Summer

Leto

RUSSIA - 2018
3/5
Summer
Leningrado, anni Ottanta. In barba alla censura della Russia Sovietica, Mike e la sua band hanno una passione sfrenata per il rock che arriva illegalmente dagli Stati Uniti. Un giorno d'estate, fra birre, chitarre e falò, Mike e sua moglie Natasha conoscono Viktor, musicista emergente. È un colpo di fulmine: Mike lo prende sotto la sua ala, mentre fra Viktor e Natasha nasce un delicato gioco di emozioni contrastanti. Kirill Serebrennikov ripercorre la storia di due band che hanno fatto la storia del rock russo, gli Zoopark e i Kino. Applaudito al Festival di Cannes, Summer è un film romantico che riporta l'incanto di un mondo sospeso, in cui una generazione piena di ideali si affacciava al mondo cercando, forse in modo naïf, di cambiarlo.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO
  • Produzione: PAVEL BURYA, GEORGY CHUMBURIDZE, MIKHAIL FINOGENOV, MURAD OSMANN PER HYPE FILM, IN CO-PRODUZIONE CON KINOVISTA
  • Distribuzione: I WONDER PICTURES
  • Data uscita 15 Novembre 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Leningrado, un’estate di primi anni ’80: si guarda a ovest, almeno per la musica. Lou Reed, Marc Bolan e i T-Rex, David Bowie e Mick Jagger, Led Zeppelin e Blondie, Iggy Pop e quell'"arrogante" di Lou Reed, e perfino Amanda Lear: Mike Naumenko (Roman Bilyk) è una promessa rock star, frontman del gruppo Zoopark (è storia, non finzione), studia da grande e un po' già lo è, è empatico, determinato, al fianco la bella moglie Natasha (Irina Starshenbaum), da cui ha un figlio. Le geometrie variabili sono quelle del triangolo, e l’allievo dell’uno e il desiderio dell’altra coincidono in Victor (Teo Yoo), che di talento ne ha, e pure di fascino, e sarà il leader dei Kino, in un ideale e fattivo passaggio di testimone sul palco.

Di tre un’estate, tra prove, sigarette e bicchieri, rovelli, confini da spostare e la colonna sonora da aggiornare ogni attimo, ogni fremito, ogni anelito: dal nome d'un pezzo degli Zoopark, Leto (“L’estate”) è in Concorso a Cannes 71, ma senza regista. Il russo Kirill Serebrennikov è rimasto in patria, e non per sua volonta’. E’ agli arresti domiciliari dallo scorso agosto, con l’accusa di corruzione: a nulla sono valse le pressioni del festival francese, e il sostegno di registi e attori connazionali che ravvisano nella sua cattivita’ la decisione del governo russo di ridurre ai minimi termini il dissenso degli artisti. Ovviamente, Leto s’accompagna a questa situazione biografica: non politicamente, ma esistenzialmente, Mike, Viktor e Natasha scorgono la Perestroika, e forse oggi ne servirebbe un’altra.

Girato in un sapido bianco e nero, con intermezzi di colore, graffiti ed altri effetti ameni, Leto non è nulla di nuovo, è troppo lungo, quantomeno dilatato, ed è facile sottolinearne debiti, simmetrie, derivazioni, eppure ha qualcosa di genuino, a partire da un condivisibile, elementare assunto: giovani è belo, anzi, meglio. Underground e maledettismo, ma senza strafarsi, coppia e adulterio, ma senza approfittare, rock e roll, ma senza esagerare, Leto è intenzione, istanza e oggetto desiderante, in primis liberta’. Senza entusiasmi, è un film discreto.

NOTE

- IN CONCORSO AL 71. FESTIVAL DI CANNES (2018).

