Quello che non so di lei

D'apres une histoire vraie

FRANCIA - 2017
2/5
Quello che non so di lei
Delphine è l'autrice di un romanzo molto intimo e dedicato a sua madre, che è diventato un best-seller. Già esaurita per lo stress e indebolita dai ricordi, Delphine si trova ben presto tormentata anche da alcune lettere anonime in cui viene accusata di aver dato la sua famiglia in pasto al pubblico. Inoltre, è paralizzata al solo pensiero di dover tornare a scrivere. Poi, Delphine incontra Elle, una giovane donna attraente, intelligente e intuitiva, che la capisce più di chiunque altro. Delphine si affeziona a lei, si fida e si abbandona fino a quando Elle si trasferisce da lei e la loro amicizia prende una piega inquietante...
  • Altri titoli:
    Based on a True Story
    Da una storia vera
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Tratto da: romanzo "Da una storia vera" di Delphine de Vigan (ed. Mondadori)
  • Produzione: WY PRODUCTIONS, RP PRODUCTIONS, MARS FILMS
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2018)
  • Data uscita 1 Marzo 2018

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Tre anni dopo Venere in pelliccia (2014), Roman Polanski realizza D’après une histoire vraie (questo il titolo originale), tratto dal romanzo di Delphine de Vigan adattato per lui dal collega Olivier Assayas. Riducendo ai minimi termini, questo dramma senza dramma dalle venature thriller esplora la relazione morbosa, di più, tossica (eheheh…) tra due donne, la scrittrice di successo Delphine (Emmanuelle Seigner) e la scrittrice per conto terzi (un altro negro dopo L’uomo nell’ombra, che in originale si chiama proprio The Ghost Writer, 2010) Elle, nel senso di Lei (Eva Green).

Ecco, dovessimo avvicinarlo, ancor più nella (non) riuscita che nelle assonanze e simmetrie, a qualche precedente di Polanski, questo “Tratto da una storia vera” è proprio quell’Uomo nell’ombra, anche indovinato e financo ardito in alcune trovate, ma accartocciato, annoiato, mai sorprendente. Un tot inutile, ozioso e lezioso e, per carità, non tirate fuori Repulsion (1965).

Un film su due scrittrici che tra le righe si lascia leggere poco assai, un film sul doppio di primo acchito volontariamente smaccato e prevedibile, che non riuscendo a innescare la riflessione metacinematografica smaccato e prevedibile rimane anche in ultima analisi, cosa che non succedeva nel precedente, da lui scritto e diretto, di Olivier Assayas Personal Shopper, cui è limitrofo per temi e pensieri fissi.

 

Un “di due una” che beneficia di brave attrici – la Segnier è meglio della Green- ma in fondo non sa nemmeno che farsene, lasciando intravedere qui e là anche un po’ di sciatteria. Certo, il mestiere di Polanski ha ancora da dire, ma noi vorremmo il suo talento: chiediamo troppo? Forse sì, ma non ci rassegniamo: questo non va, e non ci sono cortesie per il Maestro che tengano.

Fuori Concorso al Festival di Cannes 2017.

NOTE

- FUORI CONCORSO AL 70. FESTIVAL DI CANNES (2017).

CRITICA

"Non disdegnando le mansioni del thriller né il tema del doppio, Polanski ha una sicurezza narrativa sensuale in senso profondo, una mano invisibile che sfoglia la vita. Sapienza non automatica ma frutto di sofferenza e conoscenza di persone, nello splendore della loro ambivalenza. Peccato che quando si apre la caccia, con la Seigner che arranca sotto il best seller, il tragitto sia chiaro, il tema della creazione venga messo da parte, né ci siano colpi di mano filosofici come in 'Venere in pelliccia'. Il che non toglie il piacere di un esercizio di quel cinema - per dirla con Truffaut che fece con Polanski il 68 a Cannes - che fila dritto come un treno nella notte. A mezzo servizio, a scelta, tra sogno e incubo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 1 marzo 2018)

"Nel gioco di specchi tra l'autrice di successo e l'ammiratrice (...) che si insinua nella sua esistenza a scopo manipolatorio, Roman Polanski, insieme (e grazie) alla compagna, offre l'ennesima prova del suo genio scintillante, giocando con i temi che gli sono cari, in bilico tra toni ironici e grotteschi. Uno stato di grazia legato al sodalizio speciale che lo lega a Seigner, musa ispiratrice, moglie complice, strumento duttile, nelle sue mani, per dare corpo ai fantasmi che da sempre lo assillano. Libera, a differenza della gran parte delle sue colleghe, dall'imperativo del non invecchiare, con il fisico reso più morbido dagli anni e lo sguardo ambiguo e conturbante, Emmanuelle Seigner diretta da Polanski è un capolavoro di fascino e di mistero. Tutto quello che si può chiedere a un'attrice. Tutto quello che un uomo può chiedere alla sua donna." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 1 marzo 2018)

"(...) la sceneggiatura è stata scritta da Olivier Assayas, e il gioco sui doppi e i fantasmi femminili, per qualche magia, ricorda molto gli ultimi film del regista ('Personal Shopper'). In mano a Polanski, però, la storia diventa un perfetto meccanismo da thriller classico, che crea tensione e ambiguità col nulla: e per lui la tensione è quasi sempre anche erotica, è attrazione e repulsione (come si intitolava un suo classico del 1965). 'Elle' è, alla lettera, una ghost writer, uno scrittore-fantasma, un doppio. È il demone della creazione, demone geloso e potenzialmente autodistruttivo; una musa inquietante, atrabiliare e sociopatica, che si nutre dei fantasmi della psiche e vampirizza la realtà." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 1 marzo 2018)

