Questione di cuore

ITALIA - 2008
4/5
Questione di cuore
Alberto, uno sceneggiatore di successo, bravo e un po' matto, ed Angelo, un giovane carrozziere del Pigneto, sono entrambi vittime di un attacco di cuore e vengono ricoverati in ospedale nella stessa notte. I due, ricoverati nella stessa sala di rianimazione, nonostante la gravità delle loro situazioni sanitarie riescono a mantenere alto il morale e a farsi grandi risate. Una volta dimessi, Alberto e Angelo hanno una nuova visione della vita e sentono di essere diventati indispensabili l'uno per l'altro. Così Alberto, che è separato dalla moglie, si trasferisce a casa di Angelo, che invece ad attenderlo ha la moglie Rossana e i figli Perla e Airton. Per una serie di bizzarre dinamiche il gruppo diventa una famiglia allargata ma, in realtà, Angelo sente di non essere del tutto fuori pericolo e segretamente cerca di lasciare ciò che ha di più caro alle cure del suo migliore amico.
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: ispirato al romanzo omonimo di Umberto Contarello (ed. Feltrinelli)
  • Produzione: RICCARDO TOZZI, GIOVANNI STABILINI, MARCO CHIMENZ PER CATTLEYA
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2009) - DVD: 01 DISTRIBUTION HOME VIDEO (2009)
  • Data uscita 17 Aprile 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco


Una notte come tante, a Roma. Una notte che per due sconosciuti, un carrozziere del Pigneto e uno sceneggiatore del nord trapiantato nella capitale, segna l’inizio di una grande amicizia. “Me so sognato che me magnavo un piatto de bulloni”, dice Angelo (Kim Rossi Stuart) alla moglie Rossana (Micaela Ramazzotti) prima di accasciarsi a terra colpito da un infarto.
“C’è da aspettare un pochetto? Vi dico che ho un infarto e c’è da aspettare un pochetto? Roma, che città meravigliosa! Un caffè ar vetro… Ma perché?!? Che cambia?!?”, sbraita invece Alberto (Antonio Albanese) al pronto soccorso prima di “imbucarsi” spontaneamente nel reparto di cardiologia dell’ospedale. Entrambi, scampati alla morte per un pelo, si ritrovano fianco a fianco, vicini di letto. E da quel momento diventano inseparabili.
E’ Questione di cuore, nuovo film di Francesca Archibugi (in sala dal 17 aprile per 01 Distribution) che prende le mosse dal romanzo di Umberto Contarello (ed. Feltrinelli), commedia dolceamara che vive di contrasti – la romanità verace di Angelo vs. la disincantata “nordicità” di Alberto, il senso pratico e l’attaccamento materiale alla vita del primo (l’amore per la moglie incinta e per i due figli, la scontrosa adolescente Perla e il più piccolo Airton, chiamato così in onore del grande Senna) vs. la disillusione e il senso di vacuità che accompagna l’esistenza del secondo (che convive stancamente con la più giovane Carla, interpretata da Francesca Inaudi, e sa perfettamente quanto sia poco sincero il trasporto degli “amici”/colleghi che lo vanno a trovare in ospedale, cammei illustri di Carlo Verdone, Stefania Sandrelli, Paolo Virzì, Daniele Luchetti, Paolo Sorrentino) – e riporta in auge quel “cinema di coppia”, declinato al maschile, centrato sull’amicizia, ultimamente dimenticato dalle produzioni nazionali.
E così, dopo la rappresentazione esotica di una ricerca new age (i due giovani amici in viaggio verso l’India di Lezioni di volo), Francesca Archibugi si appropria nuovamente della sua città, in alcuni frangenti non solo luogo d’azione ma vero e proprio modo di essere, partendo dalla messa in scena di un quartiere come quello del Pigneto (dove Kim Rossi Stuart prese la sua prima casa in affitto…), popolare, genuino e multietnico, quasi a voler proteggere non solo i due protagonisti, ma anche la loro storia: che poco a poco si trasforma, diventando non più, non solamente, il racconto di un’amicizia slanciata e sincera, ma un “progetto”, quello che silenziosamente sta costruendo Angelo, deciso a lasciare in eredità ad Alberto la cosa più importante al mondo, la propria famiglia.
“Ogni buona commedia si trascina dietro un dramma o un dolore”, dice Antonio Albanese: la questione di cuore è proprio qui, nell’equilibrio costante tra sorrisi e lacrime, elementi da sempre presenti nella tradizione del genere “all’italiana” per antonomasia, che nella contrapposizione degli opposti trova la sua miglior ragione d’essere.
E attraverso lo sguardo di Francesca Archibugi il contrasto si amplifica – non più, semplicemente, nella rappresentazione di due caratteri agli antipodi – trasformando in un gioco a misura di bambino (la scena in cui Alberto “insegna” al piccolo Airton come inseguire le proprie storie) il fantastico procedimento che porta l’immaginazione a creare sempre nuovi e verosimili racconti dalle infinite intuizioni che la realtà ci regala in ogni momento.
Basterà indossare uno speciale paio di occhiali da sole, e anche la morte assumerà sfumature differenti.

