Mad Max: Fury Road

AUSTRALIA - 2015
4,5/5
Mad Max: Fury Road
In uno scenario apocalittico, ai confini più remoti del nostro pianeta, in un paesaggio desertico, l'Umanità lotta disperatamente per la sua sopravvivenza. In questo mondo vive Mad Max, un uomo ossessionato dal proprio passato turbolento e convinto che il modo migliore per sopravvivere sia muoversi da solo. Max, però, si ritrova coinvolto con un gruppo in fuga attraverso la Terre Desolata su un blindato da combattimento, guidato dall'imperatrice Furiosa. Il gruppo è sfuggito alla tirannide di Immortan Joe, cui è stato sottratto qualcosa di insostituibile. Furibondo, l'uomo ha sguinzagliato tutti i suoi uomini sulle tracce dei ribelli e così ha inizio una guerra spietata.
  • Altri titoli:
    Mad Max 4
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, FANTASCIENZA, AVVENTURA
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA M/ARRI ALEXA PLUS/CANON EOS 5D MARK II/OLYMPUS P5, ARRIRAW (2.8K)/(2K)/PRORES 4:2:2 (1080P/24), D-CINEMA
  • Produzione: GEORGE MILLER, DOUG MITCHELL, P.J. VOETEN PER KENNEDY MILLER MITCHELL PRODUCTION, VILLAGE ROADSHOW PICTURES
  • Distribuzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA
  • Data uscita 14 Maggio 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
“My name is Max. My world is fire. And blood”.

È difficile, a caldo, cercare di mantenere la lucidità e l’obiettività necessarie per commentare il ritorno di George Miller alla saga cult di Mad Max. Senza troppi giri di parole, Fury Road è un irresistibile, adrenalinico, trascinante ed immersivo capolavoro. 30 anni dopo Oltre la sfera del tuono (e deviazioni impensabili come Babe o Happy Feet), il settantenne Miller si rimette al timone del suo indimenticato bolide, trasformando quel che restava del filone post-apocalittico in un enorme “baraccone” ipercinetico, nichilista e ipnotico.

Una love parade, un rave-party popolato da barbari e “war boys”, percussionisti e chitarristi di fuoco abbarbicati su potentissimi monster trucks. Tutt’intorno – ancora una volta – è il deserto, sabbia e terra (acida) infinita che separa la Cittadella dai territori ostili e da un miraggio, quello della Green Land. Destinazione della ribelle Furiosa (Charlize Theron, fantastica anche con i capelli rasati a zero, sporca di grasso e senza un braccio), Imperatrice del tiranno Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne) che senza preavviso decide di sottrargli il bene più prezioso. Non l’acqua, non la benzina, neanche i litri di latte materno che vengono prelevati e custoditi con estrema cura… Da questo momento in poi inizia il film: un inseguimento da cardiopalma e sanguinario, in cui a breve giro di posta ritroviamo (il nuovo) Max Rockatansky, interpretato da Tom Hardy, chiamato al difficile compito di sostituire Mel Gibson. Rapito e tenuto prigioniero dagli uomini di Immortan Joe, Max viene esposto come trofeo, incatenato con tanto di museruola, in piedi sul cofano di uno dei bolidi partiti all’inseguimento di Furiosa. Ma da lì a poco cambierà ogni cosa…

[caption id="attachment_75128" align="alignnone" width="300"]Tom Hardy e Charlize Theron in una scena del film Tom Hardy e Charlize Theron in una scena del film[/caption]

Progetto messo in piedi oltre 15 anni fa, il film di Miller è un’apoteosi visiva in cui la fotografia di John Seale riesce a catturare in maniera quasi commovente le incredibili luci (strepitoso il lavoro in notturna) di location mozzafiato (il deserto della Namibia, tra soffici dune e canyon angusti stile Monument Valley). Capace di riscrivere le coordinate dell’action, Miller sfrutta ogni granello di tecnologia a disposizione per far esplodere lo schermo lungo tutte le due ore del racconto, che immaginiamo poggiato su una sceneggiatura davvero molto scarna ma figlio di un lavoro maniacale per quello che riguarda stesura di storyboard e coreografie. Sì, perché Fury Road è un’incessante danza tribale, una bomba che sprigiona schegge impazzite capaci di trafiggere qualunque convenzione che finora regolava l’action, il western e il road movie post-apocalittico. La fuga e la destinazione sono solo un pretesto per tornare al punto di partenza, perché la redenzione si può trovare anche nel luogo che ci ha deturpati per sempre. Per Max è diverso, però, il guerriero della strada dovrà tornare ancora una volta lì fuori, lì dove il silenzio e la solitudine hanno creato la sua leggenda.
Accolto trionfalmente dalla stampa internazionale, il film sarà presentato oggi Fuori Concorso a Cannes ed esce nelle sale.

