Ready Player One

USA - 2018
4,5/5
Ready Player One
2045. Sul pianeta Terra, sovrappopolato e inquinato, l'unica fonte di svago per l'umanità è l'OASIS, un programma di realtà virtuale sviluppato dal programmatore James Halliday. Alla sua morte, il mondo virtuale che vale miliardi di dollari verrà dato in eredità alla prima persona che riuscirà a risolvere una serie di Easter Eggs disseminati nell'universo di Oasis. Fra le milioni di persone che si cimenteranno nell'impresa c'è anche Wade Owen Watts, un diciottenne nerd sovrappeso appassionato di videogames e giochi di ruolo...
  • Durata: 140'
  • Colore: C
  • Genere: FANTASCIENZA
  • Specifiche tecniche: ARRIFLEX/PANAVISION, 35 MM (1:2.35)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Ernest Cline (Isbn edizioni, coll. Special books)
  • Produzione: STEVEN SPIELBERG, DONALD DE LINE, KRISTIE MACOSKO KRIEGER, DAN FARAH PER AMBLIN PRODUCTION, DE LINE PICTURES
  • Distribuzione: WARNER BROS. PICTURES ITALIA
  • Data uscita 28 Marzo 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Il più delle volte, le cose che restano sono quelle inaspettate. Quelle che arrivano in momenti apparentemente “sbagliati”, senza il giusto preavviso. Ammettiamolo: chi sarebbe mai stato in grado, a così breve distanza da un bellissimo film come The Post, di ripresentarsi al mondo con un film altrettanto bello (se non di più), lontanissimo anni luce da quello e così profondamente iconico?

Quel qualcuno è Steven Spielberg. Che nel giro di pochi mesi ci fa compiere un salto temporale mozzafiato – dagli anni ’70 dei Pentagon Papers al 2045 – catapultandoci dentro l’universo teorizzato da Ernest Cline in Ready Player One (ed. DeA Planeta Libri).

Ma è un tuffo nel tuffo, quello che siamo chiamati a compiere, perché dal 2045 – il tempo “reale” – ci ritroviamo immersi in un vortice intriso di cultura pop anni ’80, popolato di figure e rimandi cari alla totalità dell’immaginario di quel periodo, dalla musica ai videogames, dal cinema ai manga.




 

Nel 2045, insomma, la cupa realtà in cui si trova a vivere l’orfano adolescente Wade Watts (Tye Sheridan) – “fatta di gente che ha dimenticato di lottare per cambiare le cose” – trova sfogo in un universo parallelo, virtuale: è OASIS, luogo dove evade la maggior parte dell’umanità per trascorrere le proprie giornate. Qui puoi essere chiunque, trasformarti in qualsiasi cosa, fare quello che vuoi. E Wade, qui dentro, è Parzival.

È il mondo creato dal visionario James Halliday (Mark Rylance), che prima di morire ha ideato “Il Gioco di Anorak”, nascondendo proprio in OASIS tre chiavi: tre sfide da risolvere a mo’ di caccia al tesoro per arrivare a scovare il fantomatico Easter Egg presente nel gioco e decretare chi, tra tutti gli abitanti di quel complesso universo, sarebbe diventato il degno erede in grado di controllare quel posto e gestirne (nel mondo reale) l’immensa fortuna a livello economico.

Ready Player One: nel futuro distopico ipotizzato da Cline – che ha curato anche la sceneggiatura del film e ha scritto il libro senza scostarsi poi troppo dall’influenza che proprio il cinema di Spielberg ha avuto sulla sua formazione – la nostalgia di un immaginario così radicale diventa l’unica ragione di vita per esistenze svuotate in un reale ingrato.




 

Spielberg si inserisce in questa crepa, in questo dissidio così violentemente prossimo anche alla quotidianità dei nostri giorni: il film galleggia dunque in questa contrapposizione tra il grigio del reale e il tripudio allucinante di suoni, colori, musiche e personaggi di un virtuale dove, senza soluzione di continuità, sfrecciano la mitica DeLorean di Ritorno al futuro e la moto rosso fiammante di Akira, dove bisogna sfuggire dalle mastodontiche grinfie di Kong o dalla potenza di fuoco di Mechagodzilla, dove si tenta di riassemblare Il Gigante di Ferro e ci si può impadronire del “Cubo di Zemeckis”, un cubo di Rubik in grado di mandare il tempo indietro di qualche secondo.