NOTE

- CANDIDATO AI NASTRI D'ARGENTO 2009 PER: MIGLIOR REGIA, PRODUTTORE (RICCARDO TOZZI, GIOVANNI STABILINI E MARCO CHIMENZ SONO CANDIDATI PER LA PRODUZIONE DELL'ANNO CHE COMPRENDE ANCHE: "DIVERSO DA CHI?", "SOLO UN PADRE" E "DUE PARTITE"), ATTORE PROTAGONISTA (ANTONIO ALBANESE, KIM ROSSI STUART), SCENEGGIATURA E SCENOGRAFIA.

- ANTONIO ALBANESE E KIM ROSSI STUART SONO STATI CANDIDATI AL DAVID DI DONATELLO 2010 COME MIGLIORI ATTORI PROTAGONISTI.

CRITICA

"Troppi anni dopo 'Il grande cocomero', ancora complice un ospedale, Francesca Archibugi ritrova la densità e la misura della commedia ben scritta che commuove. In quartieri che furono neorealisti, ambienta credibili sussulti cardio/esistenziali. Albanese è al meglio 'cinico creativo', ma Kim Rossi Stuart è di nuovo un miracolo: trasognato senza essere lesso, lampi di Nino Manfredi, dolore e dialogo sottopelle." (Alessio Guzzano, 'City', 17 aprile 2009)

"L'andamento del racconto è verosimile, senza forzature, con particolari accurati, simboli discreti, acute notazioni d'ambiente. Unica nota stonata, forse, la visita ad Alberto, degente in ospedale, dei vip del nostro cinema: con Carlo Verdone che si fa il verso, simpaticamente fuori luogo. Ma, se lo sono, si tratta di peccati veniali. Il cast principale, quello funziona molto bene: e Albanese, in un 'carattere' insolito per il nostro cinema, è davvero eccellente." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 17 aprile 2009)

"La Archibugi dimostra in questo film di saper usare al meglio tutti gli strumenti di cui può disporre un regista. Come la sceneggiatura (firmata in prima persona) che sa evitare le tante trappole che un tema così poteva disseminare, a cominciare dal facile pietismo che può innescare la malattia. E come la scelta dei due protagonisti, che ti saresti aspettato di vedere in ruoli opposti e che invece in questo modo sanno rendere sempre interessanti personaggi che potevano essere stereotipati. Perché il colto e raffinato intellettuale che scopre i valori dell'amicizia e della solidarietà e l'ex proletario che rivela sensibilità e impensate generosità, ribaltando il quadro umano d'inizio film, non sono certo una trovata originalissima. Ma nel film dell'Archibugi funzionano e da spettatore ti ritrovi a seguire l'evoluzione dei due amici di corsia per scoprire come andrà a finire. Certo, il personaggio di Alberto è più interessante perché più complesso (e sicuramente più vicino alla regista) e a lui sono affidate le scene più indovinate, come i battibecchi con l'infermiera dal volto triste (Chiara Noschese) o la lezione di sceneggiatura al piccolo Airton (Andrea Calligari). Senza contare che Albanese ha una carica di simpatia capace di vivificare an¬che i personaggi più antipatici. Ma anche Kim Rossi Stuart, il cui personaggio ha un'evoluzione psicologica (e medica) più scontata, riesce a evitare pietismi o lacrimucce ricattatorie. Per non parlate delle due donne, la Ramazzotti e la Inaudi, convincenti in due ruoli non certo facili. Resterebbe da rispondere alla do¬manda iniziale (magari modificata così: che tipo di commedia si può fare oggi in Italia senza scadere nella farsa o nella fiction televisiva?) e poi chiedersi perché la realtà, la realtà vera di questi anni, più brutti che sporchi e cattivi, finisca per apparire irrimedia¬bilmente edulcorata o troppo distante dalle nostre commedie, anche da quelle ben fatte e piacevoli come 'Questione di cuore'. Ma sono domande troppo complesse e forse troppo difficile per tutti, registi e critici compresi..." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 17 aprile 2009)

