Shame

GRAN BRETAGNA - 2011
2/5
Shame
Il 30enne newyorchese Brandon è apparentemente un uomo di successo, ma nell'intimo della sua vita privata nasconde una logorante dipendenza sessuale. Brandon, infatti, pratica ogni sorta di sesso reale e virtuale dividendosi tra una serie di storie senza futuro e incontri di una notte. Fino a quando sua sorella Sissy, una ragazza ribelle e problematica, irrompe nel suo confortevole appartamento con la sua richiesta di attenzione e affetto. Il ritmo metodico e ordinato della vita di Brandon entrerà in crisi e lui, sempre più disperato e furioso, per sfuggire al difficile rapporto con la sorella sprofonderà nel vortice oscuro dei bassifondi di New York...
  • Durata: 99'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT, 2K/TECHNISCOPE, 35 MM/D-CINEMA (1:2.35)
  • Produzione: SEE-SAW FILMS, FILM4
  • Distribuzione: BIM - DVD E BLU-RAY: 01/BIM; DVD: FELTRINELLI/BIM (2013)
  • Vietato 14
  • Data uscita 13 Gennaio 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Chi ha visto Hunger, crediamo, ci rimarrà male di questa opera seconda. Steve McQueen torna a dirigere Michael Fassbender, ed entrambi si confermano all’altezza: il regista londinese (solo omonimia con il celebre attore) sa girare, sa stare attaccato ai corpi e esplorare il milieu, mentre Fassbender, alla seconda prova in concorso a Venezia 68 dopo il Carl Gustav Jung di Cronenberg, sa recitare, ha sex-appeal e poliedricità.
Il problema è un altro: queste doti sono al servizio di una storia furba, ricattatoria, moralistica e, in definitiva, reazionaria. Vediamo perché. Fassbender è Brandon, bello, bravo (nel lavoro), edonista e nichilista. Soprattutto, erotomane: ogni sera una donna diversa (prezzolata o meno, poco importa), un po’ di chat e video porno (di cui intasa pure il pc in ufficio), masturbazioni a tutte le ore.
Ma Brandon, lo sentiamo, merita di più, perché Brandon è bello, vero e quindi come può non essere buono? Lo diceva pure Aristotele, no? Comunque, per aspera ad astra, e a proposito capita la sorellina Sissy (Carey Mulligan), che piomba nel suo appartamento newyorkese. Quel loculo non sarà più amoenus: Sissy è un po’ fuori di testa, un po’ cantante (New York, New York versione nenia, e Brandon piange: si può capirlo) e, appunto, un po’ sorella. Sissy non sta bene, ma capisce che Brandon sta peggio. Perché Brandon possa capitolare, Sissy deve fare come lui, portandosi a letto il capo del fratellone: Brandon accusa il colpo, e si scopre moralista.
Che sia arrivato il momento di cambiare vita, cercare una relazione seria, scambiare la solita sinfonia di sessualità meccanica con una nuova partitura morale?
Complice una collega, Brandon ci prova: primo appuntamento senza sesso, bacetto in ufficio l’indomani, quanto basta per prepararsi al grande passo. Fare l’amore, ma incredibilmente – manco la coca aiuta – qualcosa s’inceppa: Brandon non ce la fa, ma che strano… Ecco che la definitiva “discesa agli inferi” può iniziare: prima tappa un bar, dove si spinge a tal punto nelle avances che le prende, poi una sortita omosex, infine, un rapporto a tre con due donne. Tanti delitti possono rimanere senza castigo: ovviamente no. E ovviamente ci pensa la sorellina: come sa fare lei…
E’ Shame, e la vergogna in effetti c’è: ci sono le “vergogne” di Fassbender e con lui tanti altri corpi esibiti e mandati al macello. Non a caso, la chiave, l’ideologia di fondo è pornografica. Come nel porno, al pubblico è servita una castrazione dei sensi camuffata da libertà sessuale, una reazione scambiata per rivoluzione.
In questo caso, anche grazie alla drammaturgia del romanzo di (de)formazione, secondo le traiettorie del rise and fall amorale e del coming to age etico, e degli strumenti di scrittura (sceneggiatura di Steve McQueen e Abi Morgan): dalla furbizia al ricatto, passando per l’immedesimazione.
Perché Brandon è bello, Brandon ci sa fare e ora Brandon soffre pure. Rabbioso come un cane, ma sempre cool: dunque, come non sentirsi lui, nella gioia e nel dolore? Non vi basta? E allora rimane la sua ultima parola: “Dio”. Capito l’approdo, capita la furbizia?

NOTE

- COPPA VOLPI PER LA MIGLIORE INTERPRETAZIONE MASCHILE (A MICHAEL FASSBENDER) ALLA 68. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2011). IL FILM HA OTTENUTO INVECE: PREMIO FIPRESCI, PREMIO ARCA CINEMAGIOVANI E PREMIO CINEMAVVENIRE.

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2012 PER MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (MICHAEL FASSBENDER, FILM DRAMMATICO).

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2012 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.

