Ride

ITALIA - 2018
3/5
Ride
Una domenica di Maggio, a casa di Carolina si contano le ore. Ne mancano solo 24 al giorno in cui bisognerà aderire pubblicamente alla commozione collettiva che ha travolto una piccola comunità sul mare, a pochi chilometri dalla capitale. Se n'è andato Mauro Secondari, un giovane operaio caduto nella fabbrica in cui, da quelle parti, hanno transitato almeno tre generazioni. E da sette giorni Carolina è rimasta sola, con un figlio di dieci anni, e con la sua fatica immensa a sprofondare nel dolore per la perdita dell'amore della sua vita. Manca un giorno solo al funerale dove tutti si aspetteranno una giovane vedova devastata che sviene ogni due minuti. Come fare a non deludere tutta quella gente? E soprattutto come fare a non deludere se stessa?
  • Durata: 95'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: SIMONE ISOLA, PAOLO BOGNA PER KIMERAFILM, CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 29 Novembre 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

C’è in Ride, lungometraggio d’esordio di Valerio Mastandrea, una messa a fuoco importante, decisiva: l’attuale divaricazione tra libertà individuale e sanzione sociale, significativamente addossata a un’elaborazione del lutto. A Carolina (Chiara Martegiani) è morto sul lavoro il marito, Mauro Secondari: la comunità, sulla costiera laziale (Nettuno), è piccola, per quella fabbrica si son succedute generazioni, tra cui il padre della giovane donna, Cesare (Renato Carpentieri).


Vecchie fidanzate, amici scoppiati, vicine truccatrici, tanta gente le fa visita in quella domenica di maggio che precede il funerale, ma per i canoni sociali qualcosa non va: Chiara non riesce a piangere, s’impegna, si sforza, ma le lacrime non arrivano, proprio no. A una settimana dalla scomparsa sta bene, lo strazio nemmeno si intuisce: no, Chiara ride, e che c’è di male?

La sua storia, questo lutto eterodosso, eretico, insoddisfacente, persino indecente, è intervallata a quella del figlio Bruno (Arturo Marchetti), che sulla terrazza condominiale – surrealmente vi campeggia un pattino di salvataggio… - si prepara, domanda e risposta, con un amichetto alle interviste che certamente dovrà concedere l’indomani, e a quella di Cesare, prima nella casetta sulla spiaggia con due vecchi compagni e poi a tu per tu, un confronto violento, con il figliol prodigo Nicola (Stefano Dionisi).

Il soggetto, trasformato in sceneggiatura dagli stessi Enrico Audenino e Mastandrea, è un ineludibile punto di forza, se non il pregio fondamentale del film: per un personaggio pubblico, per di più attore, per di più attore in procinto di passare alla regia quell’innesco di individuale/sociale e autonomia/omologazione ha ovvi risvolti personali, financo intimi, ma la deflagrazione sullo schermo ha un valore universale, una responsabilità allargata.

Ottima, poi, è la direzione degli attori: Carpentieri si conferma il fuoriclasse che conosciamo, Dionisi un graditissimo ritorno e Martegiani, soprattutto nella prima parte, una scommessa non perduta. Indovinato è anche l’appiglio al genere drammatico, con fughe nella commedia e persino diversioni comiche, assistito da una tavolozza accorta di toni, accenti, sottrazioni.

E’, dunque, un esordio sinceramente apprezzabile, che indica un qui e ora solido e tradisce prospettive importanti, ancor più se Mastandrea dovesse acquisire maggiore fiducia in se stesso e nei propri mezzi, da un lato, e negli spettatori, dall’altro: qui si, e ci, mette un po’ all’angolo, e la bisettrice rivela pleonasmi indebiti (lo spiegone tra madre e figlio), didascalismi ideologici (la lettera di Cesare e non solo), intrusioni fuorvianti (la pistola). E un tot di ingenuità, tanto emendabili quanto perdonabili.

Altra nota, letterale, negativa è la musica, troppa e invasiva come in tanto cinema tricolore, ma Ride sa anche ridere di felicità cinematografica: Dionisi che mangia la pasta che non c'è a uso e consumo di Carolina e, prioritariamente, le sequenze con Carpentieri e gli altri vecchietti impegnati a cucinare le vongole o far volare l’aquilone in spiaggia che ricordano il miglior Kitano contemplativo, e la terza ci sembra davvero essere l’età cinematografica del neoregista. Non per arretratezza né passatismo, ma per ostinata e contraria e, chissà, splendida inattualità. Ecco, un film sui vecchi, un’anagrafe poetica e plastica in cui dispiegare appieno l’eredità di Claudio Caligari, qui già largamente percettibile nella distanza pudica e però partecipe dai soggetti. Perché no?

