Nella valle di Elah

In the Valley of Elah

USA - 2007
Nella valle di Elah
Il soldato Mike sparisce una settimana dopo essere tornato dalla guerra in Irak, senza nemmeno aver comunicato ai genitori il suo ritorno in patria. Il padre Hank, veterano dell'esercito e ardente patriota, aveva considerato normale che il figlio avesse seguito il suo esempio e sperava solo di essere imitato anche nella capacità di tornare a casa sano e salvo. Di fronte alla sparizione del figlio, Hank ritiene opportuno indagare di persona e si reca a Fort Rudd per scoprire la verità. Intanto in un campo nei pressi della base militare, viene trovato il cadavere del figlio, carbonizzato, fatto a pezzi e lasciato in pasto agli animali. Per superare gli ostacoli frapposti dall'esercito - sempre fedele al motto: 'I panni sporchi si lavano in casa' - Hank riesce a coinvolgere nell'indagine la detective Emily Sanders. Quello che viene a scoprire sulla morte del figlio e sui reali comportamenti dei soldati americani in Irak, lo porta a domandarsi se la lealtà verso il suo Paese sia ancora una cosa buona e giusta.
  • Altri titoli:
    Death and Dishonor
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GUERRA
  • Produzione: SUMMIT ENTERTAINMENT, SAMUELS MEDIA, NALA FILMS, BLACKFRIARS BRIDGE FILMS
  • Distribuzione: MIKADO, DVD E BLU-RAY: DOLMEN HOME VIDEO
  • Data uscita 30 Novembre 2007

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Il Crash dell’America si chiama Iraq. E non è un “contatto fisico” che si risolve semplicemente nell’immanenza di un conflitto sul campo. Basta rimanere convinti che “everything’s all right”, che attraverso il sacrificio di qualche (!) valoroso caduto possa trovare conferma quel senso di appartenenza da contrabbandare in terre altre, da condurre ad utopiche e forzate “democrazie”, per perdere di vista il dramma di una guerra urbana che non ha, e non avrà, vincitori né vinti, ma solamente fantocci di sopravvissuti. È nella consapevolezza di un desolante e aberrante “dopo”, anche conseguenza di un inferno presente mai raccontato dai media statunitensi, sempre più ostaggio delle istituzioni e cooptati dall’esercito stesso, che si muove Nella valle di Elah, secondo lungometraggio diretto da Paul Haggis, regista premio Oscar per il Miglior Film nel 2006 e sceneggiatore prediletto da Clint Eastwood (suoi, oltre a Million Dollar Baby, gli script di Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima). Ispirato contemporaneamente a due storie vere, una raccontata da quella foto che ritraeva la morte del bambino travolto da un convoglio militare (visibile alla fine dei titoli di coda del film), l’altra pubblicata sulle pagine di “Playboy” e firmata da Mark Boal (Morte e disonore, articolo dove viene portato alla luce l’omicidio di un giovane soldato appena rientrato dall’Iraq, sul quale indagò in prima persona il padre della vittima), Nella valle di Elah assume i connotati di una nuova, “piccola” pietra: la stessa con cui, migliaia di anni fa, il giovane David affrontò Golia. Il gigante da affrontare si chiama stavolta “senso di responsabilità”, biblicamente assente nella decisione di re Saul, messo pesantemente in discussione oggi, laddove un’intera nazione si ritrova a fare i conti con la scelta di aver spedito tanti giovani, uomini e donne, in quel tremendo malinteso conosciuto come “guerra in Iraq”. Mantenendo tale contesto dapprima sullo sfondo e chiamando immediatamente a sé l’attenzione dello spettatore nella ricerca che Hank, padre risoluto e silente, patriottico e militare in pensione (un immenso Tommy Lee Jones), porta avanti per ritrovare il figlio, scomparso appena una settimana dopo esser rientrato in New Mexico dopo la missione irakena, Paul Haggis utilizza le dinamiche del giallo – puntando su atmosfere e suggestioni notturne che in alcuni casi fanno addirittura pensare all’Hardcore di Paul Schrader – per costruire e incanalare la suspense in un vicolo cieco, dall’uscita a ritroso dolorosamente lancinante: scoprire la verità, per quel padre già afflitto dalla morte di un figlio pilota d’elicotteri, sarà più semplice che poterla accettare. Quarantadue coltellate, il corpo fatto a pezzi e un rogo per farne sparire i resti: questo è ciò che rimane di Mike, ucciso, si scoprirà poi – grazie alla tenacia dello stesso Hank (messo sulla pista giusta anche dalle foto e dai video estrapolati dal telefono cellulare del figlio) e alla collaborazione di una detective di polizia interpretata da una convincente e sommessa Charlize Theron – senza un motivo, dalla banalità e l’orrore di un male partorito dall’inebetimento di una generazione condannata a distruggere. O all’autodistruzione. “È successa una cosa, papà. Devi tirarmi fuori di qui”: Hank non poteva sapere, immaginare che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe sentito la voce del figlio, distrutto da uno scenario d’indicibile orrore, spronato dal padre a resistere perché l’orgoglio di essere lì per la patria lo avrebbe aiutato a superare qualsiasi difficoltà. Inopinatamente snobbato nel recente palmares del Festival di Venezia, Paul Haggis lascia dietro di sé le fredde dinamiche che lo guidarono alla confezione di quel “capolavoro” studiato a tavolino che fu Crash e riporta il cinema a misurarsi con i drammi rappresentati dalla guerra e dalle sue conseguenze, sperando “che la gente, dopo la visione, possa interrogarsi sull’utilità di un conflitto come questo, che costringe la società a subire il peso di perdite irrecuperabili sia in termini umani che di credibilità”. Perché è una nazione non solo sconfitta, ma in cerca d’aiuto, l’America che capovolge la sua bandiera in uno dei finali simbolicamente più struggenti degli ultimi anni: una superpotenza che piange i propri figli, morti o sopravvissuti, costretti ad un destino che – statistiche alla mano – li vuole di ritorno dall’Iraq in stato confusionale, spingendoli a scomparire in un male di vivere senza soluzione.