"(...) 'Quello che non so di lei' - è un film radicalmente polanskiano, per certi aspetti quasi un sequel tra le sue «ossessioni» per la creazione letteraria - o il gesto artistico della creazione in assoluto - esplorate altre volte ('The Ghostwriter'); una variazione senza ripetersi col piacere di lasciarsi portare da una macchina da presa in un paesaggio dell'immaginario che non cerca l'umiliazione a ogni costo dei personaggi e dello spettatore solleticandone col «grande tema» la partecipazione compiaciuta al gioco al massacro. All'origine c'è il romanzo di Delphine de Vigan che Polanski ha riletto nella sceneggiatura scritta insieme a Olivier Assayas in un campo controcampo tra due donne (...). A affrontarsi in questo doppio ci sono Emmanuelle Seigner, versione dimessa, e Eva Green, la dreamer di Bertolucci poi Bond-woman che Polanski trasforma in una macchina horror: occhi sgranati, facce da pazza, scatti di ira, spaventosa presenza immateriale che forse non esiste, che forse è solo la proiezione letteraria di una nuova storia. Che poi lo spettatore creda a questa possessione dell'una sull'altra poco importa, anzi la sua natura «irreale» è quasi esplicita. Ma a che punto ci si può spingere, quale è il limite tra l'autore e il suo personaggio, tra la realtà e la sua rappresentazione? Polanski conduce la sua riflessione con autoironia, dal noir delle stanze chiuse dell'appartamento elegante di Delphine all'horror persino splatter nella casa di campagna del suo uomo, ne punteggia i passaggi di riferimenti e citazioni. Per dirci che la verità come la vita dell'artista è sempre nella sua messinscena, nulla sarà mai più forte." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 2 marzo 2018)

"Se la matrice è il dramma psicologico, il racconto di Polanski e Assayas predilige una punteggiatura thriller, in cui l'azione, la dialettica e la correlata suspense sono chiamate a esteriorizzare un problema personale, un rovello intimo, un nodo idiosincratico. Temi e processi già inquadrati da Roman in più occasioni, da 'Cul-de-sac' alla stessa 'Venere', come pure nel sublime 'Repulsion' (1965), però il parente più prossimo pare essere 'The Ghost Writer', se non altro perché 'D'après une histoire vraie' ne condivide l'irresolutezza di fondo: l'ozio batte il negozio, la leziosità l'ardore e l'ardire delle premesse, sicché l'intenso thriller scomodo, graffiante e disturbante si accartoccia su se stesso o, meglio, si avviluppa nella bambagia. Per quali ragioni? In definitiva, i due assi francesi non sanno elevare la solita, trita riflessione sul doppio a potenza meta-cinematografica. Da questo punto di vista, 'Quello che non so di lei' è un 'Personal Shopper' che non ce l'ha fatta: elegante, fascinoso, financo sontuoso per facilità (e spesso felicità) di regia, ma prevedibile, perfino smaccato, comunque smussato e pastorizzato. Già superlativa 'Venere in pelliccia', la Seigner conferma duttilità, respiro e complessità, viceversa, l'interpretazione di Eva Green è monocorde, statica, ancillare al di là dei dettami del copione: manipolazione, contrapposizione, dominio non sono portati nei toni, se non nei fatti, alle estreme conseguenze, e dietro la macchina da presa il talento cede il passo al mestiere. Buono per molti, 'Quello che non so di lei', non per Polanski." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 2 marzo 2018)

"Quasi stucchevole la galleria che Polanski infila di 'luoghi' del noir nel tema del demone della scrittura e del delirio di mitomania, ma ogni passo, ogni sguardo, ogni 'luogo' è riscattato dal gusto di riscrivere la fascinazione dei classici, da Lang a Hitchcock a se stesso ('L'uomo nell'ombra', lezioso citare 'Misery non deve morire'), esplorando la crisi di un'anima femminile. Si può restare perplessi per la morbida reattività di Delphine, per scoprire poi quanto è calibrata nella speciale intimità suscitata da Elle... Sceneggiato con Assayas dal romanzo di Delphin de Vigan. Antiche suggestioni." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 2 marzo 2018)

"Potremmo definire «Quello che non so di lei» tout court un film deludente, se non fosse gratificante trovarci tracce evidenti del talento di Polanski, un regista che a ottantaquattro anni riesce ancora a esercitare la nota capacità manipolatoria su storie e personaggi. Ancorché meno brillantemente che nei recenti «Venere in pelliccia» e «Carnage», infatti, la trasposizione del romanzo francese 'D'après une histoire vraie' gli consente di giocare alla sua maniera con i concetti di verità e finzione che s'intrecciano, confliggono e infine si sovrappongono in un congegno drammaturgico. (...) Il maestro sceglie stavolta di mettere in scena il thriller al femminile con immutata eleganza, ma anche marcata impassibilità di stile privilegiando come non mai il «come» rispetto al «perché»: ne soffre molto, pertanto, lo sfondo del milieu mediatico -letterario parigino rappresentato davvero sciattamente; mentre il versante, per così dire, dell'autofiction (il romanzo nel romanzo) regge a malapena l'arduo confronto con il primato dello Stephen King di «Misery» e «La metà oscura». Forse la colpa di questa riuscita a metà è imputabile alla sceneggiatura del collega Assayas, il quale, peraltro, aveva fornito pessime variazioni sullo stesso tema negli indigeribili «Sils Maria» e «Personal shopper» (...)." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 8 marzo 2018)
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