NOTE

- FUORI CONCORSO AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015).

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2016 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO E REGISTA.

- OSCAR 2016 PER: MIGLIOR MONTAGGIO, SCENOGRAFIA, COSTUMI, TRUCCO E ACCONCIATURE, MONTAGGIO E MISSAGGIO SONORO. ERA CANDIADTO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, REGIA, FOTOGRAFIA ED EFFETTI VISIVI.

CRITICA

"Sui primati siamo da sempre propensi ad andarci piano. Ma che il Mad numero quattro sarà il blockbuster mondiale dell'estate non abbiamo (quasi) dubbi. (...) Charlize Theron (ovvero Furiosa) è una travolgente amazzone. E Tom Hardy non fa rimpiangere Gibson. Un campione di sopravivenza così non si vedeva dai tempi dell''Uomo chiamato cavallo'." (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 maggio 2015)

"Se il titolare di 'Mad Max - Fury Road' è maschio, il film ci spiega abbondantemente che il mondo sarà salvato, se lo sarà, dalle donne: guerriere e madri. Nel frattempo la cavalcata nel deserto, erede isterica di tutti i western con la diligenza assalita dagli indiani, t'intontisce d'immagini e di musica. Però una cosa va riconosciuta al settantenne Miller. Se il suo nuovo 'Mad Max' deve parecchio all'universo dei videogame e della graphic-novel, la sua bravura nel montare i 'pezzi' del film è straordinaria: da rimpallare lo spettatore tra un'auto e l'altra senza fargli mai perdere l'equilibrio." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 15 maggio 2015)

"(...) fragoroso giocattolo di George Miller (...) col suo inferno futuribile e forse non così immaginario, c'è di tutto. (...) Ma c'è soprattutto, spinto al più assoluto parossismo, quel culto della velocità e dell'azione che accomuna i vari clan in lotta per la sopravvivenza con armi di ogni genere (...) in questa guerra allegorica, infinita e così martellante che alla lunga stufa anche un po'." (Fabio Ferzetti, 'Il Mattino', 15 maggio 2015)

"Quanti mondi post atomici sono trascorsi al cinema dopo l'archetipo "Interceptor", (1979), pietra miliare nel blockbuster d'azione violenta e apocalittica, diretto dal muscolare australiano Miller secondo il mainstream d'epoca: film di giustiziere. Con i celebri e rinnovati innesti d'auto, moto e immensi truck torna dopo 45 anni Max il folle nelle mani del cinema d'oggi. (...) Duelli, inseguimenti, attacchi, fughe di western in lamiera e polvere diventano frammenti di un puzzle che Miller organizza, bisogna dire, con velocità e chiarezza secondo ferrea logica grafica e narrativa. (...) Hardy, centrato, trasforma il vendicatore Mel Gibson in paladino." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 15 maggio 2015)

"Un film pieno di segni. (...) Giunto alla fine del cinema, ossia di una certa idea di cinema, George Miller, in assoluta sintonia con l'umanità che popola il suo film, ricicla e riassembla: alla velocità della luce. I materiali, scelti in base al loro valore d'uso e non per il coefficiente cult, sono a loro volta il segno di un progetto di rifondazione sociale. Giunto alla fine del ciclo del consumo, non resta che riciclare i segni del consumo stesso. E non a caso la vita, i semi custoditi da una delle anziane, non sono riconoscibili come segni, come un'appartenenza, ma solo come un progetto. Una speranza. Come dire che alla fine del segno non può che esserci il progetto di un altro mondo." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 15 maggio 2015)

"Come i tre precedenti, 'Mad Max: Fury Road' è un atipico film di fantascienza, che ha come generi di riferimento il western (i veicoli al posto di cavalli) e l'horror: una «death race» fra esplosioni, incendi e scontri rovinosi, una «kermesse» di violenza, di brutalità, di sangue e di tenzoni, con rimandi al presente (guerrieri kamikaze, convogli militari con bandiere nere, tiranni dilaniati dai sudditi). Un rutilante racconto caratterizzato da un linguaggio a tratti sperimentale, nervoso e rapido, vicino alla velocità del videoclip. Una scelta adeguata, sostenuta da un commento musicale martellante, per descrivere l'aggressività, la ferocia di un'umanità regredita, in balia di pulsioni autodistruttive: accecata dal miraggio del progresso e decimata da un disastro nucleare, vive in un habitat desolato e desolante (non esistono più città, ma solo dispersi agglomerati), un contesto spazio-temporale anacronistico e pertanto fortemente straniante." (Achille Frezzato, 'L'Eco di Bergamo', 17 maggio 2015)
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