CRITICA

"(...) Kirill Serebrennikov allo scorso Festival Cannes, dove il suo nuovo film Leto era in concorso, non c'era; (...) mentre gli attori e l'equipe del film, salendo le «Marches», avevano innalzato uno striscione chiedendone la liberazione. Serebrennikov è agli arresti domiciliari per un'accusa di frode dall'agosto del 2017, fermato proprio mentre era sul set di Leto - che ha finito al computer in casa - subendo la stessa sorte dei suoi personaggi, solo che lì erano gli anni della grisaglia brezneviana, qui siamo nel millennio neocapitalista di Putin. Eppure... Leto, in sala col titolo Summer, in un bianco e nero graffiato a effetto home-movie dal colore, ci riporta a Leningrado (non ancora tornata San Pietroburgo) negli '80, quando i cambiamenti sembrano impossibili - ma il Muro di Berlino verrà abbattuto non molto tempo più tardi - nonostante come in altri Paesi del socialismo reale un sentimento punk-rock attraversi i desideri delle generazioni più giovani. (...) Parla di loro il film di Serebrennikov, anche se il biopic al regista interessa fino a un certo punto, cosa che gli permette una leggerezza emozionale e soprattutto di sfuggire al cliché della rockstar «maledetta» su schermo, cercando invece una corrispondenza intima tra la sua narrazione e quella delle canzoni, tra le vite e la loro invenzione. ll suo è un racconto crudele della giovinezza, dei sogni che evaporano nei cambiamenti, degli amori che finiscono, delle certezze. (...) Ma Serebrennikov si ferma prima, quando le cose possono ancora accadere. «Il nostro amore è da ragazzini, camminiamo mano nella mano» dice Natalia a Mike parlando di Viktor. Non è successo nulla, non succederà nulla, ma in quello spazio prima di ogni cosa, anche di un bacio innocente, c'è questa estate in cui tutto comincia, il disordine, le scoperte, il sentimento della possibilità." (Cristina Piccino, 'il manifesto', 15 novembre 2018)

"L'ultimo film di Serebrennikov è stato presentato al Festival di Cannes con gran clamore, perché il suo autore, oppositore di Putin, era agli arresti domiciliari in patria, con accuse molto sospette di malversazioni di fondi (il processo è cominciato finalmente una settimana fa). Il film però non parla del presente, bensì del crepuscolo del regime comunista, attraverso la storia vera della band degli Zoopark, guidata da Mike, e del loro incontro con un altro cantante, Viktor, che darà vita ai Kino. (...) Il film è girato in un bianco e nero lucido, da videoclip dell'epoca, alternato a momenti più realistici con macchina a mano. Tra le sequenze più memorabili, una specie di idillio panico estivo in riva al mare e soprattutto alcuni intermezzi onirici, in cui viene mostrato il sogno di una realtà diversa con toni da musical, sulle note di Psycho killer dei Talking Heads odi The passenger di Iggy Pop (cantata dai passeggeri di un tram): e in questi casi lo stile può ricordare i film di Julien Temple, autore di AbsoluteBeginners e di vari documentari musicali. Quello che viene cantato (letteralmente) sullo schermo è insomma un costante anelito generazionale, in fondo frustrato, a una libertà e a una ribellione che esplodono in sogno. E una scritta ci ricorda la fine improvvisa e prematura dei due protagonisti, morti entrambi a poca distanza di tempo, tra il '90 e il '91, proprio negli ultimi mesi di vita dell'Urss. La struttura in fondo è quella della classica biografia delle rockstar, per quanto meste e, per così dire, ristrette nei limiti dell'Unione Sovietica. A dare uno scatto in più, però, è l'assunzione, seppur non esplicita, del punto di vista femminile: lo sguardo a tratti è quello di Natasha, a un certo punto divisa tra i due musicisti, e confinata a un ruolo passivo, che però permette di vedere una verità umana profonda su un mondo di maschi. E in un angolino c'è anche un occhialuto personaggio che fa da commentatore, dentro e fuori la storia: evidente autoritratto del regista, che all'epoca degli eventi era appena adolescente ma riesce a tratti a dare l'impressione delle cose viste in prima persona." (Emiliano Morreale, 'la Repubblica', 15 novembre 2018)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy