Sorry We Missed You

GRAN BRETAGNA, FRANCIA, BELGIO - 2019
3/5
Sorry We Missed You
Esplorare la questione delle difficoltà nella Gran Bretagna moderna attraverso la storia di una giovane coppia che cerca di sopravvivere in un mercato del lavoro occasionale.
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: REBECCA O'BRIEN PER SIXTEEN FILMS, COPRODOTTO WHY NOT PRODUCTIONS, WILD BUNCH, LES FILMS DU FLEUVE
  • Distribuzione: LUCKY RED
  • Data uscita 2 Gennaio 2020

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Ancora Newcastle, dopo I, Daniel Blake, Palma d’Oro nel 2016, e ancora il caro vecchio Ken Loach, stavolta alle prese con le nefandezze della gig economy, in particolare delle consegne da un giorno per il successivo. In Concorso a Cannes 72, dove ambisce alla terza Palma (nel 2006 per Il vento che accarezza l’erba la prima), Sorry We Missed You inquadra una famiglia che sta per saltare in aria, complice appunto l’economia dei lavoretti (gig economy), dove ognuno è padrone di se stesso e schiavo di tutti gli altri. Tale è il capofamiglia Ricky (Kris Hitchen), che perso il lavoro nelle costruzioni si reinventa corriere freelance alle dipendenze, solo in termini vessatori, di tale autoproclamato re degli stronzi Maloney (Ross Brewster). All’uopo, deve farsi un furgone, e l’unica possibilità per ottenerlo è vendere l’auto della moglie Abby (Debbie Honeywood), che assiste a domicilio anziani e infermi con un contratto, capestro, a zero ore. Assorbiti e prostrati, soprattutto Ricky, i due hanno poco tempo per occuparsi dei figli, Seb (Rhys Stone) che si divide tra graffiti, poca scuola, qualche furto e il rifiuto dell’autorità e Liza Jane (Katie Proctor), saggia e sensibile.

Non può non tornare in mente L’altra verità (2010), sui contractor in Iraq, non per il tema, ma per la rabbia che è il vero fil rouge di Sorry We Missed You – titolo beffardo, viene dal flyer per la mancata consegna, pas de sentiments – e rischia persino di travolgerlo. Così totalizzante l’avversione di Loach per la gig economy, e derivati, che il film sembra assemblare una serie di sfortunati eventi ai danni, sopra tutto, di Ricky, affinché la stigmatizzazione possa elevarsi a potenza: si rischia, così, non solo il paradigmatico, ma anche il programmatico, con qualche spiegone, esemplarità, “colpirne uno per educarne cento” di troppo.

Per carità, Loach ancora in team con il fedele Paul Laverty alla scrittura pensa onesto e gira sincero, con una passione civile e una vis politica senza eguali, ma al netto dell’empatia di Abby, della purezza contagiosa di Kiza – Katie Proctor è un miracolo – si sente la grana del saggio, l’architettura a tesi, e tesi giusta: manca, se non a tratti, l’emozione gratuita e non funzionale allo stigma, ancor più, manca il sol dell’avvenire, ovvero il riscatto equo e solidale. Che la gig economy abbia annichilito anche i working class hero? Sta di fatto, la rabbia di Loach è condivisibile, il film perfettibile o, meglio, liberabile.

NOTE

- IN CONCORSO AL 72. FESTIVAL DI CANNES (2019).
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy