Robin Hood

GRAN BRETAGNA, USA - 2010
XIII secolo. L'Inghilterra è indebolita da decenni di guerre ed è ormai vulnerabile agli attacchi esterni e al rischio di rivolte interne. Tuttavia Robin Longstride, un valoroso ed esperto arciere dal passato misterioso e che vive con la sua banda di mercenari nella città di Nottingham, riuscirà nell'impresa di riunire i clan inglesi per combattere a fianco di re Giovanni, successore di Re Riccardo I, e scongiurare l'invasione dei francesi alleatisi con un traditore inglese. Le sue gesta valorose contro i francesi, l'audacia dimostrata nel combattere il tiranno e il suo amore per la bella e risoluta Marion, faranno entrare il valoroso guerriero nella leggenda trasformandolo nei secoli a venire in un simbolo di riscatto per tutti gli oppressi: Robin Hood.

CAST

NOTE

- FILM D'APERTURA, FUORI CONCORSO, AL 63. FESTIVAL DI CANNES (2010).

CRITICA

"Un fuorilegge a Cannes. Da oggi in sala, 'Robin Hood' apre le danze del 63° Festival, riportando Ridley Scott per la terza volta sulla Croisette, dopo 'I duellanti' e 'Thelma & Louise'. Con Russell Crowe, Cate Blanchett e Mark Strong, un kolossal (fanta)storico per scoprire Robin Hood (Crowe) prima che diventasse Robin Hood: un prequel, direbbero gli americani (...) Se le scoperte intenzioni erano di ripetere gesta e box office del 'Gladiatore', l'accoppiata Scott/Crowe fallisce, mettendo in fuorigioco le emozioni e in fuoricampo comprimari del calibro dello sceriffo di Nottingham e Fra' Tuck, come se una volta azzeccato il titolo, ogni licenza fosse possibile. Perché 'Robin Hood' rimane lì a far da specchietto per le allodole: parlassimo di un altro outlaw, poco cambierebbe, salvo il guadagno in onestà intellettuale. Rimane qualche scena di battaglia con camera a mano a far scappare timidi applausi, ma anche apatia e inverosimiglianze, con il cattivo Strong che si mangia il padre-padrone Crowe e uno sbarco, quello del francese re Filippo a Dover, che ha più mezzi del D-Day... Se questo fuorilegge inglese fa dunque dormire sonni tranquilli, noi per fortuna abbiamo di meglio: l'illegalità dell'Italia che trema, perché domani è il giorno di Draquila..." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 12 maggio 2010)

'Apre Cannes, contemporaneamente all'uscita in sala internazionale (...), e delude. Non una delusione cocente, ma abbastanza da provocare il silenzio critico della stampa alla fine della prima proiezione del Festival. (...) Venuto comodamente fuori concorso a farsi coccolare sulla Croisette, è un film pieno di assenze illustri. Quella del suo regista, bloccato da impreviste complicazioni di un'operazione al ginocchio, quella del carisma solitamente naturale e istintivo di Russell Crowe, quella di una promessa e maI mantenuta rilettura originale del mito di 'Robin Hood', il fuorilegge di Sherwood. Eppure le premesse c'erano tutte: Scott, per smarcarsi dal manipolo dei precedenti illustri - da Costner a Flynn, tanti attori hanno vestito la calzamaglia verde dell'eroe strafottente e fascinoso che conquistò anche Alexandre Dumas, da Walt Disney (la versione migliore, se ci consentite la provocazione) a Mel Brooks (la peggiore, ahinoi), molti autori, anche insospettabili, hanno provato a raccontarlo - decide di offrirci la storia di Robin Longstride. (...) Spesso noioso, probabilmente ripensato e tagliato (male) in montaggio - un paio di personaggi risultano inutili o persi nel corso della storia -, questo 'Robin Hood' tanto atteso è un'apertura del Festival di Cannes decisamente sotto tono. Forse perché un autore che ama il mainstream è in evidente contraddizione con un programma che quest'anno gioca sul tavolo dei film sperimentali e degli autori periferici e non, come lo scorso anno, dello shopping di grandi nomi, dei maestri in vetrina." (Boris Sollazzo. 'Liberazione', 13 maggio 2010)

