Lo scafandro e la farfalla

Le scaphandre et le papillon

FRANCIA, USA - 2007
Lo scafandro e la farfalla
Nel 1995, a soli 43 anni, l'ex-caporedattore di Elle France, Jean-Dominique Bauby, a seguito di un ictus rimane completamente paralizzato. L'unica parte del corpo che è in grado di muovere è la palpebra dell'occhio sinistro. Impossibilitato a comunicare in altro modo, Bauby, attraverso l'uso della palpebra, è riuscito a dettare lettera per lettera l'intero romanzo in cui ha raccontato il suo mondo interiore, una sorta di diario del suo viaggio nell'immobilità, pubblicato poco dopo la sua morte, avvenuta nel marzo del 1997.
  • Altri titoli:
    La escafandra y la mariposa
    The Diving Bell and the Butterfly
  • Durata: 112'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Tratto da: romanzo omonimo di Jean-Dominique Bauby
  • Produzione: PATHÉ RENN PRODUCTIONS, FRANCE 3 CINÉMA, THE KENNEDY/MARSHALL COMPANY
  • Distribuzione: BIM (2008), DVD: BIM/01 DISTRIBUTION HOME VIDEO (2008)
  • Data uscita 15 Febbraio 2008

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
L'uno imprigiona, l'altra libera. Il dualismo de Lo scafandro e la farfalla ricorda quello tra corpo e anima. Ostaggi della fragilità del primo, liberi nel soffio elusivo della seconda. Schnabel però vuole affrancarsi da termini e dicotomie tradizionali. Prende la storia (vera) di un uomo che prima possiede tutto, poi perde tutto, infine guadagna la vita, per celebrare quello slancio creativo che, nella teosofia da artista, è nocciolo e superamento dell'umana finitudine. Protagonista è Jean-Dominique Bauby, affascinante caporedattore di una rivista di moda, separato dalla moglie, appagato dalla carriera, figliol prodigo e padre premuroso. L'esistenza che un attimo prima scorreva dimentica della sua provvisorietà, d'improvviso s'ingolfa, si blocca, risucchiata da un ictus, termine tecnico "locked in syndrome", che paralizza Bauby dalla testa ai piedi. Segue il ricovero ospedaliero, l'orrore dell'immobilità, la cura degli altri e il miracolo di una palpebra che ancora può muoversi e diventare tramite ultimo col mondo. Il battere e levare di ciglia si fanno segni di un inedito linguaggio grazie al quale Bauby riuscirà a dettare il proprio libro di memorie. Due giorni dopo la pubblicazione del diario, avvenuta il 7 marzo del 1997, Bauby muore per arresto cardiaco, all'età di 45 anni. Il percorso tracciato dal regista è ad un tempo inevitabile e radicale. Fuori da ogni logica di cinema ospedaliero, Schnabel si disinteressa a pietismi e piagnistei di genere - non preoccupandosi neppure di scansarli - per concentrarsi sulle trasformazioni di sguardo del protagonista, tanto in senso letterale quanto metaforico. Costringe lo spettatore a guardare non "alla" malattia, ma "dalla" malattia, utilizzandone l'ottica menomata. Così tra inquadrature sghembe, quadri atipici e vari disturbi alla visione, l'effetto che ottiene è doppio: un'identificazione con Bauby al limite del sopportabile, e la disponibilità di un'insolita gamma percettiva sulla quale giocare la propria sensibilità di pittore. Quando il protagonista scopre nell'immaginazione e nei ricordi un modo nuovo di afferrare il reale, il punto di vista registico si adegua, rompe lo scafandro, si riappropria del piano totale. Per arrivare all'immagine finale di una roccia che si sfalda e si ricompone grazie solo all'artificio del montaggio. Eloquente il messaggio: ciò che non è permesso alla natura è possibile all'arte. Cast perfetto, su tutti lo straordinario protagonista Mathieu Amalric, colonna sonora (da Tom Waits agli U2) furbetta, doppiaggio italiano mai come in questo caso inopinato.

NOTE

- PREMIO PER LA MIGLIOR REGIA AL 60MO FESTIVAL DI CANNES (2007).

- GOLDEN GLOBE 2008 PER MIGLIOR REGIA. ERA STATO CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR SCENEGGIATURA E FILM STRANIERO.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2008 PER: MIGLIOR REGIA, SCENEGGIATURA NON ORIGINALE, FOTOGRAFIA E MONTAGGIO.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2008 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2008 COME MIGLIOR FILM EUROPEO.

