Nymphomaniac Vol. 1

DANIMARCA, GERMANIA, FRANCIA, BELGIO - 2013
4/5
Nymphomaniac Vol. 1
La sera di un freddo inverno, il vecchio Seligman, scapolo affascinante, trova Joe percossa e tumefatta in un vicolo. La porta nel suo appartamento dove si prende cura delle sue ferite mentre lei gli racconta la sua vita autodefinendosi ninfomane. Seligman ascolta con attenzione Joe che, nel corso di otto capitoli, racconta la lussuriosa e avventurosa storia della sua esistenza, ricca di relazioni e incidenti di percorso.
  • Durata: 110'
  • Colore: B/N-C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA (1:1.85/1:2.35)
  • Produzione: ZENTROPA ENTERTAINMENTS, ZENTROPA INTERNATIONAL, SLOT MACHINE, ZENTROPA INTERNATIONAL FRANCE, CAVIAR, ZENBELGIE, ARTE FRANCE CINÈMA
  • Distribuzione: GOOD FILMS (2014)
  • Vietato 14
  • Data uscita 3 Aprile 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Marina Sanna
Niente viene risparmiato in questa prima parte (e dal trailer la seconda sembra molto più hard). Nudi in primo piano, sesso sparato in faccia allo spettatore e in grande quantità. La vita di Adele di Kechiche in confronto a Nymphomaniac di Lars von Trier (che gira per Berlino con la maglietta: Cannes persona non grata) è una visione per ragazzini. Morte, umiliazione, delirium tremens. Fibonacci, Bach, Edgar Allan Poe . Le mille e una notte, Il Decamerone, Il marchese de Sade. Religione, ribellione, matematica, filosofia: non manca nulla. La storia è mia dice Joe (Charlotte Gainsbourg) a un incredulo Stellan Skarsgard, dal nome ebreo Seligman, e tu sei libero di crederci, ma se vuoi ascoltare devi lasciarmi parlare. il film è diviso in capitoli e scandito dalle fasi della protagonista (la Gainsbourg bambina, poi ventenne: la bravissima Stacy Martin), raccolta dalla strada, ferita, probabilmente picchiata. Mentre racconta la sua adolescenza e la sua inclinazione per il sesso fin da piccola, sullo sfondo dei flashback c'è la presenza rassicurante del padre (medico, Christian Slater) che le insegna ad amare, i boschi, gli alberi, le foglie.
La natura che la giovane Joe vuole dominare, il proprio corpo innanzitutto, dapprima per curiosità, poi come dimostrerà in seguito per una assenza totale di emozioni. L'amore, le dice l'amica con cui gareggia nell'acchiappare uomini, è l'ingrediente segreto del sesso. Joe impazzisce di rabbia, combatte luoghi comuni e idiozie sentimentali, una dopo l'altra, le vittime cadono ai suoi piedi e lei non prova nulla. Tira a sorte per liquidarle, cerca di farsi un diario di viaggio personale, basato su puri elementi empirici.  Finché un giorno scopre l'ordine nel caos, ovvero Jerome (Shia LaBeouf), ma è ancora una distorsione. Una manipolazione del nostro Lars. Che gira a meraviglia, dirige Uma Thurman in un pezzo da fuoriclasse (madre tradita) e tutti gli altri con maniacale precisione. Alternando dramma e grottesco, suscitando ribrezzo, imbarazzo, stupore. Mai simpatia o empatia: la sua è una tesi che va seguita fino alla fine. Il giudizio rimane sospeso fino al prossimo capitolo.

NOTE

- IL FILM È DIVISO IN DUE PARTI (VOL. 1 E 2) E IN DUE VERSIONI: LA PRIMA "SOFT" DI 4 ORE, L'ALTRA "HARD" DI 5 ORE E MEZZO.

- LA VERSIONE UNCUT DEL "VOLUME I" E' STATA PRESENTATA FUORI CONCORSO AL 64. FESTIVAL DI BERLINO (2014).