NOTE

- PRODUTTORI ASSOCIATI PER KIMERAFILM VALERIO MASTANDREA, SIMONA GIACCI, ERMANNO GUIDA, LAURA TOSTI.

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE E REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO E IL PATROCINIO DEL MIBACT-DGC.

- IN CONCORSO AL 36. TORINO FILM FESTIVAL (2018).

- CANDIDATO AL DAVID DONATELLO 2019 PER: MIGLIORE REGISTA ESORDIENTE PREMIO GIAN LUIGI RONDI.

CRITICA

"Leggero, profondo e sorprendente. Per un film che gira intorno al funerale di un operaio morto sul lavoro, Valerio Mastandrea ha costruito 'Ride', il suo esordio da regista, come meglio non poteva: riflettendo senza pesantezze sul dolore e su come le persone si sentono obbligate ad esprimerlo, affidando alle inquadrature (controllatissime, mai una sbavatura) il compito di sottolineare la lotta dei sentimenti, ma soprattutto affrontando temi seri con un'ironia contagiosa. (...) Poteva uscirne un melodramma, Mastandrea ne fa una commedia malinconia e surreale, che quasi si vergogna delle sue profondità e si presenta allo spettatore in punta di piedi. Come un ospite inatteso che non vuole essere invadente ma che ha molto da dirci." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 28 novembre 2018)

"La verità è che Valerio Mastandrea ha scelto un tema tutt'altro che facile per esordire alla regia di un lungometraggio. (...) la commedia dai toni spesso surreali al dramma, «coniugando la stralunatezza di Gianni Zanasi con il rigore di Daniele Vicari». Se bisogna cercare un difetto in Ride è forse l'aver messo troppa carne al fuoco, la voglia di Mastandrea di affrontare in una volta sola i tanti temi che gli stanno a cuore. Ma questo è il neo della maggior parte delle opere prime, un peccato veniale superato dalla sincerità del regista, dal desiderio di mettersi in gioco e alla prova, dalla sensibilità di una scrittura che cerca la verità nei personaggi, da una regia solida, fantasiosa, e dal talento degli attori, tra i quali spicca Stefano Dionisi, lontano dal grande schermo da tre anni e capace di restituire con profonda onestà la rabbia e il dolore, la tenerezza il mistero." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 28 novembre 2018)

"(...) A quarantasei anni e venticinque di recitazione, è l'esordio alla regia di Valerio Mastandrea, unico titolo italiano in concorso al 36° Torino Film Festival e da domani in sala (110 schermi). (...) La sceneggiatura, scritta da Valerio a quattro mani con Enrico Audenino (...) 'la cosa che più mi manca - rivela Mastandrea - è non poter avere un confronto con Claudio' Caligari, di cui tre anni fa produsse l'ultimo film 'Non essere cattivo': 'Ho ritrovato i suoi luoghi, ne sento perfino la spinta, ma vorrei ancora che lui mi demolisse'. È un'eredità poetico-antropologica travasata nel malavitoso Nicola, e sopra tutto in Cesare e gli altri vecchietti (...) I vecchi sono pilastri di certi valori che oggi nella velocità perdiamo".
(...). Per dirla con Gadda e Carpentieri, riecheggia 'la cognizione del dolore', che Mastandrea non inibisce ma acuisce pizzicando il registro comico e surreale, e la deflagrazione degli opposti individuale/sociale e autonomia/omologazione non fa prigionieri: 'Ride' è un'opera prima imperfetta ma generosa, ostinata e contraria, scossa però determinata, che ha qualcosa da dire - e da far vedere - e tradisce prospettive ambiziose, laddove il regista dovesse acquisire più fiducia nelle proprie capacità e in quelle degli spettatori. Tocca accantonare l'enfasi (anche ideologica), ridurre le ingenuità (e la musica!) ed eliminare pleonasmi e spiegoni, ma lo sguardo c'è, e merita di radicalizzarsi: aver scelto da attore che passa alla regia la questione della libertà, libertà di e libertà da, lascia ben sperare." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 28 novembre 2018)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy