Polisse

FRANCIA - 2011
3/5
Polisse
Il Ministero dell'Interno assegna alla foto-reporter Melissa l'incarico di realizzare un libro fotografico sulla 'Brigade de Protection des Mineurs' (Squadra di protezione dei minori). Attraverso il suo obiettivo, la donna cattura le immagini dei poliziotti impegnati nella routine quotidiana, diventando così consapevole di quanto duro sia il lavoro della BPM: dagli interrogatori con presunti padri molestatori alle retate notturne per liberare i piccoli rom dalla schiavitù, ogni agente assume su di sé la responsabilità di un avvenire meno infausto per i minori che deve tutelare e allo stesso tempo è costretto a tirare avanti con la consapevolezza che al peggio non c'è mai fine, sacrificando anche la vita privata e le esigenze delle persone care. Nonostante tutto, però, il lavoro di squadra riserva anche momenti per riflettere sui rapporti interpersonali, gioire per la solidarietà dei colleghi e scoppiare a ridere in modo irrefrenabile nei momenti più inaspettati.
  • Durata: 127'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: RED ONE CAMERA (MYSTERIUM-X), REDCODE RAW (4K), 35 MM (1:2.35)
  • Produzione: LES PRODUCTIONS DU TRESOR, ARTE FRANCE CINEMA, MARS FILM, CHAOCORP SHORTCOM, CANAL+, CINÉCINÉMA, ARTE
  • Distribuzione: LUCKY RED (2012) - DVD: LUCKY RED
  • Data uscita 3 Febbraio 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Non è un lavoro come gli altri, quello del poliziotto. Per gli agenti parigini della BPM (Brigade de Protection des Mineurs), poi, il discorso si amplifica: salvaguardare ogni minorenne da abusi e molestie di qualunque tipo è la loro missione.
Nasce dalla suggestione scaturita dopo aver visto un documentario trasmesso dalla tv francese, Polisse, terzo lungometraggio di Maïwenn, attrice e regista 35enne che, nel film, si ritaglia il ruolo della fotografa inviata dal Ministero degli Interni per documentare il lavoro della BPM. Scritto insieme ad Emmanuelle Bercot, Polisse è basato su indagini e azioni reali, sulle testimonianze raccolte dalla stessa regista o vissute in prima persona durante il periodo di sopralluoghi trascorso a stretto contatto con i veri poliziotti. Dagli interrogatori con presunti padri molestatori alle retate notturne per liberare i piccoli rom dalla schiavitù di una vita condizionata da furti e delinquenza, ogni agente assume su di sé la responsabilità sociale di un avvenire meno infausto per i minori che è chiamato a tutelare: il tutto a discapito di un'esistenza, la propria, che non sempre riesce a salvaguardare le aspettative e le esigenze delle persone care: mogli, mariti e figli.
Rendendo chiaro sin dalle prime inquadrature il taglio estetico dell'opera (a metà strada tra fiction e documentario), Maïwenn riesce nell'intento primario, mostrare lo spaccato di un gruppo solido, concentrato sull'obiettivo, e le contraddizioni che ne animano la quotidianità, tanto nei rapporti interpersonali quanto nella frustrazione di non poter aiutare tutti i bambini nello stesso modo. In tal senso, la giovane regista centra la scena più bella dell'intero film in quell'abbraccio tra Fred (Joey Starr), tra tutti il poliziotto che meno degli altri accetta il fallimento dei loro sforzi, e il bimbo che per volontà materna viene assegnato ad un ricovero per indigenti. E' in quella dolorosa separazione e nella forza del conseguente abbraccio il tratto più sincero di un'opera che, forse troppo sentita, rischia di voler mostrare "tutto" (la scena dell'aborto con il feto morto messo poi in un sacchetto) senza tralasciare nulla (anche nei dialoghi), arrivando al colpo basso di un finale "ad effetto" che rischia di vanificare ogni cosa.
Nel cast, affiatato e ben assortito ( da Karin Viard a Marina Foïs, da Nicolas Duvauchelle alla stessa Emmanuelle Bercot), anche il nostro Riccardo Scamarcio: è Francesco, padre delle due bambine avute con Melissa (Maïwenn).