CRITICA

"Prima parte dell'ultima puntata malinconica di Lars von Trier a braccetto di Eros Thanatos con una donna che confessa 50 anni di ninfomania. Licenziose memorie con libertà di grafica, innovazioni divertenti nella stravaganza dove i divi hanno controfigure nelle parti basse. In 8 capitoli, ciò che avreste voluto ripassare sul sesso: accoppiamenti poco giudiziosi con matematica, musica e tanta solitudine pre durante e post coitum." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 10 aprile 2014)

"Com'è noto l'ultima pellicola di Lars von Trier, ed ennesimo suo scandalo annunciato, esce nel mondo divisa in due parti e mutilata per motivi di censura di ben 90 minuti. All'inizio appare una spiegazione che poco spiega, nel senso che Trier ci tiene a dire con tipico paradosso che non condivide i tagli e però li autorizza; in ogni caso, resta che 'NymphOmaniac Vol. 1' è la metà di un film e recensirlo sarebbe assurdo. Limitiamoci quindi alle prime impressioni. (...) Diviso in 5 capitoli, il Volume I rievoca nell'impianto porno-filosofico gli scritti del marchese De Sade: in fondo Joe, ninfomane in spregio all'amore è una sorta di Juliette, prostituta per libera scelta; e dal tutto trapela un'aria surreale e persino umoristica (in una scena appare Uma Thurman, fantastica moglie tradita) che a tratti scivola su un inatteso registro drammatico-affettivo. Disturbante che possa essere, il racconto tiene l'attenzione vigile: Stellan Skarsgård impersona un Seligman malinconico e castamente nevrotico che è un evidente alias di von Trier; l'inedita Stacy Martin incarna in chiave di perversa Lolita la giovane Joe; la colonna sonora mescola metal rock, Mozart e Shostakovich, l'immagine alterna con la stessa naturalezza colore e bianco e nero. Attendendo il Volume II, il 24 aprile." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 aprile 2014)

"(...) 'Nymphomaniac', il primo volume del racconto porno-filosofico di Lars von Trier (...) che non viene per unire, ma per dividere la gente. Del resto era ben noto il fatto che è possibile amare o detestare il regista di 'Le onde del destino' e 'Dogville' con la stessa intensità, ma anche impossibile sottovalutarne la ferocia creativa: in questo caso, però, la sfida è suprema, l'ambizione ciclopica e il risultato un punto di partenza, anziché di arrivo della storia del cinema inteso, parafrasando un'espressione di Cocteau, come visione del sesso (soprattutto femminile, come esplicitala grafia del titolo originale, 'Nymph()maniac') al lavoro. C'entra poco il cosiddetto gusto del proibito, anche se sovrabbondano situazioni, atti e voyeurismi hard e del film esiste anche una versione non censurata, integrata da controfigure 'specializzate' e per ora non distribuita in sala. Von Trier, piuttosto, nel suo tentativo d'esplorare la teoria e la prassi sessuali delle donne - e per riflesso quelle più opache e meschine degli uomini - s'affida a svarianti, audaci e complesse chiavi narrative che vanno dalla lettura psicanalitica alle metafore colte, dal simbolismo numerico a quello fotografico, dal dialogo/dibattito in stile volterriano agli shock melodrammatici. In filigrana a un riepilogo delle avventure delle presunte perversioni femminili diventa, così, possibile percepire il segno della paura (e) del piacere dello stesso inafferrabile demiurgo, intensificati da uno stile modello docce scozzesi in cui, cioè, alle fasi gelide, divaganti e persino verbose e un po' noiose si sovrappongono quelle fluide, veementi e liberatorie. Basta la prima sequenza, comunque, a far capire di che insolito livello sia 'Nymphomaniac': una serie di carrellate che invitano lo spettatore a introdursi in un non-luogo urbano buio, deteriorato, percorso da rumori indistinti, cigolii sinistri, ruscelli di neve liquefatta e squarciato di colpo dalla musica rock metal dei Rammstein. (...) Organizzato per capitoletti dai titoli spiazzanti e incline a sfrangiarsi in sovrimpressioni, inserti documentaristici, riproduzioni di stampe, accelerazioni, ingrandimenti e suddivisioni dello schermo, il mega-flashback vedrà il vecchio e asessuato ebreo opporre le sue riflessioni mai moralistiche, bensì tecnicamente gnoseologiche all'ossessione autopunitiva della donna. (...) Non mancano almeno due sequenze di sapore bergmaniano: quella della moglie tradita che punisce il fedifrago, interpretata da una Thurman indescrivibilmente brava, e quella della morte del padre stracolma di dettagli agghiaccianti. La «scorrettezza» estrema dell'apologo nutre anche la sua forza e la sua importanza, così come la sua ambiguità irrisolta e i suoi sardonici oscillamenti, lasciando le briciole allo spettatore che sollevi il comprensibile, ma non cruciale dubbio sul suo dna misogino oppure femminista: le uniche certezze disponibili sono, infatti, che Freud va in soffitta (casomai sostituito dal Bataille di 'L'erotismo' e il Ballard di 'Crash') ed è nel caos dei desideri, anziché nell'armonia dei genitali, che va cercato il segreto del sesso. La trilogia della depressione (dopo 'Antichrist' e 'Melancholia') si conclude, dunque, in piena coerenza in attesa dell'indispensabile seguito, è per adesso sommamente conturbante abbandonarsi al gioco cattivo del maestro." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 3 aprile 2014)

