Sister

L'enfant d'en haut

SVIZZERA, FRANCIA - 2012
4/5
Sister
Il 12enne Simon e la sorella maggiore Louise vivono di espedienti nella valle industriale al di sotto di uno sci-resort di lusso svizzero. Simon deruba i ricchi turisti del posto, vendendo poi la refurtiva ai coetanei di fondovalle e ad alcuni impiegati del resort, tra cui un cuoco inglese. Di fatto è Simon a prendersi cura di Louise che, sbandata, si trova spesso senza lavoro e intrattiene relazioni con diversi amanti, a volte scomparendo di casa per giorni. Quando Louise sembra aver finalmente trovato un uomo con cui stabilire un rapporto equilibrato, uno strano segreto che lega lei e Simon viene a galla e lo scontro tra i due sarà inevitabile...
  • Altri titoli:
    Sister
  • Durata: 97'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP, 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: ARCHIPEL 35, VÉGA FILMS IN COPRODUZIONE CON RTS RADIO TÉLÉVISION SUISSE, BANDE À PART FILMS
  • Distribuzione: TEODORA FILM E SPAZIOCINEMA (2012)
  • Data uscita 11 Maggio 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Luca Pellegrini
Prima o poi esploderà. E' così enorme e fastidioso il baratro tra ricchezza e povertà, benessere e indigenza, felicità (di pochi) e dolore (di molti), sono così stridenti le diversità, le angosce quotidiane tra chi deve decidere da quale pista scendere e chi deve scegliere quale paio di sci o di guanti rubare, che la collisione è inevitabile. E con la collisione, il peggio. Dolente e appassionante è il film di Ursula Meier: l'esplosione non avverrà nella stazione sciistica delle Alpi dove lo scaltro Simon ruba ai turisti ricchi per sopravvivere e far sopravvivere la giovane sorella (?) con la quale condivide disagevoli giornate, mete a brevissimo raggio (il pane, un letto, una carezza), rabbia covata, disprezzo per gli altri. Tutti sono complici, tutti sono vittime: ladri e derubati, l'immoralità del furto e quella della povertà, del benessere buttato in faccia a chi non lo conosce e non lo gode, la vertigine di tante esistenze (troppo ricche o troppo povere), colmato dalle vacanze per alcuni o dalla rabbia per altri. Ursula Meier dice di aver girato un film "verticale" e questa vertigine, questa salita e discesa, questo vuoto tra l'alto e il basso, scandisce tutte le immagini e i dialoghi, i volti e i gesti: in alto c'è il dominio bianco e luminoso di chi sta bene, in basso le zolle di terra sporca e grigia di chi sta male (una differenza anche geografica ed estetica, non solo antropologica); la funivia che collega i due mondi è il mezzo per Simon di andare a procacciarsi oggetti e grana e per il turista di divertirsi e poi tornare ai caldi chalet. Tutto ha una potente e formidabile forza narrativa, a cominciare dalla sorella e dal fratellino: Léa Seydoux (reduce da Midnight in Paris e Mission Impossible 4), stretta in una giacca a vento di lusso, ovviamente rubata, che scalda un corpo spesso venduto, e ovviamente affamato; Kacey Mottet Klein, che potrebbe passare per il discolo della porta accanto, se non fosse, invece, alla sua tenerissima età un piccolo farabutto che ruba, smercia, mente, soffre e non piange, non si lamenta e non si pente mai. Non si parteggia per lui e per lei, non si parteggia per la ricca inglese in vacanze coi figlioletti, lo sciatore violento che pesta di botte Simon, il cuoco inglese che è complice dei suoi furti, il fidanzato della sorella che gli fa provare l'ebbrezza di una BMW e lo schifo della sua passione interessata.Come per il precedente Home, Ursula Meier lega azioni e reazioni agli ambienti che le accolgono e le respingono, creando continue frizioni che si amplificano e scintillano più coi silenzi che con le parole, gli sguardi più che le espansioni, le attività nascoste e per nascondere, più che gli espliciti riconoscimenti delle persone per ciò che sono realmente e ciò che fanno di bene e di male, le loro paure (d'essere derubate o essere ladri), le illusioni incoscienti di chi è sicuro che nulla cambi e chi lotta perché tutto cambi. La funzione etica e sociale di questo film, indubbia, è non soltanto quella di esplorare e contestualizzare rapporti umani e familiari (di tutti) portandoli alla soglia della dignità. Ben più marcata è quella di grattare certezze e coscienze. Tutto espresso con grazia, sottigliezza psicologica, non rivendicazione delle colpe, molta ansia di giustizia.

NOTE

- PREMIO SPECIALE-ORSO D'ARGENTO AL 62. FESTIVAL DI BERLINO (2012).

CRITICA

"L'opera per ora più convincente tra quelle in gara quest'anno (...), rimanda al rigore stilistico, ma anche morale dei fratelli Dardenne. (...) Girato alla giusta distanza dal cuore dei personaggi il film racconta la disperata ricerca d'amore e protezione del piccolo ladro sullo sfondo di una società ricca indifferente alle sofferenze altrui. Ma quando ogni cosa sembra respingere il protagonista, ecco ristabilirsi il legame (...)in un finale aperto che però non lascia dubbi sul bisogno di essere una famiglia." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 14 febbraio 2012)

"Quando il film sembra riproporre solo immagini di normale miseria quotidiana, un colpo di scena geniale quanto inaspettato ribalta ogni prospettiva, aprendo allo spettatore nuove domande e curiosità. Che una regia controllata e minimale si incarica di 'svelare' con un pudore pari solo alla sua maestria." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 14 febbraio 2012)