CRITICA

"Si pensa a 'Mare dentro' naturalmente, ma Schnabel segue una pista diversa da Amenabar e fa dell'avventura di Bauby un viaggio autoanalitico fra immaginazione e memoria. Con qualche caduta nel gusto facile o prevedibile, compensata dalla prova degli attori (in testa Bauby/Mathieu Amalric, con la sua vivacità e simpatia), dalla qualità del copione di Ronald Harwood, complice dell'ultimo Polanski. E dalle immagini con cui Schnabel racconta la solitudine di Bauby, il suo humour, la sua disperazione, i suoi rapporti con i medici e con le fisioterapiste (tutte belle e devote, naturalmente), con il padre (un gigionissimo Max Von Sydow), con i figli, con l'ex-moglie Emmanuelle Seigner, col prete che vuole mandarlo a Lourdes (Jean-Pierre Cassel alla sua ultima apparizione). Uscendone abbastanza bene, anche se con un soggetto simile il ricatto emotivo è sempre in agguato." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 maggio 2007)

"L'artista e cineasta Julian Schnabel ha tratto 'Le scaphandre et le papillon', un film che rientra tra i candidati alla Palma d'oro per la sua atroce forza emotiva e il suo richiamo a un'indomita speranza umanistica. (...) Schnabel, però, indeciso tra il commosso rispetto e le esigenze dello spettacolo, indulge a troppi preziosismi finto-sperimentali che penalizzano l'esilio interiore e le derive mentali dello sventurato protagonista." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 23 maggio 2007)

"Il soggetto sembra uscito da una vecchia rubrica di Selezione: 'Una persona che non dimenticherò mai'. Ma Schnabel riesce ad artigliarti nel profondo. Da 'Lo scafandro' gli spettatori, anche i normodotati, escono con le lacrime agli occhi. Perché l'occhio buono di Bauby è la spia dilaniata, ma spietata, di tutte le inadeguatezze, le ipocrisie dei normali nei confronti del malato." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 maggio 2007)

"La peculiarità del film di Schnabel è quella di viaggiare su un doppio binario: da una parte descrive con precisione documentaristica la condizione vissuta dal protagonista, dall'altra da voce alla sua dimensione interiore, determinato a sfuggire dallo 'scafandro' della paralisi, liberando le 'farfalle' della sua immaginazione e dei suoi sogni. Notevole la fotografia di Janusz Kaminsky, collaboratore più che decennale di Spielberg." (Giacomo Visco Comandini, 'Il Riformista', 23 maggio 2007)

"Mathieu Amalric, nella parte della ciglia danzante dà una delle sue più intense e atletiche interpretazioni, mentre l'artista e regista Julian Schnabel, ci mette tutta la sua perfida conoscenza degli ambienti intellettuali à la page per descriversi come un 'vincente' cieco di spirito, mai malato in vita sua, che si automaschera perché è l'unico gioco divertente da fare in certe situazioni. Facendo del punto di vista di Amalric, e del battito di ciglia, anche la metafora del cinema, non proprio profonda, come morte al lavoro della retina." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 23 maggio 2007)

"Julian Schnabel, il regista, è un newyorchese apprezzato nel mondo soprattutto per i suoi quadri. E' un artista a tutto tondo che ha esordito nel cinema con un film 'a tema', la biografia del pittore Jean Michel Basquiat; successivamente ha diretto 'Before Night Falls', in concorso a Venezia 2000. Il raffinatissimo gusto visivo sul quale ha costruito 'Lo scafandro e la farfalla' era, per così dire, scontato: per nulla scontato, invece, che Schnabel padroneggiasse così bene la materia narrativa e che azzeccasse tutti gli strumenti cinematografici per raccontarla: a cominciare dal battito di ciglia che diventa oltre che il modo di comunicare di Bauby, anche il battito ritmico del montaggio, la ragione di vita del film stesso." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 23 maggio 2007)