"Chi qui scrive ha visto solo questa versione (tra l'altro doppiata, sic!), e non quella berlinese. Sarebbe stato fuorviante parlarvi di un film, quello di Berlino, che non è e non può essere «lo stesso» di quello distribuito in Italia dalla Good Films per il semplice motivo che eliminare da questo racconto sul desiderio ossessivo e la sessualità femminile la parte esplicita, così come l'aveva pensata l'autore, vuol dire eludere l'elemento fisico, corporeo, materico con la conseguenza di schiacciare il film verso la sua dimensione filosofica e psicoanalitica. 1 tagli sono stati concordati da von Trier, quindi questa è comunque una sua creatura e l'affronteremo per quello che è, pur sapendo che la tensione visiva ha un altro fuoco, non solo «loico», come avrebbe detto Pasolini, ma anche viscerale. I due elementi devono essere in qualche equilibrio, come ci ha insegnato Foucault (e Bataille) che intendeva il sesso come conoscenza del sé, come continuo superamento dei propri limiti, come l'essere attirati da ciò che mette assolutamente alla prova, un rischio nel quale tutto è rischiato. Una prova vera, però, non teorica, filosofica e astratta. Nell'esperienza cinematografica questa «prova» coincide con la visione, con la sostenibilità della visione, quella che costringe lo spettatore oltre il suo limite. Ci soffermiamo su questo aspetto perché pensiamo che sia rilevante, anche se quel che rimane è lo sesso molto intrigante. Lars von Trir, dunque, prosegue la sua indagine d'autore e qui prende di petto il tema del sesso e soprattutto i suoi corollari fatti di ossessione, senso di colpa, morte, amore, desiderio, inganno, frustrazione... (...) Il regista danese realizza, non senza ironia e profonda comprensione, un film molto stratificato e per sostenerne la complessità richiama le più svariate fonti: musicali (Bach), matematiche (Fibonacci), Letterarie (Foe), cinematografiche (Kubrick, Buñuel e Bergman tra gli altri), ittiche (trattato di pesca del '600) e psicoanalitiche (...) talvolta esplicitandole, talaltra no, il tutto in un trattatello che non è mai un compendio ma continua invenzione linguistica, dando al cinema quel che è del cinema. Ogni capitolo ha una sua «forma» e anche un suo «genere», in un film di cui è difficile financo dire l'ambientazione e il tempo. Si passa così da un presente grigio e cupo, piovoso e spoglio, che apre a una serie di flashback narrativi modulati di volta in volta secondo dispositivi linguistici differenti, come ad esempio il film in bianco e nero bergmaniano (il capitolo 4 sulla morte del padre), oppure il film-saggio e scientifico (il capitolo 5 sul trittico bachiano, con uso dello 'split screen'), oppure film da actor's studio, dramma borghese (il capitolo 3, con la straordinaria trova d'attrice di Uma Thurman). Non si esce delusi da questo viaggio, semmai intrigati e vogliosi di sapere come prosegue, quali rischi si prende Trier e noi con lui." (Dario Zonta, 'L'Unità', 3 aprile 2014)

