Little Sister

Umimachi Diary

GIAPPONE - 2015
3/5
Little Sister
Nella città balneare di Kamakura le tre sorelle Sachi, Yoshino e Chika perdono il loro padre. L'uomo aveva abbandonato la famiglia anni prima e si era rifatto una vita. Nel tragitto verso il funerale, infatti, le tre ragazze fanno la conoscenza della loro sorellastra, Suzu, una timida ragazza di 14 anni. Sachi, Yoshino e Chika invitano Suzu a vivere con loro, iniziando così una nuova e gioiosa avventura.
  • Altri titoli:
    Our Little Sister
    Notre petite sœur
    Notre petite soeur
    Kamakura Diary
  • Durata: 128'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: (1:1.85)
  • Tratto da: graphic novel "Umimachi Diary" di Akimi Yoshida
  • Produzione: TOHO COMPANY, FUJI TELEVISION NETWORK, SHOGAKUKAN, GAGA
  • Distribuzione: BIM (2016)
  • Data uscita 1 Gennaio 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Piccole donne crescono. Problema, non il regista: il giapponese Kore-eda Hirokazu non si conferma ai livelli eccelsi di Like Father, like Son (2013) con Our Little Sister (Umimachi Diary). Nulla di disprezzabile, anzi, ma per compattezza narrativa, arco emotivo e, sì, mero interesse la storia di tre sorelle e una quarta sorellastra non rapisce, commuove e conquista come il film precedente, che fu premiato dalla Giuria a Cannes.

Qui tre sorelle, Sachi (29 anni), Yoshino (25) e Chika (21), vivono insieme nell’avita casa con giardino a Kamakura: il padre non lo vedono da 15 anni, quando se ne andò di casa per un’altra donna, e pure la madre manca da parecchio. Insomma, tre ragazze sole al mondo, ma se ne aggiungerà una quarta alla morte del padre: Suzu (13 anni), la loro sorellastra, per giunta orfana. La convivenza aprirà nuove possibilità per tutte e quattro, dalla conservatrice – ma ha qualche segretuccio – Sachi, alla fresca Yoshino, fino alla sempliciotta Chika e alla piccola Suzu, che al pari della maggiore Sachi potrà finalmente vivere l’infanzia che non ha vissuto…

L’abilità di Kore-eda nel cogliere e tratteggiare i moti dell’animo non si discute: ha occhio e cuore per le sfumature e le increspature, e il cast gli dà una mano generosa in empatia. Eppure, Our Little Sister suona un po’ programmatico, se volete fiabesco – nel senso di Cenerentola versione buona, anche buonista – e lo spettro alcottiano (Louisa May Alcott), la sospensione in un tempo a tratti immoto e inamovibile non aiuta: belle le attrici, ma non basta. Inferiore alle legittime, altissime aspettative.

NOTE

- IN CONCORSO AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015).

CRITICA

"Ritorna il tema, a lui caro, della famiglia, nel nuovo film del regista giapponese. Una pellicola, questa, che non cade nel dramma o nella retorica zuccherosa, mantenendo, con misura, grazia, sensibilità e poesia." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 7 gennaio 2016)

"(...) dietro la cornice di un mondo apparentemente lontano, rinnova una strana sensazione di familiarità. Come se i giapponesi fossero gli ultimi, o i più bravi, a trattare quella galassia di relazioni parentali e eredità familiari, non sempre indolori, attraverso cui ognuno di noi forgia il proprio carattere e il proprio destino. Difficile immaginare temi più universali. Se i registi giapponesi sanno raccontarli con tanta delicatezza e profondità, è perché hanno mantenuto un contatto profondo con le proprie radici. Ecco perché quei personaggi ci sembrano così vicini. (...) questo film (...) unisce uno stile terso e rigenerante a una trama geometrica e semplicissima ma ricca di doppifondi e sfumature. (...) L'aspetto più curioso è la prospettiva così ossessivamente femminile di un film (una famiglia) in cui gli uomini non ci sono proprio, oppure sono fantomatici, magari benefici ma sempre evanescenti. Il resto ricapitola con molta grazia, e attrici di rara eleganza, tutto ciò che cinema e manga ci hanno raccontato tante altre volte, il ciclo della vita e la grappa di prugne, lo sgombro marinato e le tradizioni che svaniscono, i ciliegi in fiore, l'attimo fuggente e la nostalgia che bagna ogni istante, se non delle nostre vite, di questi film giapponesi in cui malgrado l'ombra incombente della morte tutto è sempre perfetto, lieve, seducente, ordinato. Un sogno." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 3 gennaio 2016)