NOTE

- PREMIO DELLA GIURIA AL 64. FESTIVAL DI CANNES (2011).

CRITICA

"Speravamo di più dal primo film francese in concorso. Non che 'Polisse', la terza regia dell'attrice francese Maïwenn, manchi di professionalità e di ritmo ma a un festival come quello di Cannes era possibile aspettarsi un po' più di originalità e di stile. Invece nel mettere in scena le difficoltà professionali e private di un gruppo di poliziotti della brigata minorile parigina, tra bambini avviati alla delinquenza, pedofili più o meno confessi, crisi matrimoniali e gelosie professionali, la bravura degli interpreti e l'oliato meccanismo della sceneggiatura non trovano mai un modo originale di messa in scena. La ricchezza produttiva è da film di serie A ma alla fine sembra di trovarsi davanti a un pilot per una super-serie televisiva, non indegno ma nemmeno davvero interessante. Un prodotto standard, dove fa capolino anche il nostro Scamarcio, compagno abbandonato dall'amante fotografa interpretata dalla stessa regista." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 14 maggio 2011)

"'Poliss' è un bel film, anche se speriamo nessuno rivendichi inopportune patenti di originalità. (...) 'Poliss' dura 130 minuti e sembra il travolgente pilota di una bellissima, potenziale serie tv. Non è una critica. Anzi, è un complimento. In tv le serie sui corpi di polizia possono venire benissimo. Il film è corale, schiera una squadra di attori magnifici (la stessa Maïwenn interpreta una fotografa, il cui marito - al quale nel corso della trama spunteranno le corna - è Riccardo Scamarcio, bravo come sempre) e un commovente coro di piccoli attori bambini. Ha un linguaggio durissimo, che in tv andrebbe purtroppo edulcorato." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 14 maggio 2011)

"Certo, le storie, abilmente impostate e indagate, coinvolgono, permettendo di entrare nelle pieghe della corruzione, con un ottimo lavoro degli attori, compreso il cameo di Scamarcio. La confessione del nonno che cambia la nipotina. La squadra sgominata di zingari trafficanti. Il padre che "ama troppo" sua figlia, coinvolgendo la moglie, e lo trova normale. L'aborto di una ragazzina violentata. Ma si va anche in discoteca e ci si separa e ci si mette insieme. Una serie tv pigiata in due ore di cinema nel modello di 'Legge 627' di Tavernier." (Silvio Danese, 'Giorno-Carlino-Nazione', 14 maggio 2011)

"Un film che «Le Figaro» ha definito 'il primo choc di Cannes' proprio per la durezza dei temi che affronta: aborti, abusi sessuali di padri sulle figlie, di nonni sulle nipotine, violenze di istruttori sugli allievi, di compagni di scuola su altri compagni, e poi casi di esibizionismo, voyuerismo, di miseria estrema e di maternità negata. Un calvario. Le storie raccontate sono tutte vere, precisa la regista che ha ritagliato per sé il ruolo di una fotografa, e sono vere le vite dei dieci poliziotti, un gruppo compatto e solidale, quasi una famiglia, dove «ci si protegge l'uno con l'altro e si sta sempre insieme»." (Titta Fiore, 'Il Mattino', 14 maggio 2011)

"Il titolo è una storpiatura grammaticale della parola 'police' cioè polizia, come doveva semplicemente intitolarsi il film, ma il titolo era già stato utilizzato (...) e così la regista, cercando un altro titolo, si è imbattuta in un errore di ortografia del figlio che le ha dato l'idea. (...) Folgorata da un documentario televisivo che raccontava proprio la vita in un commissariato per minori, la regista ha voluto entrare anche lei in contatto con questa realtà. (...) Nel film, che è naturalmente un'opera di fiction, anche se basata su episodi reali e sui racconti di chi li ha vissuti, la regista si ritaglia il ruolo di una fotografa incaricata di seguire la brigata per documentarne il lavoro. Cosa che, naturalmente, coincide con la sua esperienza di regia e con lo sguardo dello spettatore chiamato, anche lui, a partecipare a questa sorta di stage nella sezione 'minori'. Girato con le migliori intenzioni, il film però non ci sembra andare molto oltre la cronaca di una serie di casi più o meno pietosi; poi si esce dalla sala e, fatti due isolati, dietro la Croisette, un gruppetto di bambini sporchi e a piedi scalzi chiede tranquillamente l'elemosina ai passanti che, in smoking, si avviano alla proiezione di gala del film." (Andrea Frambosi, 'L'Eco di Bergamo', 14 maggio 2011)

