Savage Grace

SPAGNA, USA, FRANCIA - 2007
Savage Grace
Barbara Daly è una donna dalla vita apparentemente perfetta. È bella, i suoi capelli rossi e vaporosi attraggono gli sguardi, e ha sposato Brooks Baekeland, l'erede dell'impero della bachelite. Benché Barbara sia così affascinante, però, non sembra essere all'altezza di quel marito così galante e bene educato. La nascita di Tony, il loro primo e unico figlio, rompe il delicato equilibrio di questa coppia così stranamente assortita. Agli occhi di suo padre, Tony non è altro che l'ennesimo insuccesso. Man mano che cresce, infatti, il ragazzo si attacca sempre più alla figura della madre. Sta per consumarsi una terribile tragedia.
  • Durata: 93'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Tratto da: libro omonimo di Natalie Robins e Steven M.L. Aronson, ispirato a una storia vera.
  • Produzione: MONTFORT PRODUCCIONES, KILLER FILMS, CELLULOID DREAMS PRODUCTIONS, ATO PICTURES, 120 DB FILMS, A CONTRALUZ FILMS, VIDENTIA FRAMES
  • Distribuzione: BIM
  • Vietato 14
  • Data uscita 20 Giugno 2008

RECENSIONE

di Boris Sollazzo
L'educazione sentimentale di una famiglia aristocratica, potente e invidiata, ma solo di riflesso, come la vita dei tre protagonisti del film, madre, padre e figlio. Lei è Julianne Moore, ex aspirante attrice ora bella ed eccentrica moglie di Stephane Dillane, rampollo dei re della bakelite, i Beakaland. Il loro bambino è Eddie Redmayne (l'unico in parte), fragile e sensibile risultato di due complessi di inferiorità, quello di una parvenu patetica alla costante scalata del gotha della società bene, sempre inadeguata tra recite e trasgressioni, e quello di chi c'è già, ma solo per "eredità" comprata. Il figlio desidererebbe solo dei genitori, ma loro sono troppo impegnati a rimorchiare uomini e ragazze di cui lui si innamora (dal ganimede Hugh Dancy alla splendida Elena Anaya). Tom Kalin, di solito bravo ad addentrarsi nelle pieghe più morbose della vita, qui si spinge in un irritante esercizio di stile in cui plagio, incesto, omosessualità diventano pretesti per colpire (est)eticamente lo spettatore fino al finale tragico che vede addirittura un tentativo materno estremo di recuperare il figlio all'eterosessualità, emblema di un film che vorrebbe scandalizzare e disorientare, ma risulta solo imbarazzante. La mamma (non) è sempre la mamma.

NOTE

- PRESENTATO ALLA 39MA "QUINZAINE DES REALISATEURS" (CANNES, 2007).

CRITICA

"Autore di video esposti al MoMa e al Centre Pompidou, gay militante nonché socio fondatore del collettivo artisti contro l'Aids, Tom Kalin ha dichiarato lealtà nei confronti dei suoi personaggi, che preferisce non giudicare. Buon proponimento, se tutto non finisse in noia. Per un soggetto così ci voleva Todd Haynes; ma da lui Kalin ha preso solo l'attrice-feticcio." (Roberto Nepoti, la Repubblica', 20 giugno 2008)

"Di fronte a tanto cinema banale, volgare, sponsorizzato ed omologato al peggio del gusto da fiction e telefilm, almeno questo 'oltraggioso' film familiare barocco e decadente di Tom Kalin, con la sua malsana voglia di far tragedia greca, mostrando numeri a tre con mamma, figlio e amichetto, è un tentativo di rendersi indipendenti dal gusto maggioritario." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 20 giugno 2008)

"La malsana sceneggiatura, ispirata ad una storia vera, non si prende la briga di giustificare ma si rifugia in un voyeurismo intellettuale, parente in apparenza nobile della pornografia. Julianne Moore si presta con entusiasmo. Nessun personaggio sfugge alla sua dannazione e nessuno spettatore sfugge all'imbarazzo." (Adriano De Carlo, 'Il Giornale', 20 giugno 2008)

"Kalin compone il melodramma nei colori, nelle tonalità emozionali, in quell'inadeguatezza di lei, ragazza povera che mai ha trovato il suo ruolo nell'alta società, che preserva l'apparenza con sentimento selvaggio, intossicato da quelle costrizioni. E nell'immaginario di cinema, non 'citazione' ma atmosfere, giochi di specchi, suggestioni... il narcisismo della donna, la schizofrenia del ragazzo, quegli estremismi erotici e personali di un magnetismo violento che sperimenta così le sue pulsioni di rivolta." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 20 giugno 2008)

"Spulciando tra gli scampoli di fine stagione. 'Savage Grace' è film algido, decadente, debitore di alcune umane e cinematografiche suggestioni incestuose che furono. (...) Tom Kalin sceglie di entrare dentro le sfaccettature del dramma, di constatare il disfacimento pezzo per pezzo di una normalità sociale e psicologica che non vuole e non può autoalimentarsi; senza mai cercare il giudizio morale nel proprio sguardo o la sottolineatura drammaturgica dei più tradizionali melò. Gli eventi si susseguono, ma la dimensione spaziale e temporale paiono azzerare il pathos e l'impennarsi del senso del tragico. Sorprende infatti che un film all'apparenza freddo e straniante come 'Savage Grace' trovi in questo suo andamento del racconto gradualmente in sottrazione, il dato più adeguato per illustrare il totale distacco paterno e l'immensa morbosità incestuosa materna. Così la tragedia può prorompere classicamente proprio perché interiorizzata nelle silhouette affusolate e laccate che riempiono lo schermo. Consigliato a chi si è leggermente stancato degli squarci kitsch dei melò alla Almodovar. Il giovane e lentigginoso Redmayne è l'erede al trono paterno di Matt Damon in 'The good shepard'". (Davide Turrini, 'Liberazione', 20 giugno 2008)
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