"Non perdetelo perché è davvero un bel film nonostante le inevitabili penalizzazioni del doppiaggio (più forti e fastidiose in film come questo), di quelli che regalano momenti di intensa emozione, leggerezza, e felicità. (...) Piccoli drammi o episodi lontani, l'incognita del futuro, sentieri impalpabili lungo i quali si avventurano i personaggi che il suo sguardo segue con pudore e dolcezza. (...) Siamo in un mondo declinato interamente al femminile, le sorelle, la anziana pro zia, la madre delle tre ragazze, la piccola Suzu, che condividono il fantasma paterno, quella figura per le tre maggiori fantasmatica, per Suzu invece concreta intorno alla quale continuano a fluttuare ricordi, rancori, delusioni, rimpianti. (...) Il Diario narra lo scorrere di queste giornate, il rito sospeso del tempo quotidiano in cui nulla sembra accadere, i passaggi dell'esistenza, gli incontri e gli addii, le lente scoperte di sé, la crescita dei desideri, la necessità di lasciarsi alle spalle l'infanzia mondo dell'infanzia ... Oltre i bordi delle immagini balena, il Giappone in crisi delle piccole imprese oppresse dai debiti e dalle banche, di un'irrequietezza giovane, di sogni lasciati a metà. Non è facile mantenere teso questo filo dell'emozione, e renderlo immagine. Kore-eda guarda al cinema classico del Sol levante, alle sfumature emozionali impalpabili di Ozu, anzi 'Little Sister' è forse il più vicino per sensibilità alle storie del regista di 'Viaggio a Tokyo', e non solo per i fiori di pesco che danzano spinti dal vento o per la delicatezza con cui costruisce la sua messinscena. Il movimento delle esistenze tra conflitti, silenzi, ferite anche involontarie, sorrisi, umorismo che disegna questa geometria narrativa ci parlano di una ricerca del proprio posto al mondo in cui ognuno porta in sé le tracce di qualcun altro (...). Un film «piccolo» questo 'Little Sister', senza proclami, che lieve rende la vita, e lo scorrere delle sue stagioni nel tempo del cinema." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 2 gennaio 2016)

"La cosa più semplice e superficiale è il paragone tra 'Little Sister' del crepuscolare giapponese Hirokazu Kore-Eda e 'Piccole donne' della Alcott; più interessante però è misurare lo stato dell'istituzione famiglia in un confronto con quelle discretamente infelici di Ozu. (...) Ognuna sorridendo si fa carico delle altre con affetto e misura e la cinepresa riprende queste sotterranee attenzioni, frena sull'amore difficile, grida il gran dubbio: rancore o rimorso? Ciascuna è sorella, madre e amica, gestisce occhiate e parole, senza mai mettere la quinta marcia del mélo o della retorica, sfiorata nella visita della madre. Premiabili attrici giocano la stessa partita con carte diverse aiutandoci a gustare non 'star wars' ma un film di pace: che la debolezza, leggi delicatezza, ogni tanto sia con voi." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 31 dicembre 2015)

"Non è che ci piaccia la lezioncina del cinéfilo, però è utile ricordare che Hirozaku Kore-Eda è un regista giapponese che guarda ai classici del caposcuola Ozu rielaborandone il senso grazie a un blando cortocircuito con la realtà contemporanea. «Little Sister» si prende tutti i suoi tempi per favorire una visione serena ed empatica, svincolata in partenza dall'impazienza e la fretta che condizionano il pubblico odierno: tratto dal manga «Umimachi Diary», il suo nuovo film adotta uno stile che a tratti mette la sordina, ma si mantiene costante nell'immergersi in conflitti familiari e generazionali con uno spirito d'osservazione oscillante tra il minimalismo e il manierismo. È un gioco pericoloso e anche un po' noioso, certo, quello di stimolare gli interpreti a comunicare con lo spettatore solo a base di dialoghi quotidiani, risonanze segrete, compressioni emotive o transfert psicologici: una volta accettato il paradigma, però, ci si può ritrovare impigliati in una tela di ragno intessuta di squisite increspature umanistiche." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 31 dicembre 2015)