"'Nymphomaniac' chiude così la trilogia sulla depressione che von Trier aveva iniziato con 'Antichrist' (prima) e 'Melancholia' (dopo). Il film non sconfina mai nella pornografia, pur mettendo in scena sesso esplicito e immagini hard, realizzate con le controfigure di porno-attori. Il regista danese realizza così quella sua vecchia teoria che espose sul cinema pornografico, constatando come fosse il genere girato più brutto, ma anche quello più visto. Per questo, aprì una casa di produzione, per realizzare porno 'di qualità' e convocò studiose della sessualità per elaborare un 'dogma' su ciò che potesse essere mostrato esplicitamente in un film senza però umiliare (nella visione) la sensibilità delle donne. 'Nymphomaniac' nell'ottica del regista, diventa una riflessione sulla sessualità, che fonde Eros e Thanatos, psiche e istinto. Non è quindi un inno alla trasgressione, ma piuttosto un'esplicita dichiarazione d'amore all'immaginario femminile, mai raccontato prima d'ora con queste note, stravaganti e smisurate, eppure toccanti. La ricerca dell'armonia (mai trovata) sembra essere un'ossessione dell'autore, quasi a sottolineare la precarietà dell'esistenza e dei rapporti sentimentali. Tra ironia, amarezza e sesso spinto, il film (pur nella sua esagerata durata) non annoia mai. Una delle punte più alte è senza dubbio il monologo di Uma Thurman nel capitolo 'La Signora H', nel ruolo della moglie tradita, che cercherà di far capire (invano) a Joe che ogni sua azione ha una conseguenza. L'anticonformista danese, figlio di genitori comunisti, atei e nudisti, a due anni da 'Melancholia' e a quattro da 'Antichrist', conduce gli spettatori nell'intimità erotica e spregiudicata di una ninfomane, interpretata da giovane dall'inglese Stacy Martin e in età adulta da un'intensa Charlotte Gainsbourg, affiancata da attori del calibro di Shia LaBeouf, Jamie Bell, Uma Thurman, Christian Slater e Willem Dafoe. E mentre la trasgressiva Joe sussurra la sua bulimia sessuale, il professor Seligman si cimenta in paragoni alti: dalla pesca con la mosca alla polifonia bachiana, al parallelo tra la perdita della verginità dell'adolescente Joe (...) e la sequenza del matematico Fibonacci. Non manca poi la filosofia sull'Eros, ben distinto dall'amore: «Io volevo l'erotismo, non l'amore. L'erotismo è dire di sì, l'amore è dire di no», spiega la protagonista Joe, una macchina di sesso che non pensa alle conseguenze delle proprie azioni sulle persone che incontra. Mentre l'amore che prova per il suo Jerome (LaBeouf) rende la sua sessualità piena di tormenti, perché amare significa soffrire. Ed ecco che il professor Seligman si vanta di un altro alto parallelo tra la Chiesa d'Oriente (Chiesa della gioia) a quella d'Occidente (Chiesa della sofferenza): dal masochismo alla punizione, dalla rinuncia all'umiliazione." (Dina D'Isa, 'Il Tempo - Roma', 3 aprile 2014)

"Piacerà sì, piacerà. E' piaciuto anche al sottoscritto (che non ha mai avuto un debole per le luci rosse) come non gli accadeva da almeno dieci anni con un film di von Trier. E l'ha riportato indietro di sei lustri quando Lars, allora 28enne esordì a Cannes con 'L'elemento del crimine'. E' un cialtrone onanista, scrissi, ma quanto geniale. Una definizione che credo calzante ancora oggi. La genialità è sparsa a piene mani (la scena del treno, la disputa tra i due neri, le visioni di Joe adolescente e naturalmente, i preludi di Bach). Però l'esibizionismo forse per la prima volta non è fine a se stesso. La vicenda sembra spesso una «soap» ma a conti fatti è qualcosa di più: il «viaggio» di un intellettuale «attorno al sesso» come accadeva nei romanzi più estremi di Moravia. Con un impatto, naturalmente, che le pagine scritte nei libri moraviani non potevano avere." (Giorgio Carbone, 'Libero', 3 aprile 2014)

"Dici von Trier e la critica snob va in sollucchero. Anche se non ha mai fatto un film decente. Stavolta si cimenta in un porno soft di indescrivibile tedio, dove una precoce ninfomane racconta le proprie perversioni. In attesa del secondo capitolo, la camicia di forza in cui viene infilato uno dei protagonisti andrebbe allargata per far posto al venerabile autore." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 3 aprile 2014)

