Maps to the Stars

CANADA - 2013
I Weiss sono una famiglia di successo che vive in California: Sanford, il padre, è un terapista che ha fatto fortuna in televisione e ha una lunga lista di clienti famosi; Cristina, la madre, si occupa soprattutto della carriera del figlio 13enne Benjie, bambino attore e star della TV che alle spalle ha già un passato in riabilitazione; l'altra figlia, Agatha, all'insaputa di tutti, invece, è stata dimessa dalla clinica in cui era ricoverata. Tornata in città e in cerca di redenzione, Agatha, stringe un legame d'amicizia con Jerome, autista di limousine e aspirante attore e scrittore, e diventa l'assistente personale dell'attrice Havana Segrand, ossessionata dall'idea di girare un remake del film che ha reso famosa sua madre Clarice, una star degli anni Sessanta defunta in un incendio e che continua a turbare la sua vita...

CAST

NOTE

- PREMIO COME MIGLIOR ATTRICE A JULIANNE MOORE AL 67. FESTIVAL DI CANNES (2014).

- JULIANNE MOORE E' STATA CANDIDATA AL GOLDEN GLOBE 2015 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA DI FILM COMMEDIA/MUSICAL.

CRITICA

"Los Angeles, di giorno, sembra abbandonarsi alla felicità, ci sono le palme e il sole. La notte racconta un'altra storia, ed è la verità delle tenebre quella che avvolge lo show-biz in stato di decomposizione. David Cronenberg processa Hollywood. (...) Da quelle parti ci sono davvero le mappe per farti vedere le case dei divi. Alla sua maniera corrosiva, diventano metafora di come si diventa famosi. (...) Cronenberg, per la quinta volta al festival, ci ha messo dieci anni per fare questo film. Stavolta non mostra teste che esplodono e altre iconiche invenzioni del suo fare cinema, tra corpo e tecnologia, natura e modificazioni genetiche. (..) Basandosi sulla sceneggiatura di Bruce Wagner (autore di dieci libri su Hollywood e dintorni) ha ritratto una crudeltà nuda tra feticismo e solitudine; marionette ebbre del nulla, consumate dal triangolo della disperazione: droga, ipocrisia, e un'ambizione fuori controllo, anche se è più forte l'assenza del desiderio. C'è il tema dell'incesto: non padre e figlia ma tra fratelli. Per Cronenberg, «il mondo del cinema consiste in un gruppo ristretto di persone che ai cocktail si incontra tutto il tempo con le tartina in mano, condividendo gli stessi problemi. Gli Studios sono il risultato di una comunità incestuosa»." (Valerio Cappelli, 'Il Corriere della Sera', 19 maggio 2014)

"Applausi per la tragedia hollywoodiana 'Maps To the Stars' di David Cronenberg (...).Un lavoro del regista canadese dove la realtà si confonde con la fiction e le fiction, dove gli incesti non sono affatto rari, si compiono omicidi e dove si vive solo e comunque per un po' di notorietà. Dove ogni cosa poi è un additivo per sopportare una vita invivibile se non si è sotto i riflettori e dove anche i morti risorgono come negli horror. Una Hollywood, infine, confusa, piena di droghe colorate da vivere come in una playstation. (...) in questo film di Cronenberg nulla sta al suo giusto posto. Non si parla d'altro che di cure, pillole e social network." (Francesco Gallo, 'Gazzetta del Mezzogiorno', 19 maggio 2014)

"'Maps to the Stars' di David Cronenberg. Ovvero la capitale mondiale della vanità secondo un grande visionario che stavolta non inventa mondi paralleli ma si limita a esasperare ciò che è sotto gli occhi di tutti. E cioè il cinismo, l'avidità, la volgarità, il culto delle apparenze, la fame di successo, che sono il pane quotidiano di chi lavora nella fabbrica di sogni (sogni?) che chiamiamo Hollywood. Prigioniera del suo stesso mito, nonché costretta a produrre a ritmi sempre più forsennati per alimentare anche la fornace della tv, sempre accesa come i bracieri delle Vestali. Chi voleva un film finalmente capace di dividere è accontentato. (...) Un film così programmaticamente sgradevole che viene voglia di liberarsene con un'alzata di spalle. Ma poi resta lì a scavare sotto pelle, come i mostriciattoli dei primi horror di Cronenberg. (...) Nell'insieme finisce per disegnare un quadro abbastanza nuovo e allarmante non dei finti dei di Hollywood ma del loro pubblico. I comuni mortali che si bevono le loro vite e i loro film. Insomma, ci piaccia o meno, noi stessi. (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 20 maggio 2014)