È ovvio, quasi naturale, che in questo contesto fantasmagorico uno come Spielberg ci si tuffi con lo stesso slancio di zio Paperone nella piscina piena zeppa di monete d’oro: la nuotata è ritemprante e al tempo stesso suggestiva, perché riporta una delle figure cardine di quell’immaginario – il regista stesso – a misurarsi con parte delle sue creazioni.

E in un’epoca, come la nostra, fatta di continue rielaborazioni filmiche e seriali, di sguardi retrospettivi e omaggianti, questo schizzare in avanti per reimmergerci nel nostro ieri è forse quanto di meglio si potesse chiedere ad un instant sci-fi trascinante e spettacolare.




Che non dimentica però l’importanza dell’altra faccia della medaglia: perché quando si evade dalla realtà c’è anche il rischio di perdere ogni contatto umano reale.

Le alleanze/amicizie/amori che nascono tra il protagonista e altri avatar in OASIS (su tutti con Art3mis, Samantha al di qua della barricata, interpretata da Olivia Cooke, con indosso la maglia di Unknown Pleasures dei Joy Division…) allora, dovranno necessariamente trovare sfogo nella vita vera: solamente in questo modo, d’altro canto, sarà possibile tenere testa al vero villain del film, Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn), a capo di una multinazionale tecnologica decisa a tutto per impossessarsi di OASIS.

Certo, il libro di culto di partenza ha subito notevoli modifiche (che molto probabilmente faranno storcere il naso ai fan dell’opera e ai gamers più intransigenti legati in modo viscerale ad alcuni titoli seminali), come del resto è inevitabile per traslazioni di questo tipo, ma resta ferma la forza dirompente del film, capace di riportarci addirittura dentro l’Overlook Hotel e nell’innevato, indimenticabile labirinto antistante, rispolverando – tra gli altri – Mammagamma degli Alan Parsons Project e Dance the Night Away dei Van Halen, con He-Man e altre indimenticabili action-figure pronte a qualsiasi cosa pur di difendere l’idea – sana – di Oasis.

Perché quello che conta, pur immergendosi, è ricordarsi di venirne fuori. Senza dimenticare. E senza rimanere soli.

NOTE

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2019 PER MIGLIORI EFFETTI VISIVI.

CRITICA

"Il mio amico e io siamo usciti barcollando, lui col mal di testa, io (antichissima) in fiamme e con un apparecchio acustico saltato. Ma si tratta del nuovo film di Spielberg, quindi non può che essere un capolavoro o quasi, pieno di significati politici e sociali che i critici hanno subito individuato in 'Ready Player One', schermo enorme, 2 ore e 20 minuti con l'ultima mezzora tutta di finali che si inseguono, effetti speciali al massimo e un tal fracasso da predisporre alla sordità il popolo adolescente, che impazzirà in tutto il mondo per questo grandioso film: distopico ovviamente. Lo adoreranno (sia pure con qualche attacco d'ansia) anche gli adulti, credo al 90% maschi, ritrovandoci le passioni della loro giovinezza, sapientemente introdotte dall'autore nei riferimenti alla cultura pop anni 80. È ovvio che questo non sia un film per vecchi, coi loro fragili corpo e mente non allenati a un accumulo di mostri e scoppi e fiamme e corse di auto e precipizi e combattimenti e un mondo dove gli avatar con gli occhioni da manga e la pelle a puntolini ne fanno di ogni colore. (...) A parte accecamento e sordità, per noi vecchi un film che finisce con il primo bacio ci ricorda gli anni 40, però senza il languore di Cary Grant che bacia lungamente Ingrid Bergman in 'Notorious!'. E se come in ogni film per ragazzi il cattivo e la sua multinazionale perdono, e l'amicizia non bada né alla razza né al gender, alla fine c'è il consiglio da buon babbo che si spera i nostri piccini seguano: meno vita virtuale e più realtà." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 28 marzo 2018)