"Tra il presente di tortura fisica e psicologica nei rapporti con l'esterno, tra il ricordo del passato, tra i fantasmi della realtà, dell'immaginazione e della memoria, Schnabel firma un melò toccante che non disdegna l'ironia in un impianto stilistico che cerca la poeticità e i sentimenti. Un'opera che, come spesso accade quando si varca la soglia del trauma disperante, non si astrae dall'artificio, rappresentato dalle riprese in soggettiva che restituiscono il punto di vista e la sofferenza di Bauby. Sottolineare che una simile chiave di rappresentazione costituisca anche la parte più incisiva significa che 'Le Scaphandre et le Papillon' ha limiti evidenti che la suggestione e un buon cast tende a nascondere ma che non può cancellare." (Natalino Buzzone, 'Il Secolo XIX', 23 maggio 2007)

"Forse ci voleva proprio un regista 'occasionale' come Julian Schnabel (i suoi quadri sono più famosi dei suoi film) per affrontare un tema così ostico e anticinematografico: la degenza in ospedale di un ex caporedattore di Elle colpito da una paralisi che gli fa muovere solo la palpebra dell'occhio sinistro. Da questa storia vera poteva uscire la più melensa e ricattatoria delle operazioni, e invece 'Le Scaphandre et le papillon', non assomiglia a nessuno dei film ospedalieri fatti fino a oggi. (...) Affidato alla recitazione di Mathieu Amalric, che per metà film non si vede e per l'altra metà è immobile e deformato dalla paralisi, il film è quanto di più antispettacolare si possa immaginare, ma proprio per questo colpisce in maniera indelebile la fantasia (e l'emozione) dello spettatore." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 23 maggio 2007)

"Siamo in piena sindrome da scafandro, scientificamente nota come locked-in syndrome. (...) Il regista newyorchese Julian Schnabel ('Basquiat', 'Before Night Falls') porta sullo schermo la vera storia di Bauby da lui stesso scritta durante la lunga malattia ed uscita in libreria tre giorni dopo la sua morte, nel 1997. Scritto in realtà è termine improprio, piuttosto dettato usando una sorta di alfabeto morse attivato dall'unica palpebra ancora in grado di reagire. (...) Utilizzando bene le possibilità del mezzo registico, con generosi slanci di fantasia, dell'avventura umana tutta in prima persona del romanzo Schnabel restituisce il possibile, riuscendo a non far cadere mai tensione e ritmo. Siamo ovviamente dalle parti del 'Mio piede sinistro' e anche di 'Mar adentro', ma con uno sforzo visivo in più. A cui si aggiungono le mirabili interpretazioni di Mathieu Amalric come Bauby e di un grande Max Von Sidow nelle vesti di suo padre. In concorso al festival di Cannes nel 2007, Lo scafandro e la farfalla ha vinto con merito la Palma d'oro per la regia." (Roberta Ronconi, 'Liberazione', 15 febbraio 2008)

"Schnabel è pittore prima ancora che regista (di 'Basquiat' e 'Prima che sia notte'). E il suo talento si spinge verso forme di rappresentazione sperimentali e inconsuete. Qui con grande tatto e poeticità ci fa vedere il mondo dalla parte di Bauby, senza pietismi, senza un briciolo di ricatto, né estetico né etico." (Dario Zonta, 'L'Unità', 15 febbraio 2008)

"Nominato all'Oscar per la regia, l'eccentrico pittore Julian Schnabel scommette su un soggetto poco cinematografico, la storia, ahimè vera, del mondano ex capo redattore di 'Elle' Jean-Dominique Bauby, colpito a 42 anni da un ictus che lo immobilizza. (...) Film di fenomenologia medica e pure spirituale, di guerra e pace nello spirito: l'autore fa un viaggio allucinante nella mente attiva di un uomo costretto a nuova vita fuori dal mondo, come era stato per 'E Johnny prese il fucile' di Trumbo, dove almeno c'era una causa, la guerra. Qui si gioca col destino e si soffre assai per la sensibilità del regista di Basquiat nel trattare in modo impressionista il calvario dell'immobilità vissuto da Mathieu Amalric, attore di Ioseliani ma anche prossimo cattivo di James Bond, con la misura delle grandi infelicità.." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 15 febbraio 2008)

"E' sorprendente la capacità di Julian Schnabel, artista prestato (felicemente) al cinema, di trarre dall'insidiosa materia un film coinvolgente e intenso: che ti mette ansia ma poi, in qualche modo, la sublima e ti rasserena." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 15 febbraio 2008)

"La vicenda struggente è molto ben raccontata nel film, il migliore che Julian Schnabel abbia sinora diretto dopo essere passato dalla pittura al cinema." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 15 febbraio 2008)
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