"(...) il film è raffinatamente filosofico, più che Sade ricorda il salotto di Madame Geoffin in amabile conversazione con Diderot e l'abate Galiani, dentro una stanzetta spoglia con su una parete una Madonna, icona tipo il Tarkoskiano 'Andrej Rublev'. (...) Perché, certo per il godimento estetico dello spettatore e per distrarlo dalla pedanteria dei lunghi dialoghi, la vera protagonista di questa prima parte, che sarebbe Charlotte di tempi eroticamente più appaganti, è la giovane inglese Stacy Martin: pure lei costantemente musona, però con un incantevole corpicino sempre nudo di tale grazia verginale che qualsiasi cosa si introduca in ogni anfratto, non risulta mai sporcacciona. (...) 'Nymphomaniac' è l'ultima parte della trilogia larsiana detta della Depressione, dopo 'Antichrist' e 'Melancholia', e il regista ancora una volta sfrena la sua misoginia, con poesia, sarcasmo, tenerezza, presa in giro, violenza, disagio, scherno. (...) Quanto al famoso porno, almeno nei due film di questa prima versione, si tratta di levigatezze girate con astuzia, rispetto a quel che si vede in qualsiasi sito, cui accedono ormai anche i piccini. Ma al cinema il sesso può ancora essere coinvolgente, perché alla fine Von Trier è grande e il suo film molto bello. La versione che si vedrà in Italia non ha subito censure ulteriori a quella vista negli altri paesi e approvata dall'autore. Quella intera, con inserimenti di veri pornoattori, sarà distribuita a maggio, in un'unica maratona di cinque ore. Un autentico gesto di sadismo, forse soporifero." (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 31 marzo 2014)

"Film femminista o misogino? si interroga sulle colonne de 'Les Inrockuptibles' il critico e amico Serge Kaganski. Nessuno dei due verrebbe da dire, anche se la misoginia più del femminismo è inscritta profondamente nell'universo di von Trier. O meglio più che di misoginia si può parlare di un perverso piacere del martirio del femminile, condannato dalla comunità a atroci tormenti, alla follia o al massacro in nome di un qualche sacrificio sociale personale amoroso. Era il motivo che rendeva odioso 'Le onde del destino' e pure l'escursione medievale di 'Antichrist' sempre in complicità come in 'Nimph(o)maniac' con Charlotte Gainsbourg, dove la follia della protagonista, che dal contemporaneo si immerge nella violenza del medioevo, quando per eliminare le donne le si accusava di essere streghe, elabora una vendetta contro il maschile che nasce comunque da una colpa. Sessuale evidentemente, perché il figlietto si è buttato dalla finestra mentre lei sta facendo sesso. Nelle 'Onde del destino' avevamo invece il riscatto del marito malato, che la protagonista ottiene attraverso la devastazione sessuale (fino alla morte) di se stessa. L'equazione sesso/colpa/redenzione/morte finisce sempre contro la donna, e riuscire a vedervi un rovescio in questi film è impossibile nonostante la evidente distanza dal maschio del regista che mette sempre le donne al centro dei suoi film. L'inizio di 'Nymph(o)maniac' che già dal titolo gioca con una delle sue metafore predilette, la pesca, come migliore amica dell'uomo ma anche come paradigma «semplice» della sessualità (il protagonista ci dirà lungamente della pesca a ninfa, indicate sui manuali come molto efficace e difficile, che fa leva sulla certezza che i pesci (i maschi?) passano il loro tempo a nutrirsi), ci fa vagare in un vicolo stretto e piovoso. La macchina da presa con virtuosismo contenuto si muove tra i mattoni, e scopre il corpo di una donna svenuta (Charlotte Gainsbsourg). Intanto in casa un uomo (Stellan Skarsgård) scende a comprare latte e dolci per la colazione. Solo, con una sportina, che sembra uscito da un film di Kaurismaki. La vede, la solleva, la porta a casa. Le offre un letto pulito, un pigiama, il the caldo che aveva chiesto. E comincia ad ascoltare la sua storia. 'Nymphomaniac volume 1', in attesa del volume 2, è un lungo flashback, punteggiato da continui ritorni al presente, a quella stanzetta con la luce fioca, in cui Joe (Gainsbourg), ripercorre per Seligman (Skarsgård) la sua adolescenza. I ricordi vengono interrotti da riflessioni e considerazioni su quanto lei sta raccontando. L'uomo è il suo specchio ma anche colui che oppone un ragionamento «culturale» all'ossessione della donna di presentarsi come una peccatrice a ogni costo. (...) Non siamo però in un vero e proprio romanzo di formazione, non almeno in questo volume 1, che più di un'esplorazione dell'erotismo e delle sue variazioni possibili, appare come una catalogazione dei topici del sesso. Porno, forse, ma nemmeno fino in fondo. Il dialogo a due appare più come una sorta di seduta psicanalitica, in cui da una parte e dall'altra c'è sempre il regista, Lars von Trier. Il quale sembra mettere a confronto il suo universo filmico, e le sue donne martoriate e «peccatrici», con una demistificazione dello stesso. (...) La scelta stilistica di von Trier è morbida, la macchina da presa ha abbandonato da tempo i movimenti del Dogma. Il sesso sono primi piani di genitali come da manuale, e la catalogazione dei peni fatta da Joe, ma in questo primo volume siamo sempre dalle parti di una sessualità d'accumulazione con poco piacere, e anche poca fantasia nelle posizioni sciorinate. Infine più che un film sul sesso, 'Nymphomaniac' appare come una affabulazione narrativa attraverso il sesso, nel corso della quale il regista cerca la corrispondenza tra parola e immagine forzandone i limiti dentro lo stereotipo. Comune e popolare, mischiato al pensiero di una filosofia che oscilla intorno al concetto di peccato con umorismo e autoironia. Joe si rappresenta come una grande peccatrice, il suo ascoltatore la smonta. Il maschile, appunto, è anche qui opaco e strumentale. Se non patetico come l'amante che si presenta con le valigie a casa di Joe pronto a trasferirsi (ma chi lo vuole?) seguito dalla moglie (Uma Thurman meravigliosa) chef a una scenata da tragedia greca... Gli uomini anche quando amati, sono sempre proiezioni di lei, di questa sua lunga confessione. Ma è proprio questa dualità che rende possibile il gioco, per uno dei film meno dogmatici, del regista (qualcuno ha citato Sedl o addirittura Dreyer ma siamo lontanissimi dall'uno e dall'altro). E' come se entrambi i personaggi cogliessero l'occasione di stare lì per ripercorrere il suo cinema, e le sue ossessioni, mostrandone il funzionamento e anche i limiti. Ma anche, e forse soprattutto, la possibilità di narrare il sesso e la sessualità, e di rendere immagine il desiderio. Cosa difficilissima che porta con sé anche nelle esplicitazioni più nette la delusione. Un po' come il virtuale e il reale, ma questa sarebbe un'altra storia." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 11 febbraio 2014)