"(...) una tale massa di rimandi finisce per cancellare ogni senso: non si tratta più di riferimenti cinefili (che possiedono una loro dignità e autonomia) ma di anonime tessere destinate a perdere ogni identità nel tutto che compongono, proprio come in un puzzle. Trasformando quei personaggi e quelle avventure da «citazioni» in una indistinta massa di mattoncini intercambiabili. Come coi pezzi Lego, per i quali l'uso fa sparire ogni gerarchia di valori. Forse Spielberg credeva di fare un omaggio a un cinema che ha amato (e che l'ha visto protagonista) ma ha ottenuto solo di annullare l'identità e il valore di quel mondo per ridurlo a un puro giochino mnemonico: chi è quello e chi è quest'altro, mentre ciò che quei film e quelle storie dicevano e significavano svapora. (...) Qual è il senso di 'Ready Player One'? Se ce n'era uno in film come 'II ponte delle spie' o 'The Post' era quello di costringere i protagonisti (e attraverso di loro gli spettatori) a interrogarsi sui limiti e le conseguenze delle loro scelte morali. Forse l'avvocato James Donovan o l'editrice Kay Graham erano schiacciati dal «destino manifesto» che ha spesso accompagnato le scelte dell'America e degli americani, ma lo facevano chiedendosi - e chiedendoci - che cosa poteva essere giusto o sbagliato, qual era il valore e il senso delle loro azioni. Wade e i suoi amici queste domande nemmeno se le pongono: finiscono dentro un gioco più grande di loro, di cui solo Art3mis intuisce (forse) la portata politica, ma dove tutto sparisce ben presto nell'eterna sfida di Davide contro Golia. E alla fine l'unico margine di libertà sembra essere quello che per due giorni alla settimana si potrà far la corte alle proprie ragazze. Sai che conquista!" (Paolo Meregehetti, 'Corriere della Sera', 27 marzo 2018)

"La caccia al tesoro sarà l'occasione per un'immersione totale nella cultura pop degli anni Ottanta, tra storici videogames, personaggi di culto, nerd e yuppie, musica e cinema, compreso quello di avventura che lo stesso Spielberg realizzava all'epoca. I nostri eroi finiranno anche tra stanze e corridoi dell'Overlook Hotel di 'Shining' in una delle sequenze più divertenti, ma la quantità di citazioni nel film è davvero impressionante. Certo, 'Ready Player One' è un giocattolone che a tratti rischia di essere eccessivamente nostalgico e un po' fine a se stesso, e i momenti di fracasso e puro videogioco possono annoiare. Ma Spielberg trova non solo il modo di tornare su temi a lui cari, come l'assenza e la distanza dei genitori, la fragilità di giovani capaci di trovare però il proprio ruolo, il mistero che rimanda a una dimensione spirituale, ma anche quello di affrontare argomenti rilevanti oggi, dalla possibilità di creare in rete molteplici identità alla necessità di distinguere virtuale e reale (il regista lo fa usando riprese digitali per il primo e in pellicola per il secondo) e di sviluppare nel reale relazioni umane soddisfacenti. Così l'immagine del regista finisce per sovrapporsi a quella del programmatore James Halliday per affidare al sempre sorprendente Mark Rylance (divenuto suo attore feticcio dopo 'Il ponte delle spie') il proprio avatar e sfidare i più giovani a trovare nel film indizi nascosti." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 21 marzo 2018)

"L'avventura, ché infine si gioca proprio ad Adventure, il primo game Atari con EasterEgg, è delizia senza croce per nerd e geek, un'overdose tecnologica, effettistica e sincretica, un'abbuffata di cultura pop, un'ode agli anni Ottanta, in cui il citazionismo è imperante e appagante: da King Kong ai Duran Duran, da Batman al T-Rex di 'Jurassic Park', dalla DeLorean di 'Ritorno al futuro' (da cui viene il compositore Alan Silvestri) a 'Stayin' Alive', dai 'Goonies' a 'Ghostbusters', è come aprire l'armadio di Narnia e tornare bambini, riscoprirsi ragazzi, e che magone. In fondo, Oasis è una macchina del tempo, avanti e indietro e di lato, un tutto possibile dove l'importante è non perdere il vero sé e - quelli che diverranno - i veri amici: oltre il visore e il virtuale, l'unione fa la forza, meglio, l'unione è la forza, innanzitutto quella cinematografica. Certo, Spielberg molto concede allo sparatutto virtuale e, all'opposto, è sparagnino con la realtà, ma non molla di un centimetro: 'Ready Player One' si sarebbe detto più congeniale ai suoi figli o nipoti d'arte? Chissenefrega, la rottamazione può attendere, il re è ancora lui. 'Dura lex sed' Spielberg. immaginazione al potere e valori al governo." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano, 21 marzo 2018)
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