CRITICA

"Un po' moralistico il chiacchierato film di Steve McQueen lo è già nel titolo 'Shame' che induce a equiparare sesso e vergogna. E così come i romanzi minimalisti degli anni '80 parlavano della New York da bere epicentro droga e finanza, qui il meccanismo è lo stesso ma il sesso diventa la star. (...) Tutto ripiegato su un maxicomplesso di colpa post coitum, come neanche Bergman e Fellini l'hanno mai sognato, e sul cogito ergo sum sulle rive dell'Hudson aiutato da Bach, il film è un poco telecomandato nei suoi sviluppi narrativi. E' teso e freddo, senza esborsi emotivi nella facciata glamour di un Homo eroticus che non ha la corposità fantasessuale dei personaggi di Roth e si trova sempre più solo. (...) Notturno, scandaloso ma entro certi limiti (è cult il nudo frontale del bravissimo Fassbender), il film di McQueen (autore dell'inedito 'Hunger') è un oltraggioso film indipendente alla Solondz ma patinato, in cui il cast porta notevole valore aggiunto. Non solo il già citato Michael (Coppa Volpi a Venezia, poi si vedrà) ma Carey Mulligan è così intensa che è l'unica che rompe la perfezione dello psicotico intreccio per scuotere chi va a letto presto. Ci voleva Jung ma Fassbender aveva già dato, in questo senso." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 13 gennaio 2012)

"Tra tanti film che spiegano troppo, o si perdono in troppe piste narrative, eccone uno che suona una corda sola ma la suona da maestro. Parliamo di 'Shame', cioè 'Vergogna', seconda regia del londinese Steve McQueen (non confondere col divo americano). (...) Anche se al centro di tutto resta sempre Brandon/Fassbender con le sue avventure senza domani, la sua necessità di eccitarsi per sentirsi vivo, il suo probabile, oscuro, irrimediabile disprezzo di sé. E una anaffettività così totale da precludergli ogni possibile relazione (ne farà le spese una collega ben disposta). Fino a quella lunga scena di depravazione notturna che lo vede, sempre più disperato e furioso, sprofondare in un vortice di amplessi selvaggi. Come la furia con cui McQueen scolpisce la solitudine dei personaggi sul bianco accecante delle epidermidi e sulle tinte livide di una New York tutta vetro e acciaio. Danzando sull'orlo di quel vuoto che è il vero soggetto del film. Vuoto urbano, vuoto interiore, vuoto domestico (l'appartamento di Brandon è un concentrato di freddezza high tech). Un grande film, da appaiare a 'Intimacy' di Chéreau per il coraggio e la radicalità con cui scava nel corpo e nei suoi palpiti più segreti i sentimenti meno ovvi e confessabili." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 13 gennaio 2012)

"Quattro anni fa l'artista londinese Steve Rodney McQueen debuttò col folgorante 'Hunger'. Ha impressionato molti anche il suo secondo film, 'Shame', presentato a Venezia: nera storia metropolitana del trentenne Brandon, uomo in carriera schiavo di una dipendenza ossessiva. (...) Con ciò si vuol dire che McQueen avrebbe dovuto dare al film un taglio psicologico? Niente affatto. Però la sua ottica fenomenologica (che pure si concretizza in alcune sequenze visivamente molto belle) finisce per sottendere un nichilismo un po' semplificato. E anche rétro: come rimasto fermo alla letteratura anni 80 di Bret Easton Ellis & Co. sui patimenti da mancanza di senso che affliggevano gli yuppies." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 13 gennaio 2012)

"Nella cornice di un'algida Manhattan, 'Shame' - riuscitissima opera seconda dell'inglese Steve McQueen, noto artista visuale - pedina il protagonista nel suo progressivo sprofondare nel degrado dopo l'entrata in scena di una sorella sballata, tenera e afflitta da mania suicida. Una battuta accenna a un eventuale dramma familiare, ma 'Shame' non è un film psicologico. Come da titolo, è una dolorosa odissea di espiazione sullo sfondo di un mondo vuoto di valori che McQueen svolge combinando raffinata nitidezza di stile con un'intensa vena emozionale. E se la Mulligan si conferma una delle attrici più interessanti dell'ultima ondata, Fassbender nella sua struggente auto distruttività è semplicemente straordinario. Già insignito a Venezia della Coppa Volpi, è ora in corsa per il Golden Globe e certamente lo ritroveremo nella cinquina degli Oscar." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 13 gennaio 2012)

