione del piacere di un istante, lo humour dissacrante a 180 gradi e il ghigno di un progetto anarchico non negoziabile con qualsivoglia retorica." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 23 febbraio 2017)

"Piacerà perché i personaggi sono azzeccati come quelli del 1997 e gli attori sono anche più bravi. E le loro odierne vicende plausibili (e giustamente prevedibili). È assente l'arma vincente del '97: la provocazione. La cifra narrativa scelta da Danny Boyle è stavolta la malinconia, una tristezza che scivola in platea come un sottile messaggio di morte." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 febbraio 2017)

"Se il primo film era calato nel suo tempo, questo seguito, che si alimenta proprio dell'ineluttabile trascorrere di questo, con le disillusioni e il naufragare dei sogni giovanili, sembra una tiepida minestrina. Le operazioni nostalgia, al cinema, difficilmente lasciano il segno. Come questo sequel." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 23 febbraio 2017)

"(...) non è convenzionale l'impegno stilistico a incorniciare le macerie di una generazione esorbitante e spavaldamente autodistruttiva di eroinomani: Boyle ricorre, nel bene e nel male, a spezzoni memo-lisergici del primo film e la macchina del tempo si mette in moto. Cast efficace proprio all'anagrafe. Meno convincente il piano di realtà della vicenda." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 3 marzo 2017)
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