"L'invasione dell'Inghilterra come l'invasione della Francia in 'Salvate il soldato Ryan'. Ecco 'Robin Hood' di Ridley Scott, film fuori concorso che ieri ha inaugurato il Feslival di Cannes. E che finisce come cominciava 'Salvate il soldato Ryan' di Steven Spielberg, che una dozzina d'anni fa aprì la Mostra di Venezia, cioè con un'invasione dal mare. Ma in 'Robin Hood' la prospettiva è capovolta: qui gli invasi, non gli invasori, sono i buoni. E se i fatti storici narrati sono separati da secoli e secoli, le carene dei mezzi da sbarco sono simili, troppo simili per non suggerire la parodia dello sbarco angloamericano in Normandia, a metà 900, con quello medievale e francese in Inghilterra. Basterebbe questo dettaglio dei francesi mostrati come cattivi in apertura di una delle maggiori manifestazioni culturali della Francia per capire che a Cannes si trova spazio senza pretendere l'allineamento dei film agli interessi o anche solo all'immagine dello Stato ospitante. E non è questione di bandiera nemmeno per il resto. Se gli interpreti principali, Russell Crowe (Robin) e Cate Blanchett (Lady Marian), sono originari delle ex colonie dell'Oceania (terre di deportazione dal Regno Unito), Scott è britannico, quindi almeno lui non è sospetto di motivali risentimenti verso la madrepatria. Eppure Scott si è divertito qui a smontare uno dei luoghi comuni di oltre sessant'anni di cinema hollywoodiano, per il quale ogni sbarco, ogni apertura di portellone e di balzo in avanti di marines (qui arcieri e cavalieri) è 'l'arrivano i nostri'. No, qui è l''arrivano i loro'. Se ne 'Le crociate' Ridley Scott aveva giocato la carta della ricostruzione revisionista, ma in modo prolisso, in Robin Hood è meno solenne e meno lungo: insomma non annoia. Aiuta anzi a capire che la lotta per il potere nei 'secoli bui' - come vennero definiti dall'illuminismo - era analoga a quella di oggi, ma con minor ipocrisia: tutti tradivano tutti, come adesso, ma allora c'era almeno la possibilità che il più coraggioso prevalesse, se era anche il più intelligente." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 13 maggio 2010)

"Forse non è l'opera migliore di Ridley Scott (purtroppo, i tempi di 'Blade Runner' non tornano più), ma 'Robin Hood' è comunque un bel filmone, un bel modo per aprire il Cannes 2010. Grandi battaglie (all'inizio alla fine e durante). Un protagonista (Russell Crowe) che non ha da imparare nulla sul come si fa un eroe irruente e proletario. Un'eroina (Cate Blanchett) che potrebbe reggere da sola il film e difatti partecipa, in elmo e corazza allo scontro finale. Last but not least, la birbonata storica, in piena, spudorata tradizione hollywoodiana. Lo sapevate voi chi ha inventato la Magna Cartha, il trattato da re d'inghilterra e nobiltà anglosassone? 'Robin Hood' (eh sì). O meglio, lo inventò il babbo di Robin (che non era un sir, come da leggenda, ma un artigiano). Ma è Robin che lo impone al re Giovanni senza Terra prima della battaglia finale. (...) Il Medioevo è messo in scena con un realismo sconosciuto ai tempi di Errol Flynn (e anche di Kevin Costner, l'ultimo divo a vestire la calzamaglia di Hood). Le dimore dei nobili non sono i turriti manieri, ma casupole di contadini infestate dai topi. E persino la reggia di Giovanni è decisamente priva di confort (la camera da letto regale è squallida come la cella di un convento). E il famigerato sceriffo di Nottingham? Qui ha perso l'aplomb del fascinoso villain ma si comporta da capo-bastone mafioso. Come probabilmente erano i nobili di mezza tacca nel dodicesimo secolo dopo Cristo.' (Giorgio Carbone, 'Libero', 13 maggio 2010)