"(...) che Hollywood fosse il regno dell'apparire lo sapevamo dai tempi di Rodolfo Valentino almeno, e Cronenberg non fa quasi niente per scavare più a fondo: registra dialoghi ipocriti e vuoti, mostra dive che fanno le puzze in bagno, racconta di incesti, gelosie, egoismi con uno stile volutamente dimesso e «quotidiano». Che funzionava e bucava lo schermo quando ci parlava della follia dell'umanità (come nel geniale 'Crash') ma che su Hollywood e la sua mancanza di libertà (l'omonima poesia di Eluard fa da filo conduttore del film) dà solo l'impressione dell'ennesimo proiettile sparato sulla Croce Rossa." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 20 maggio 2014)

"David Cronenberg mette in scena, in 'Maps to the stars', un fumetto gotico, lo illumina al neon, fa vivere i morti e rende morti i vivi per raccontare in un gioco di doppi - acqua e fuoco, fratello e sorella, fortuna e sconfitta, fantasmi e superstiti - tutte le illusioni della fabbrica dei sogni: siamo a Los Angeles, la mecca del cinema, ma potremmo essere a Wall Street a Silicon Valley nel triangolo della moda di Milano, cioè ovunque. (...) Un po' "fuoco cammina con me, un po' 'Mulholland Drive', la sceneggiatura di Bruce Wagner ('Scene di lotta di classe a Beverly Hills') è scintillante e feroce. I morti compaiono continuamente a parlare ai vivi: (...). I vivi sono loro prigionieri. Si nutrono di farmaci e mantra inutili, nulla basta a placare le loro insensate opulente solitudini. La carneficina finale somiglia a una redenzione. Meglio andarsene che restare, magari c'è davvero un superiore disegno: tutto questo è insensato, vedete, tutto questo ci sta distruggendo ci ha distrutti già. Molta ironia, nel pulp sanguinario, molte risate e parecchi pensieri. Critica ferocissima allo show-biz e non solo, ai sogni piccoli di chi a Hollywood vorrebbe somigliare anche da qui. Un cast magnifico, tutti bravissimi. Gran bel film." (Concita De Gregorio, 'La Repubblica', 20 maggio 2014)

"«Dietro la luminosa facciata di Hollywood, dice David Cronenberg, in 'Maps to the Stars', ci sono avidità, paranoia, ansia da prestazione, c'è l'ossessione del successo pari solo al terrore di perderlo». Niente che non si conosca, che non sia stato indagato dal cinema in altre occasioni. Ma la forza realistica, l'intensità perfino brutale, il coraggio spudorato con cui (...) indaga(...) il lato oscuro del sogno americano resta(...) davvero notevol[e]. «Maps to the Stars» raccoglie in ogni caso un bel campionario di atrocità (...). Imponente il cast con John Cusak, Mia Wasikowska, Julianne Moore, da sempre innamorata del progetto, e Robert Pattinson, l'ex vampiro di «Twilight» assediato dalle fan che ancora arrossisce al pensiero della torrida scena di sesso girata sui sedili posteriori di una limousine. Da «Crash» a «Cosmopolis», un classico per Cronenberg (...). Combinando critica dello show-business e drammi familiari il regista firma un ritratto grottesco e spietato dei ricchi e famosi: «Credo che tutti i miei film siano divertenti e questo non fa eccezione. Mi piace considerarlo una commedia che sconfina nell'horror, la mia divina commedia»." (Titta Fiore, 'Il Mattino', 20 maggio 2014)

"(...) primo film «americano» del regista canadese, 'Maps to the Stars', struggente e misteriosa storia d'amore, cinismo, e disperazione, di specchi deformanti, di follie celebrities e di morbose ossessioni per il successo. (...) Los Angeles, e Hollywood dunque. Con i suoi divi bambini e adulti, la miscela di arroganza, gelosie, invidie, paura, nevrosi, pillole, psichiatri, agenti, personal trainer, traumi infantili (...). Un luogo quasi incestuoso, come il sentimento che pervade il film (...). C'è qualcosa di implacabile in questo sistema, una crudeltà che appare quasi come una condanna. Cronenberg (...) lo definisce «una commedia», e ha ragione perché il cinismo del ragazzino divo, delle sue amichette che danno delle «menopausate» alle ventenni, del padre santone scientologo, e della star frustata Moore fa ridere." (Cristina Piccino,'Il Manifesto', 20 maggio 2014)