"E' una delle prime cose che ti insegnano a educazione sessuale: il coitus interruptus non solo è rischioso ma abbassa molto anche la soglia del piacere. E infatti, alla fine delle due ore e 25 minuti di questo 'Nymph()maniac vol . I' (la «o» del titolo è sostituita da due parentesi tanto per non cadere nel dubbio: si parla di quella cosa lì!), proprio sui titoli di coda scorrono delle immagini del vol. II e la sensazione di essere rimasto a metà, e per giunta sul più bello, si fa strada. Le ragioni di questa scelta tronca sarebbero state da chiedere al regista Lars von Trier, dopo la presentazione fuori concorso al festival di Berlino della sola prima parte, pur se integrale, ma il discusso regista danese non si è presentato alla conferenza stampa (...) E così siamo restati tutti con i nostri dubbi. Che cosa racconta allora questa prima parte? L'incontro casuale tra Joe e Seligman, cioè tra Charlotte Gainsbourg e Stellan Skarsgård. Il secondo la trova pesta e priva di sensi per strada e la porta a casa, dove lei comincia a raccontare all'uomo come è finita così malconcia. E la prende da lontano, dalla scoperta infantile della propria sessualità, che lei chiama nel modo più diretto possibile. Da subito, fin dalla postura dei due (lei sdraiata a letto, lui su una sedia) si capisce che quello a cui von Trier ci invita è un viaggio psicoanalitico intorno al tema della sessualità vista dalla parte femminile. Lei racconta, mettendo subito in chiaro la sua «ninfomania», e lui domanda, puntualizza, spiega. È la parte più convincente del film, anche per merito dei due attori che sanno restituire, attraverso una serie di primi piani sempre più ravvicinati, la forza emotiva dei discorsi. Qualche volta viene il dubbio che von Trier stia provocando a bella posta - il paragone tra l'adescamento femminile e la pesca con la mosca - altre volte sembra voler usare il film per scusarsi (dopo le accuse di antisemitismo fa del comprensivo personaggio di Seligman un ebreo) o per smontare le certezze dei luoghi comuni (difficile contestare Joe quando sostiene che il rapporto tra i delitti commessi per amore e quelli per sesso è di cento a uno) ma in generale l'ambizione non comune dell'operazione mi sembra sorretta da una drammaturgia adeguata. Dove il gusto della provocazione fine a se stessa ritorna a fare capolino è nei tanti flash back con cui Joe racconta la sua odissea sessuale. Qui la Gainsbourg lascia il campo all'esordiente Stacy Martin (tornerà protagonista al 100% nella seconda parte) a cui tocca il compito di dare un volto e un corpo al suo lungo viaggio nel sesso. E qui le immagini, spesso molto realistiche, finiscono per dimostrare minor efficacia delle parole, di cui perdono la forza evocativa e allusiva. Con un'eccezione, però, quando Uma Thurman entra in scena: una lunga, straordinaria scena, fatta di rabbia vendicativa e dolore trattenuto, di grande forza e ancor più grande emozione, che riscatta le inutili scivolate nel troppo esplicito che ogni tanto fanno capolino. E che fa rimpiangere un film sullo stesso argomento ma con una forma diversa. Anche se vederne solo metà resta l'errore più grande e imperdonabile di von Trier." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 10 febbraio 2014)