"In tempi in cui le banche d'affari falliscono dopo aver arricchito con assurdi superbonus i propri manager e mandato sul lastrico ignari investitori e in cui finanzieri senza scrupoli speculano sulla pelle della gente, in società in cui profittatori, corrotti e corruttori trovano comunque spazio e i furbastri evadono le tasse perché tanto ci sono i poveracci a pagarle, un moderno Robin Hood combatterebbe proprio su questi fronti, nascosto nelle inestricabili foreste della finanza e del fisco. E non faticherebbe ad avere un certo seguito. Ma gli eroi, di questi tempi, si vedono solo al cinema. Quindi è lì che bisogna andare anche oggi se si vogliono prendere le parti di un uomo che, rispondendo a un poco ortodosso ma efficace concetto di giustizia, toglie ai ricchi per dare ai poveri. Stavolta a riproporre il leggendario personaggio ci pensa la premiata ditta Ridley Scott e Russel Crowe, regista e protagonista de 'Il gladiatore' per intendersi, che con il loro 'Robin Hood' presentano un aspetto sconosciuto dell'eroe. E l'idea non è affatto male: raccontare una storia diversa, originale, differente dalle altre fin qui narrate; una vicenda che, con diverse libertà rispetto alla nota leggenda, finisce laddove le altre incominciano. Tutti, infatti, finora, avevano raccontato del giustiziere che, messo al bando da un re avido e meschino, diventa fuorilegge e lotta contro i ricchi prepotenti per aiutare i miserabili vessati. Ma è bene scordarsi di Walter Thomas ('Ivanhoe', 1913), di Douglas Fairbanks ('Robin Hood', 1922), di Errol Flynn ('Le avventure di Robin Hood', 1938), dei simpatici protagonisti del cartoon Disney (1973) e più di recente di Sean Connery ('Robin e Marian', 1976) e di Kevin Costner ('Robin Hood: il principe dei ladri', 1991). E anche della classica lady Marion, qui mostrata come una battagliera vedova non più giovane (Cate Blanchett), del perfido sceriffo di Nottingham ridotto a insignificante comparsa. L'intento di Scott è quello di umanizzare il mito, spiegando come una persona normale possa trasformarsi in eroe dei diseredati e paladino della giustizia. Il risultato è quanto ci si aspetta da un regista che sembra aver intrapreso con decisione il filone epico e da un attore che nei panni di Massimo Decimo Meridio aveva infiammato gli spettatori scatenando l'inferno prima contro i barbari e poi nel cuore di Roma: un film avvincente, spettacolare, ben girato, con riprese stile 'Il gladiatore', con un cast di prim'ordine con Max von Sydow e William Hurt al fianco di Crowe a Blanchett. Gli ingredienti sono più che sufficienti - scenografie grandiose, battaglie spettacolari, intrighi di corte, un grande amore che sboccia dalla dissimulazione, il caso che stravolge le esistenze e indirizza la storia - per un colossal in piena regola, da oggi nelle sale, significativamente scelto per aprire in anteprima mondiale la prestigiosa rassegna cinematografica di Cannes, unica concessione alla spettacolarità in un cartellone contrassegnato dalla tipica autorialità transalpina. Come ne 'Il gladiatore' e ne 'Le crociate', anche in questa produzione di Scott non mancano libertà rispetto alla storia, come la sorte di re Riccardo, ed eccessi narrativi, il più evidente l'inatteso arrivo di lady Marion, in groppa a un destriero, con corazza e spada, sulla scena dell'ultima, decisiva battaglia per le sorti del trono inglese: una sorta di sbarco in Normandia, piuttosto inverosimile, trasferito al medioevo. Ma nel complesso lo spettacolo è godibile. (...) Occorreva stabilire un retroscena storicamente plausibile e la vicenda personale del protagonista viene fatta ruotare attorno alla prima stesura della Magna Charta, avvenuta a Runnymede nel 1215 dopo la rivolta dei baroni contro re Giovanni. Ma Scott si prende la libertà di attribuirne l'origine nientemeno che al padre di Robin. Quanti amavano lo Scott di 'Blade Runner' si diano pace. Il regista sembra aver trovato una nuova dimensione nel colossal epico. E se narrando la storia del generale romano divenuto gladiatore affrontava i temi della dittatura e della relativa ribellione, e raccontando le crociate descriveva il contrasto tra fanatismo e fede, tra cinica malvagità e senso dell'onore, in questo prequel, come si dice oggi, affronta i temi della giustizia e della libertà. Con una messa in scena maestosa, che però non riesce a emozionare fino in fondo. E un po' si rimpiangono le bravate di Robin Hood e Little John che 'van nella foresta'." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 14-15 maggio 2010)
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