"Cannes 67, che America fa? Paranoia, avidità e incesto a Hollywood con 'Maps to the Stars' di David Cronenberg (...). Dopo 'Cosmopolis', Cronenberg (...) non trova la strada giusta, incerto tra fantasmi lynchani, effetti speciali insulsi e la satira dello showbiz corriva. Dice il regista canadese, "tutti i miei film sono divertenti, questo non fa eccezione"; sarà, ma la Mappa è sballata, l'Autore ha perso la bussola." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 20 maggio 2014)

"Frutto della penna del Dickens della postapocalisse californiana Bruce Wagner, filtrata dall'occhio implacabile di David Cronenberg, 'Map to the Stars' (...) non è una satira su Hollywood. Cronenberg adotta la fiction grandiosamente tragicomica di Wagner (...), i suoi personaggi, per uno degli horror più crudeli che ha mai fatto - un horror profondamente biologico, dove però lo splatter è filosofico, non della carne. E che non ha nulla a che vedere con produttori senza scrupoli e artisti idealisti. Più 'Mullholland Drive' (con pennellate di Minnelh e Wilder) che 'The Playe'r, 'Maps' è infatti un film dove i sogni sono infranti già dall'inizio. (...) Recuperata la temerarietà di cui era stata capace in film come 'Safe' e 'Magnolia', Moore offre un'interpretazione desmondiana, «senza rete» (...). Ma non è lei l'unico «mostro». 'Maps' è pieno di personaggi che desiderano identità che appartengono ad altri e lottano ferocemente per difendere meschinità abissali. 'Maps' è pieno di personaggi che desiderano identità che appartengono ad altri e lottano ferocemente per difendere meschinità abissali (...). Forte di una mise en come al solito rigorosissima ed essenziale (la fotografia di Peter Suschitzky che cattura bene la luce bianca di Los Angeles e come sottolinea la durezza dei contorni), Cronenberg fa sua la struttura sfrangiata della letteratura di Wagner, quelle architetture verbali iperboliche che poi, come bolle, finiscono in niente, le trame che si fermano di colpo senza conclusioni logiche. L'accumulazione di dettagli precisissimi dietro a cui nasconde il vuoto. L'incesto è uno del temi ricorrenti che attraversano la storia. Ma è anche un incesto metaforico - come se i personaggi sconfinassero uno nell'altro. Così preoccupati di sé che non esistono più, sono diventati fantasmi. Da sempre Wagner scrive del disconnect - dello scollamento dalla realtà. Sulla carta quello scollamento è trattato con momenti di compassione, e occasionale empatia. Sullo schermo (cronenberghiano) solo ferocia." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 20 maggio 2014)

"La ricca scrittura dello sceneggiatore Bruce Wagner mescolata con l'avvincente regia di David Cronenberg e con un cast stellare, puntano sul lato tristemente comico di una famiglia di Hollywood che insegue la celebrità e si scontra con i fantasmi del passato. Quasi a rimarcare il bisogno costante di fama e approvazione contemporanea, sospesa tra debolezza e fragilità. La famiglia Weiss è l'archetipo di una dinastia di Hollywood (...). Un cast che rinnova la collaborazione di Cronenberg con Robert Pattinson nei panni di Jerome, e Sarah Gadon in quelli di Clarice (...) già diretti nel 'Cosmopolis' presentato proprio a Cannes (...). La pellicola si arricchisce della presenza di Julianne Moore nei panni di Havana, e John Cusack in quelli di Sanford. La famiglia Weiss ha fatto dell'ossessione per la celebrità il proprio marchio distintivo. (...) Le contraddizioni del mondo hollywoodiano distruggono l'emotività delle persone, mentre il film si riempie lentamente di fantasmi, morte e vizi che prendono il sopravvento. Vivendo tra l'insaziabile desiderio di fama e ricchezza, i Weiss sono così guidati e perseguitati da forze oscure a cui non sembra riescano a sfuggire. (...) Con un crescendo da psicodramma, il film culmina in un finale di inquietudine tra psiche traumatizzate, desideri ossessivo-compulsivi, fughe dalla realtà e la costruzione di vite fragili, pronte a sgretolarsi di fronte al primo tsunami emotivo. L'inquietante storia di fantasmi incentrata sulla vita di due attori-bambini rovinati da Hollywood, il feroce attacco alla società ossessionata dalla celebrità di Los Angeles e la ricerca della fama a tutti i costi, conquistano generando interrogativi e nuove riflessioni." (Dina D'Isa, 'Il Tempo - Roma', 22 maggio 2014)