"Di cosa parliamo quando parliamo di sesso? Da quando il porno di massa ha sdoganato le immagini più esplicite, il cinema ha perso una delle sue armi più forti: il proibito. Salvo resuscitarla a intermittenza all'insegna della contaminazione. Il porno è anonimo per definizione, ma metti delle immagini hard in un Film d'Autore ed è tutta un'altra musica. Almeno si spera. Così ecco Lars von Trier a Berlino, fuori concorso, con la versione 'uncut' del primo capitolo di 'Nymphomaniac' (si scrive così, e si capisce perché). Logico: la versione soft (...) è già uscita in mezza Europa. Agli addetti ai lavori bisogna buttare un boccone più grosso. Così Joe, alias Charlotte Gainsbourg, che nel prologo troviamo pesta in un cortile, racconta. Il maturo Seligman, cioè Stellan Skarsgård, la sta a sentire, aggiungendo la sua cultura alle crude esperienze della protagonista. E la giovanissima Stacy Martin, volto e fisico da cerbiatta, interpreta con olimpica tenacia le prodezze giovanili di Joe (perché il nome maschile? Mistero...). Chi ricorda 'Quell'oscuro oggetto del desiderio' di Buñuel ritroverà, rovesciato, uno schema simile. Stavolta l'uomo maturo non racconta le proprie avventure, ma ascolta la sua ospite, e oltre ad ascoltarla interpreta, elabora, razionalizza, cita Bach, Fibonacci e Poe, cerca un impossibile ordine dove invece «il caos regna» (come diceva la volpe di 'Antichrist', per restare a von Trier). La prima parte, ironicamente, gioca sui rimandi fra le sfrenatezze di Joe e le tecniche di pesca di Seligman (con dotte citazioni da un trattato seicentesco, 'Il perfetto pescatore', e immagini di pesci e fiumi paragonati ai treni su cui Joe e un'amica adolescenti giocano a chi si accoppia con più maschi; con punti extra per i pesci grossi come gli uomini sposati...). (...) Ma quello giocoso è solo uno dei lati di un film che completa la trilogia formata da 'Melancholia' e 'Antichrist' (quasi una storia moderna della stregoneria, è stato scritto brillantemente). Ironia o meno, anche qui c'è poco da stare allegri. Si capisce quando l'eroina, cresciuta, assiste all'agonia e alla morte del giovane padre (Christian Slater), che da bambina le parlava di alberi, boschi e miti nordici. Sarà quel padre così amato l'origine della sua perenne insoddisfazione? Non razionalizziamo: Joe e il film lavorano per spiazzarci. Il desiderio, specie femminile, non conosce logica. Joe ha un bel moltiplicare amanti, posizioni, combinazioni (in una lunga scena geniale Uma Thurman, moglie tradita, inventa una tecnica inedita di pressione sul fedifrago e l'amante...). Più cambia, più è la stessa cosa, dicono i francesi. Ma cos'è, appunto, che non cambia? A forza di dettagli hard (ma simulati: ormai esistono protesi perfette, anche il porno non è più quello d'una volta), von Trier trasforma il sesso in un problema filosofico sulla scia di Sade e Bataille, ma senza dare mi una scintilla di vero calore alla sua Joe. Dietro a cui continuiamo, implacabilmente, a vedere Lars." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 febbraio 20014)