"La vita quotidiana degli agenti della Brigata Protezione Minori di Parigi, travolti da orari impossibili, casi scottanti, mancanza cronica di fondi. Ma salvati (non sempre) da un entusiasmo, una generosità, una coesione, una capacità di vivere tutto fino in fondo, malgrado le conseguenze devastanti sulle loro vite famigliari (gli agenti sono uomini e donne), che fa dei protagonisti di 'Polisse' forse i migliori poliziotti (in borghese, non a caso) mai visti su uno schermo. E allora: cinema o tv (con tanto materiale si poteva fare un serial), rivelazione o impostura, docu-fiction o sottile propaganda? Malgrado il grande successo e le 13 candidature ai César, sul film di Maïwenn la Francia si è divisa. La regista e attrice (è la fotografa che segue gli agenti) sostiene che il film nasce da una lunga ricerca sul campo e gli attacchi sono puro pregiudizio, contro la polizia e contro di lei, ex-baby star (fu la moglie ragazzina di Luc Besson). Ma 'Polisse' si difende benissimo anche da solo. Gli attori sono fantastici, il ritmo impeccabile, il sottotesto corposo, l'alternanza pubblico/privato condotta con intelligenza e umorismo. E' proprio tanta abilità che finisce per generare il (legittimo) sospetto di qualche calcolo o compiacimento di troppo. Ma averne in Italia, di film così." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 3 febbraio 2012)

"L'unità di polizia BPM, Brigate per la Protezione dei Minori, fa uno dei lavori più difficili al mondo: si occupa di abusi e reati di pedofilia, il più sovente commessi dai genitori. Non è strano che i poliziotti francesi di 'Polisse' abbiano i nervi a fior di pelle, con riflessi diretti sui loro rapporti interpersonali e sulle loro vite private. L'attrice e regista Maïwenn ha realizzato un film di grande forza emotiva, meritato Premio della Giuria a Cannes. Prendendo per se stessa la parte di una fotografa, Melissa, incaricata dal ministero di documentare l'attività della sezione, Maïwenn allude alla propria posizione di testimone dei fatti, che si riferiscono sempre a situazioni reali e sono rappresentati con uno stile semi-documentario assai efficace, complice un cast di ottimi attori. Anche la storia d'amore tra la fotografa e un torturato agente con famiglia (per il quale la donna lascia il nostro Riccardo Scamarcio, in un ruolo piccolo ma interessante) ha un sapore di verità, non insinuandosi come un corpo estraneo nel resto, ma anzi completandolo. E la sequenza finale, drammatica da lasciare l'amaro in bocca, appare come una clausola necessaria." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 3 febbraio 2012)

"Tenere sotto controllo la sofferenza e la rabbia che derivano dalla frequentazione ravvicinata del male e della perversione, per giunta a danno dei più indifesi; è arduo il compito degli agenti di polizia impegnati sul fronte degli abusi ai minori, come quelli raccontati in 'Polisse', premio della Giuria a Cannes 2011. Firma il film la cineasta/attrice Maïwenn, la quale ha studiato a lungo l'argomento sul campo, con il risultato che la sceneggiatura da lei scritta con Emanuelle Bercot è desunta in buona parte dall'esperienza. Da un lato abbiamo le azioni di pronto intervento e i delicati interrogatori a bimbi e genitori traumatizzati; dall'altra degli esseri umani, uomini e donne, fortemente motivati ma messi ogni giorno a dura prova, tanto che gli effetti del lavoro si ripercuotono sul loro equilibrio emotivo e sul loro privato. Anche interprete nel ruolo di una fotografa che registrando gli eventi ne resta implicata, Maïwenn non sempre dimostra la padronanza necessaria a intrecciare in modo convincente scene ritagliate dal vero e psicodrammi personali, ma gli attori sono convincenti; e ne vorremmo di più, in Italia, di un cinema altrettanto sintonizzato su certe realtà sociali." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 febbraio 2012)