"Una storia d'amore è anche 'L'enfant d'en haute', il nuovo film di Ursula Meier (...), molto atteso dopo il successo del precedente 'Home', di cui la regista svizzera riprende la dimensione paradossale nel rapporto tra un ambiente e coloro che lo abitano. (...) Senza retorica né sensi di colpa d'abbandono, 'L'enfant d'en haute' è un film di guerra crudo con tenerezza." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 14 febbraio 2012)

"In un concorso per ora di livello, è una buona sorpresa anche il franco/svizzero 'L'enfant d'en haut" di Ursula Meier, peripezia tra l'avere e l'essere del dodicenne Simon, indigente ladruncolo che fa i suoi '400 colpi' tra i turisti borghesi dei campi da sci alpini cercando tenerezza dove la risposta sembra essere il potere della prosperità." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 14 febbraio 2012)

"Piccoli Dardenne crescono. Peccato: 'Home', il primo film della regista svizzera, piazzava Isabelle Huppert in mezzo a un'autostrada in costruzione senza aggiungere messaggi. Qui un ragazzino ruba sci, caschi e occhiali firmati ai turisti. Per rivenderli, e con il ricavato sfamare sé e la sorella. Orfanello dickensiano, se ci fosse una trama oltre al personaggio." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 15 febbraio 2012)

"Ora con 'Sister' si conferma autrice tra le più interessanti, con tanto di «medaglia»: Orso d'argento all'ultimo festival di Berlino. Come nel film precedente, folgorante ritratto di nevrosi familiare con autostrada, Ursula Meier prosegue l'indagine sui rapporti di famiglia e i legami affettivi. Ma questa volta abbandonando la chiave tragicomica per votarsi decisamente al dramma. (...) Si sente forte, quasi schiacciante, il riferimento al realismo dei fratelli Dardenne. A cui il film s'ispira non solo per la presenza di Denis Freyd, produttore dei film dei cineasti belgi. Il denaro per Simon è un'ossessione. Col denaro spera di comprarsi tutto. Anche l'affetto di Louise a cui lo presta, lo regala. Mentre lei, invece, è distante. Lo allontana, cerca di escluderlo dalla sua vita. Simon le offre denaro anche per poterle strappare un abbraccio, per tenerla vicina a lui. Suscitando, al contrario, reazioni sempre più dure. Fino a che, con affondo nelle corde più taglienti della crudeltà, verrà svelato il segreto inconfessabile che lega, o peggio, allontana i due. Non immaginatevi morbosità di alcun genere. 'Sister' non va alla ricerca di emozioni forti di facile consumo. Ma piuttosto, senza scivolare nel melodramma, prova ad indagare nei territori più dolorosi dell'affettività." (Gabriella Gallozzi, 'L'Unità', 11 maggio 2012)

"Avevo molto apprezzato, nel 2009, l'esordio della regista franco-svizzera Ursula Meier, con 'Home', un film duro e realistico su una famiglia spinta a un suicidio collettivo perché, proprio davanti alla casetta in cui vivevano, era stata costruita una rumorissima autostrada. Accolto con favore al Festival di Cannes nella sezione 'Un certain Regard', gli fa seguito questo (...) premiato di recente al Festival di Berlino. (...) In una cornice di miseria e di degrado da cui, con i suoi piccoli furti quotidiani, il fratello cerca invano di non essere sopraffatto. Atmosfere molto intense dove si impongono soprattutto i silenzi e qualche velata allusione. Cifre in equilibrio fra dolori e speranze sempre però con riferimenti indiretti perché, per intenderli, ci si affidi quasi soltanto all'intuito. Per merito anche di due interpreti degni di nota, Kacey Mottet Klein, con un'aggressività mitigata da sfumature tenere, Léa Seydoux, con tutte le ambivalenze di un carattere espresso con modi asciutti." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 11 maggio 2012)

"Si intrufola fra i turisti che affollano i campi innevati, trafugando sci o pescando dai giacconi appesi nei rifugi occhiali, monete, merende. Poi nasconde parte del bottino in covi occasionali, si cambia il giubbotto e intraprende il viaggio di ritorno in funivia. Ha l'aria tracotante e poco simpatica il bambino Simon, protagonista di 'Sister', secondo film (Orso d'argento a Berlino) della franco-svizzera Ursula Meier. Quanto alla sorella Louise - con cui il ragazzino vive in uno squallido agglomerato di casermoni giù a valle - è ancor più irritante: una sbandata che non esita a farsi mantenere dal fratellino e spesso lo abbandona, svilendosi in precari rapporti sessuali. (...) Anche se il film, realizzato con rigore naturalistico e recitato da due interpreti straordinari, non è mai compiacente, lo spettatore si scopre inevitabilmente coinvolto in quel mondo di sentimenti vulnerati." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 11 maggio 2012)

"Inquietudini nella Svizzera dei precari. Già, avete capito bene: lontano da banche, orologi e coltelli a protezione di paradisi fiscali, esistono gli elvetici poveri, emarginati, quasi senzatetto. (...) Un neo-neorealismo made in Swiss dei Dardenne o del primo Ken Loach? Forse un'eco di 'Sweet Sixteen' si ode, ma l'intento della cineasta franco-svizzera è di spiazzarci, abbandonando il cinema sociale per levitare in una seducente fiaba dalle sfumature dickensiane, ove il bimbo s'improvvisa ladruncolo dei ricchi turisti sciatori per farsi amare dalla sorella, sfuggente e misteriosa. Premiato in argento all'ultima Berlinale, il tocco della Meier si conferma originale, così come la sua mano sugli attori efficace: sia dell'astro nascente transalpino Léa Seydoux che dell'oggi 14enne Kacey Mottet Klein sentiremo parlare." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 11 maggio 2012)
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