"Presente o assente, Lars von Trier fa sempre discutere e già questo, oltre al fascino delle sue opere, è un pregio (...) con 'Nymphomaniac', terzo e ultimo titolo di quella che lui stesso ha definito la «trilogia della depressione», affronta il tema della sessualità femminile agganciandolo ai principi della morale, delle religioni, occidentali e orientali, della filosofia, della biologia e della matematica. Un excursus drammatico e potente, ironico e disperato, girato con lo sguardo lucido di un regista che è anche un grande pensatore (...). In 'Nymphomaniac Volume I' (...) Joe ragazzina e poi giovane donna è interpretata da Stacy Martin, corpo androgino e occhi capaci di esprimere le più diverse sfumature del dolore e del piacere, della tristezza e dell'ambiguità. E' a lei che toccano le sequenze più scabrose, amplessi di ogni tipo, fellatio in primo piano, nudi reiterati e masturbazioni in ogni possibile forma e modalità" (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 10 febbraio 2014)

"Sesso in primo piano, orgasmi a ripetizione, la sequenza numerica di Fibonacci, un'ossessiva ricerca dell'io e il solito colpo di teatro di Lars von Trier. Tutto questo all'anteprima di «Nymphomaniac Vol.1» che il regista danese ha portato al Festival di Berlino fuori concorso." (R.S., 'Il Mattino', 10 febbraio 2014)

"Sigmund Freud rivoltato come un calzino. L'inventore della psicoanalisi (secondo Karl Kraus 'una malattia che crede di essere la sua guarigione') faceva sdraiare i pazienti sul lettino e li invitava a dire tutto quel che passava loro per la testa, con la tecnica delle libere associazioni. Poi, usando le dovute cautele - si era nella Vienna di fine Ottocento - suggeriva che all'origine c'era sesso, sesso, e ancora sesso. In 'Nymph()maniac' di Lars von Trier (così il titolo sull'evocativo manifesto, tra le parentesi mancherebbe solo l'apostrofo rosa) succede esattamente il contrario. Charlotte Gainsbourg, in pigiama e sdraiata a letto, si dichiara ninfomane e parla di sesso, sesso, e ancora sesso (i suoi primi ricordi risalgono a quando aveva due anni). Seduto accanto a lei, Stellan Skarsgård fa le sue libere associazioni, raccontando tutto quel che gli passa per la testa. Izaak Walton, che era amico di John Donne e scrisse un celebre trattato di pesca con la lenza. Edgar Allan Poe e 'Il crollo della casa Usher'. I capitoli dedicati a Bach che avevamo già letto in 'Un'eterna ghirlanda brillante' di Douglas Hofstadter. L'immancabile serie numerica del matematico Fibonacci, ormai priva della sua aura essendo già comparsa nel 'Codice da Vinci' di Dan Brown. Si sono incontrati in un vicolo sotto la pioggia, lei per terra malconcia e lui che la soccorre. Niente ambulanza, solo un tè con il latte nella stanzetta spoglia, e Joe - così Charlotte Gainsbourg si chiama nel film - comincia a raccontare. Ancora non il meglio, per la verità. Alla Berlinale - per motivi imperscrutabili - era in programma solo il Volume 1 dell'opera, che nella sua versione completa e hard dura cinque ore e mezza. I critici americani hanno visto invece la versione completa ma soft, lunga quattro ore. Noi ci siamo persi il meglio, su tutti i fronti. C'era il porno, questo sì, con le pornostar che sostituivano gli attori: ma il sadomaso e le pratiche più estreme vengono appena annunciate nei titoli di coda, quindi tocca aspettare la seconda parte per scandalizzarsi. Delusi sul fronte del porno, lo siamo anche su quello dell'arco drammatico: quanto bisognerà aspettare prima di capire come la poveretta si ritrova nel vicolo? E mancava quasi del tutto Charlotte Gainsbourg, che si limita a raccontare, mentre al suo posto sullo schermo troviamo la più giovane Stacy Martin: non una gran scelta, e dire che di solito Lars von Trier ha occhio per le attrici. Dal ricchissimo cast annunciato sui manifesti sopravvivono qui Shia LaBeouf nella parte di un meccanico con brillantina scelto dalla ragazza per sbarazzarsi della verginità. (...). In attesa di capire dove il film vuole andare a parare - qualcuno sospetta una risposta al quesito mai risolto di Freud, 'cosa vogliono le donne?' - ci siamo goduti una magnifica Uma Thurman." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 10 febbraio 2014)
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