"Con un titolo scritto da un bambino con problemi di ortografia, 'Polisse', affettuoso appellativo per un film sulla Brigade de protection des mineurs (Bpm), arriva proveniente da Cannes il film diretto da Maïwenn, regista francese per l'occasione embedded. (...) Lo spottone sulla Bpm - eroismi e debolezze dei poliziotti - nasce, dice la regista, dal turbamento che le ha provocato un documentario televisivo sul dipartimento in difesa dei minori, vittime di pedofili e abusatori di ogni specie. Così Maïwenn gira e recita nella parte di se stessa (è una fotografa incaricata di seguire l'attività del Bpm), l'esperienza di una full immersion nella sezione di polizia, uno stage 24 ore su 24 dove, «come una spugna», assorbe metodi, linguaggio, humour e violenza dell'allegra brigata, ripresa in un coro vociante, macchina digitale furibonda e saettante tra le facce degli attori, allenati al ruolo di super-paladini dei piccoli, uniti da un ferreo spirito di corpo. (...) Maïwenn mette al centro il suo attore-idolo Joeystarr, il più irrequieto e generoso difensore delle creaturine indifese, come il bimbo nero diviso dalla mamma homeless perché non c'è un posto per accogliere entrambi. Anche i poliziotti piangono. Protagoniste le donne con le stellette che più degli uomini mischiano lavoro a privato, divorzi, tradimenti, confessioni, litigi... L'altra faccia del Bpm è la vita domestica, che la regista enfatizza a beneficio di chi sente puzza di propaganda." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 3 febbraio 2012)

"Non convince 'Polisse' di Maïwenn che racconta il quotidiano impegno della squadra della polizia di Parigi contro la pedofilia e gli abusi sui minori. Ma sin dall'inizio si ha l'impressione di trovarsi in uno di quei serial tv polizieschi dove più che il racconto della battaglia contro il crimine emergono le piccole storie d'amore e gelosia dei protagonisti, matrimoni in frantumi e nuovi incontri, separazioni e affetti clandestini. Il che non aiuta a prendere troppo sul serio quello che viene raccontato." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 3 febbraio 2012)

"Teso, adrenalinico, surriscaldato. E attraversato da un'energia davvero non comune. È soprattutto questo che colpisce, vedendo 'Polisse': il ritmo. La tensione. La sensibilità a fior di pelle. La velocità travolgente e senza soste con cui la giovane regista Maïwenn Le Besco (premio della Giuria all'ultimo Festival di Cannes) ci porta per mano nella vita quotidiana di un gruppo di agenti di Polizia della sezione Protezione Minori nella zona nord di Parigi. (...) Botta e risposta. Toni da referto medico, ma ritmo incalzante. Nervoso. Come in un infinito ping-pong di scosse e soprassalti. Per più di due ore, con una coralità davvero sorprendente, 'Polisse' ci immerge in un mondo malato e distorto (come il titolo: 'Polisse' invece di Police) (...). E tuttavia non sono le vicende dei piccoli abusati a suscitare l'identificazione, l'indignazione e la commozione di noi spettatori. (...) Certo, si possono rimproverare molti difetti a un film come 'Polisse': un eccesso di voyeurismo nei confronti dell'infanzia violata; un ego eccessivo della regista, che si mette in scena nei panni della fotografa, in quello che è il personaggio più arbitrario e meno necessario di tutto il film; una certa vistosa difficoltà a lavorare sul non detto e sul non visto. Ma questi difetti sono poi, paradossalmente, proprio gli stessi che - da un altro punto di vista - potrebbero indurre ad amare il film. Perché 'Polisse' mette in circolo un disagio vero, un malessere palpabile. E si distacca in modo deciso da tutti i modelli che il cinema europeo ha finora adottato per mettere in scena la polizia." (Gianni Canova, 'Il Fatto Quotidiano', 3 febbraio 2012)
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