"La libertà non sempre ti viene privata da altri... Molto atteso dopo 'Hunger', sul martire dell'Ira Bobby Sands, e reduce dal successo di Venezia, 'Shame', opera seconda dell'artista visivo nerobritannico Steve McQueen, si occupa di «vergogna», sue origini e conseguenze. (...) Un tuffo, stilisticamente, nel genere gay anni 70, alla ricerca del tempo perduto, ma in trance, senza detour, rendendo 'consumistica' e seriale, non «alternativa» e ispida (come fu la svolta di Andrew Logan o Derek Jarman) l'adesione alla (o l'attenzione per la) visione omosessuale del mondo. L'horror vacui invece Brandon lo combatte cancellando nuovamente il tempo, dandogli lo stesso ritmo battente e annichilente del 'sex-addicted' etero. Invece di affrontare quello spazio vuoto che sta «dentro». La conoscenza di sé. Il prendersi cura di sé degli stoici, è il fuori campo che suggerisce McQueen agli alienati imbambolati bisex. Fassbender è all'altezza di questo personaggio, sfocato come in un Bacon, e della pulsione sessuale bifronte graficizzata da Steve McQueen e dalla cosceneggiatrice Abi Morgan (...). E aggiunge tonalità inedite al personaggio dello yuppy in crisi. (...) In fondo il film ci rassicura: tutti noi siamo vittime del sesso, irresistibilmente imposto con la cocacola e i cereali della colazione ogni mattina. E sembra darci, come fosse una buona zia, degli ottimi consigli su come comportarci bene in società. Perché il male si vince sempre." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 13 gennaio 2012)

"Non fatevi ingannare da chi blatera di 'film-scandalo'. Non c'è nulla di 'scandalistico', in 'Shame'. Nessuna 'pruderie', nessun viagra audiovisivo. 'Shame' mette in scena Thanatos, non Eros. Non insegue l'amore, corteggia la morte. E mostra quanto desiderio di morte ci sia in quell'ossessione d'amore (e di sesso, carne, godimento, piacere...) che sembra dominare tanta parte della società occidentale contemporanea. (...) Brandon (Michael Fassbender, Coppa Volpi a Venezia come miglior attore) non è un Don Giovanni. Non seduce, stupra. Non corteggia, compra. Non desidera, si punisce. E lo fa con tale sistematica incontinenza da far pensare che il sesso, per lui, sia ancora e soprattutto 'vergogna'. Maledizione biblica. 'Cupio dissolvi'. 'Shame' è un film necrofilo. È dominato dal desiderio di morte fin dalla prima inquadratura, che riprende Brandon dall'alto, immobile sul letto, ricoperto da un lenzuolo azzurrognolo. L'inquadratura è innaturalmente lunga, quasi a contemplare una sorta di 'rigor mortis' del protagonista (...) Guardate con attenzione, nel finale, la discesa agli inferi di Brandon, prima nel 'privé' per omosessuali e poi nell'orgia a tre. Con crudezza anatomica il regista insiste sul suo volto, sulle sue smorfie, i suoi gemiti, i sussurri e le grida. Sembra piacere, ma è dolore. Forse quelle urla smorzate esprimono un bisogno di annientarsi per illudersi di esserci. Lì Brandon è un enigma. Un mistero che ci interroga. Lì la sua trasparenza diventa opaca, e fa pensare - per un attimo - a un personaggio uscito dalle pagine di Dostoevskij." (Gianni Canova, 'Il Fatto Quotidiano', 13 gennaio 2012)

"Non siamo in grado di prevedere le reazioni del pubblico domenicale. Che non coincide (quasi mai) con quello di Venezia. Al Festival, lo scorso settembre, 'Shame' ebbe i suoi entusiasti. Per il tanto sesso (ovviamente). Per lo splendido scenario (mai le mille luci della Grande Mela si sono accese così magicamente). E vuoi mettere Carey Mulligan che canta 'New York, New York' come neanche Liza Minnelli? (...) 'Shame' nella sua abbuffata di sesso, omosesso e controsesso, rischia mille volte il ridicolo. Michael Fassbender pare impegnato fin dall'inizio, in una parodia di Rocco Siffredi. Eppure non ridi, non strapazzi la poltrona, non ti fai prendere da rigurgiti moralistici. In altre parole, ti coinvolgi. Anche se per te, a differenza di Brandon, l'onanismo è solo ricordo adolescenziale." (Giorgio Carbone, 'Libero', 13 gennaio 2012)

"Michael Fassbender è stato giudicato il miglior attore a Venezia 2011. Giusto, è un grosso attore. Specie dalla cintola in giù." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 13 gennaio 2012)

"A scandirla un monologo interiore raggelante. Bach e grattacieli in sottofondo. Dopo il carcere reale ma liberatorio d'anime dello sconvolgente esordio 'Hunger' (inedito in Italia), il cine-artista londinese torna sul tema ma al contrario: lo spirito è rinchiuso nella carne malata di sesso compulsivo, in una Manhattan tecno-perfetta e spietata. (...) Nello scontro tra il grigiore sterilizzato di Brandon e i colori impazziti della sorella minore Sissy (Mulligan da cult nell'esecuzione di una catartica 'New York, New York') esploderà la vergogna. In una liturgia di inquadrature ineccepibili su ogni dettaglio audio-visivo si addensa il significato di un'opera inesorabile eppure umanissima. La tensione emotiva è estrema, assoluto il senso del dolore. Un film scomodo, disturbante, che divide i consensi. Dunque da vedere." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 12 gennaio 2012)
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