NOTE

- PREMIO SIGNIS ALLA 64.MA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA (2007).

- TOMMY LEE JONES E' CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2008 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Oltre che di Ken Loach, ieri al Lido è stata la giornata anche di Paul Haggis e del secondo film in concorso che spara a zero sulla guerra americana in Iraq. Guardando 'In The Valley of Elah' l'emozione è forte. Non solo per ciò che si vede, non solo per tutto quello che si intuisce. Ma soprattutto per questo cinema che si fa carico di dire quello che più nessuno dice, non certo i media, non certo i politici e nemmeno le organizzazioni internazionali. Il cinema come un baluardo saldo, che non molla la presa, che non abbassa gli occhi, che si fa carico di partecipare, sollecitare, anche accusare. Un cinema combattente che restituisce a quest'arte una dignità resa traballante dal mondo dello showbiz che preferisce di gran lunga il gossip alla denuncia. La doppietta americana De Palma-Haggis porta nel cuore del concorso veneziano la lacerazione di un popolo e di una nazione che si sta preparando alle disastrose conseguenze, anche interne, della guerra in Iraq. I due registi americani sembrano essersi accordati sui rispettivi punti di vista e l'impressione che rimandano a noi, pubblico, è quella di vedere due film complementari uno all'altro. Mentre De Palma ha lavorato sul "macro" delle atrocità censurate dai media, Haggis si concentra sul micro di un padre alla ricerca di un figlio appena tornato dal fronte e misteriosamente scomparso. (...) Sia Haggis che De Palma dunque picchiano duro, e lo fanno pensando proprio al pubblico americano, che entrambi giudicano altamente inconsapevole di ciò che la guerra in Iraq è stata." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 2 settembre 2007)

"Paul Haggis, premio Oscar per 'Crash', conferma pregi e difetti di quella sua opera prima. È più
sceneggiatore che regista, si innamora troppo di ciò che scrive (il film, diretto da un regista vero, durerebbe almeno 20 minuti di meno) ed esagera nel voler costruire storie a orologeria in cui ogni ingranaggio dev'essere perfetto. C'è una freddezza di fondo, salvata solo dalla prodigiosa bravura di Jones nel ruolo del vecchio sergente deluso. La riflessione politica sull'Iraq è inequivocabile e condivisibile: ci sarebbe però, da discutere sulla 'purezza' di Hank, un reduce dal Vietnam - quindi il rappresentante di una casta militare tutt'altro che immacolata. Ma a Haggis serviva un raffronto politicamente nostalgico tra un'America impazzita e un'America nobile che non appendeva le bandiere al contrario. Il risultato è un film bello, commovente e schematico. L'esatto contrario - una volta di più - di 'Redacted'." (Alberto Crespi, 'L'Unità, 2 settembre 2007)

"Al contrrario del Brian De Palma di 'Redacted' Paul Haggis non vuole manipolare la presunta oggettività delle riprese amatoriali o delle confessioni affidate a You Tube per far passare quella del proprio credo politico. Per l'autore di 'Crash - Contatto fisico' la tragedia della guerra in Iraq può essere affrontata solo con l'integrità morale di un autentico e ispirato autore cinematografico: 'In the valley of Elah' in effetti, ha colpito al cuore per la forza poetica e l'accuratezza stilistica con cui racconta la storia di un veterano alla disperata ricerca del figlio, scomparso misteriosamente subito dopo essere stato rimpatriato dal fronte. Un film potente e certo non facile, sofferto, impeccabile nel suo piglio duro ma rispettoso delle ragioni degli altri, polemico ma compassionevole." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 2 settembre 2007)

Dalle note di regia: "La Bibbia racconta che Golia, ogni giorno, per quaranta giorni, sfidò a combattimento, nella valle di Elah, i guerrieri più forti e valorosi di re Saul, ma che nessuno di loro accettò la sfida. All'improvviso, un giorno, si presentò un giovinetto di nome Davide, che portava del pane, dicendo: 'Combatterò il gigante'. E armato solo di una fionda e di cinque sassi levigati, avanzò per affrontare il gigante, che subito si lanciò alla carica. Davide non si mosse e, dopo avere fatto scoccare la fionda, colpì il gigante. Quello fu certo un atto di incredibile coraggio. La Bibbia, però, tace sul numero di giovinetti valorosi inviati dal re nella valle prima di Davide. Quante storie di giovani eroi sono andate perdute e oggi non vengono raccontate? Questa nostra guerra richiede che vengano prese ogni giorno decisioni al limite dell'impossibile, spesso senza avere nemmeno il tempo di pensare, con esiti a volte positivi e a volte disastrosi. Non mi interessava sapere in che modo le persone non giuste vivono in seguito a decisioni sbagliate. Volevo, invece, sapere come è la vita di una persona giusta che prende le decisioni giuste. Sia che siamo favorevoli o contrari alla guerra, quelle donne e quegli uomini si trovano là perchè noi, e i nostri governi, le abbiamo inviate. Possiamo anche tentare di sottrarci a ogni responsabilità o di prendere le distanze, ma loro sono i nostri soldati, le nostre donne, i nostri uomini e noi siamo responsabili nei loro confronti. Fanno questo per noi. E sempre per noi sopportano quello che viene fatto loro."
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