"David Cronenberg non ha ovviamente bisogno dei nostri consigli, ma al suo posto, faremmo le seguenti cose: 1) dedicheremmo almeno qualche ora a rileggere le sceneggiature; 2) non gireremmo mai più una sequenza dentro una limousine; 3) faremmo finta di aver smarrito il numero di telefono di Robert Pattinson, un bel ragazzetto che - ormai è quasi ufficiale - non diventerà mai un grande attore. Due anni fa, in conferenza stampa, il canadese autore di 'La mosca' e di 'Crash' confessò di aver scritto il copione di 'Casmopolis' in pochi giorni, facendo copia & incolla dal romanzo di Don De Lillo. La risposta migliore era: caro David, si vede! Qualche ora di riflessione sulla sceneggiatura di Bruce Wagner l'avrebbe forse spinto a lasciar perdere un film banale come 'Maps to the Stars', o quanto meno a rivederne l'impianto. (...) 'Maps to the Stars' si inserisce in una lunga e (a volte) gloriosa tradizione di film, romanzi e canzoni sul lato oscuro di Hollywood. (...) il lavoro di Cronenberg fa pericolosamente il paio con 'The Canyons', il terrificante film di Paul Schrader visto l'anno scorso a Venezia. Hanno in comune, oltre alla banalità, il fatto di essere girati, recitati e fotografati in modo sciatto, e se Hollywood comincia a buttarsi via anche sul piano tecnico è la fine." ('L'Unità', 20 maggio 2014)

"Con "Cosmopolis", viaggio in limousine nel fallimento dell'egoismo finanziario di Wall Street, presentato a Cannes due anni fa, "Maps to the Stars", tra le dimore del jet set televisivo e cinematografico di Hollywood, è l'altra faccia della moneta, il fallimento di un modello famigliare del benessere nella distorsione dell'idolatria di se stessi, aiutata da uso smodato di additivi: «Il vero inferno è un mondo senza droghe» dice. (...) si passa da un'infausta roulette russa, dal tentato strangolamento di un attore bambino, da un sanguinario omicidio su divano bianco, da una torcia umana a bordo piscina. Troppo? Il carico corrisponde alla caricatura della tragedia in corso in Occidente, che Cronenberg conduce e monta come un aggiornamento sensato di Eschilo e Sofocle." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 20 maggio 2014)

"(...) come sostiene il Cronenberg di 'Maps to the Stars', la fabbrica dei sogni di Hollywood è pura e semplice mistificazione, condannata all'autodistruzione (...)..Per Cronenberg (...) Hollywood è un mondo popolato di fantasmi, incestuoso nel suo autoriprodursi (le serie all'infinito, lo sfruttamento economico come unico metro) crudele e ipocrita, limitato pur se universalmente esteso. Non c'è spazio per la normalità, e quindi per la vita, ma solo e comunque per un'artificialità che diventa l'unica ragione di sopravvivenza, la celebrità che affranca da tutto. Ironico, crudele, 'Maps to the Stars' piacerà a chi è ossessionato dallo star system, la sua mitologia, le sue efferatezze. Chi, come noi, è più freddo al riguardo, resta dell'idea che dopo 'Viale del tramonto', (...) ci sia poco da aggiungere." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 20 maggio 2014)

"Hollywood o morte. Anzi, Hollywood 'è' morte. 'Mappando' l'inferno delle cine-star 'monstre', il maestro delle umane disfunzioni si trova a suo agio, condannando il non-senso del (soprav)vivere dentro a dei corpi di plastica, zombie in una giungla di lustrini. Esemplare è la vicenda di un paio di 'famiglie' di Beverly Hills che s'incontrano, scontrano e felicemente scannano fino a distruzione completa. A guidare il trionfo orrorifico è la nevrotica diva Julienne Moore (...). Gli ingredienti sono da Cronenberg, ma il risultato è più abbozzato che riuscito." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 22 maggio 2014)

"Piacerà a chi da sempre segue Cronenberg e non ha rinunciato a seguirlo neanche nelle imprese più contorte ('Spider', 'Crash'). Anche 'Maps' è contorto, e in più di un punto decisamente respingente. Ma ha i suoi momenti di genialità. David sembra un cacciatore di mostri che un giorno i mostri li ha scoperti a due passi dell'uscio di casa." (Giorgio Carbone, 'Libero', 22 maggio 2014)
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