"La bravura degli attori, specialmente di Kim Rossi Stuart, è grande; la drammaticità della vicenda pure, e anche la presenza di Micaela Ramazzotti nella parte della moglie di Kim è (essenziale per espressività e femminilità profonde). La finezza dell'attrice nel vedere spegnersi ilmarito e fingere di nulla di simile alla eloquenza di Rossi Stuart con le sue gambe deboli, il colorito terreo, i piccoli gesti affaticati, i sorrisi forzati della paura. Albanese, bravissimo sempre, sembra una molla caricata di vitalità: chiede e chiede al nuovo amico divenuto ormai indispensabile, vuole lavorare con lui e sperimentare i vantaggi della fatica fisica, si mescola alla famiglia di lui, pare un cinghiale che frughi alla ricerca di nutrimento. Bisogna essere davvero bravi per ottenere qualcosa di simile, e lo è Francesca Archibugi, da sempre architetto dei sentimenti, investigatrice delicata e forte del cuore della gente, eccellente direttrice d'attori e analista d'Italia." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 17 aprile 2009)

"Francesca Archibugi dice che con 'Questioni di cuore' voleva fare un film sull'Italia anche se in modo sghembo, lavorando cioè su questo incontro altrimenti impossibile tra mondi umani. E per farlo usa il cinema, o meglio le sue memorie: ci sono i luoghi della Roma pasoliniana, la Torpignattara dei fratelli Citti, la borgata Gordiani dove Anna Magnani correva dietro il camion cadendo a terra, uccisa dai fascisti in 'Roma città aperta'. Una geografia oggi radicalmente mutata tra studenti, migranti, senegalesi o cingalesi, e loft e gallerie di tendenza - ma nei suoi primi film Matteo Garrone aveva rifondato l'immaginario delle periferie romane con poetica lucidità. La cosa più divertente del film, non so se voluta, è la messinscena del cinema italiano. Che forse è spesso così mediocre per l'incapacità di uscire dai propri riferimenti, di guardarsi intorno, di inventare nuovi orizzonti. Assurdo no che uno sceneggiatore 'colto' si stupisca di fronte a un ragazzo africano immigrato che parla francese - come se fossero tutti analfabeti (la scena è davvero infelice). O che scopra all'improvviso il razzismo ... L'impressione però è che anche Archibugi ci rimane un po' chiusa nel mondo che vorrebbe spalancare proprio come il suo sceneggiatore. Ogni dettaglio è scritto fino a diventare ovvio. Non ci sono sorprese in questo incontro impossibile - ma un certo pudore tra uomini nel dirsi sentimenti e paure è raccontato bene. Tutto è come deve essere, come è già: personaggi, battute, situazioni, ... Anche l'idea di un cinema 'popolare' che commuove e parla a tutti: senza spigoli o almeno quel po' di ironia indispensabile." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 17 aprile 2009)

"Sostengono splendidamente l'impresa - una delle più felici della felice carriera di Francesca Archibugi due attori che, pur fino ad oggi tra i migliori del nostro cinema, qui ci hanno dato di certo il meglio di sé: con semplicità e autorità, con calore ma anche con misura. Kim Rossi Stuart, è un carrozziere con un lieve accento romanesco che, per il suo personaggio, ricorre magistralmente a tutte le inflessioni più sottili, soprattutto di mimica, imponendosi spesso solo con uno sguardo o addirittura con un batter di ciglia. Di fronte a lui Antonio Albanese trascorre con meditatissimi accenti da una euforia solo in apparenza superficiale a una partecipazione mesta eppur generosa, disegnando con sommessa evidenza sul suo volto la realtà che intuisce e cui si adegua. Spesso, a sua volta, in silenzio." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 17 aprile 2009)

"'Questioni di cuore' non è tanto una commedia venata di drammaticità, ma un film drammatico vero e proprio screziato con lampi di giocosa comicità. Ed è proprio la figura dolente di Angelo (un superbo Rossi Stuart) emaciato e sofferente, con occhiaie e denti ingialliti, a cadenzare il passo della truppa attoriale: rigenerando il rapporto e il passaggio di testimone simbolico/familiare con Alberto, chiudendo la sua presenza terrena nel mostrare le piccolezze da carrozziere arricchito che non fattura migliaia di euro. Un sempliciotto e provinciale materialismo che prova a fondersi con uno sbrodolante e autoreferenziale intellettualismo: c'è molta Italia contemporanea in 'Questione di cuore'." (Davide Turrini, 'Liberazione', 17 aprile 2009)

"E' davvero un teatro delle parti, un calarsi improvviso in una realtà funzionale, dove tutto assume un significato diverso e più vero. La prima parte del film in questo mondo è la più bella (peccato sia troppo breve). Francesca Archibugi poi estende la trama al confronto di vite diverse. Qui qualcosa si perde, fino a toccare dei momenti fastidiosi perché appiccicaticci, come la scena del pestaggio di un uomo di colore nel quartiere del Pigneto richiamando forzatamente - e non sentitamente - recenti fatti di cronaca." (Dario Zonta, 'L'Unità', 17 aprile 2009)
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