"Dopo due padri e due figli, quattro sorelle: invertendo il genere degli addendi, il risultato cambia? Firmata con 'Father and Son' (...) una delle pagine migliori del cinema Millennial, il giapponese Kore-eda Hirokazu declina la propria, libera versione di 'Piccole donne crescono' con 'Little Sister'. (...) Dal manga di Akimi Yoshida, Kore-eda infila la camera tra tradizione e affrancamento, obbligo e libertà, lavorando d'empatia tra Kammerspiel e impressionismo: si sente l'eredità di Ozu, il gusto culinario di Tampopo (cibo in primo piano, dallo sgombro marinato alla grappa di prugne), ma manca la travolgente emozione, l'urgenza esistenziale e la necessità cinematografica di 'Father and Son'. Sia chiaro, per il nostro cinema 'Little Sister' rimane la luna." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 31 dicembre 2015)

"Toccante e un po' formalista, è il nuovo film (...) del giapponese Kore-eda Hirokazu (...). Si mangia e si prega molto, e in fondo materialismo e spiritualità corrispondono alla sensibilità buddista (...) che guida la mano di Kore-eda, ispirato dall'inarrivabile Ozu, ma anche sedotto, un po' troppo, dalla sua capacità di sviscerare emozioni nascoste ed epifanie individuali e di gruppo. Alternativo." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 31 dicembre 2015)

"Poteva nascere un mélo di lacrime e sangue, ne esce invece il ritratto coinvolgente e pacato di una generazione alle prese con le «eredità» psicologiche lasciate dai genitori, il senso di riconoscenza in lotta con la voglia di indipendenza, il «doverismo» contro la libertà. Kore-Eda racconta tutto questo con un tocco sensibilissimo e delicato, attento a piccoli gesti privati (molti legati alla quotidianità del cibo), con un'asciuttezza e una sensibilità che evitano qualsiasi caduta verso la lacrima o il ricatto sentimentale." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 14 maggio 2015)

"Film molto giapponese, profumato di letteratura e di fanciulle in boccio dove, in un susseguirsi un po' menagramo di funerali, si parla di vita e di morte, di famiglia e di peschi fioriti in un universo un po' sospeso nello spazio e nel tempo." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 14 maggio 2015)

"Convince (...) il primo film in competizione, 'Our Little Sister' del giapponese Hirokazu Kore-Eda, che ha spesso fotografato con sensibilità situazioni familiari piuttosto insolite. (...) un racconto dall'andamento assai dolce e coinvolgente della vita quotidiana di quattro giovani donne impegnate ad affrontare senza strappi e drammi, proprio come accade nella vita vera di tutti noi, problemi sentimentali e fantasmi del passato, piccoli dilemmi morali e dolorosi abbandoni, catturando tra i gesti quotidiani la verità dell'esistenza umana con semplicità disarmante. E arrivando a farci sentire pulsare il cuore delle relazioni familiari, più forte di qualunque altro legame." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 14 maggio 2015)

"Con 'Umimachi Diary' (...) Hirokazu Kore-Eda ricama al femminile il suo mondo di palpitazioni private. (...) 'Umimachi Diary' soffonde scosse comportamentali, crisi e sentimenti con una tinteggiatura delicata ispirata ad un manga al quale la sceneggiatura ha tolto e aggiunto. Il mélo è raffinato nel suo sguardo sulla condizione della donna e nell'inquadrare la bellezza del paesaggio, ma alla sua partitura manca un accento acuto che non soffochi le tonalità nella poeticità sin troppo esibita." (Natalino Bruzzone, 'Il Secolo XIX', 14 maggio 2015)

"Prosegue sulle tematiche familiari del riconoscersi e riconoscere come figli, fratelli e genitori già iniziato con il precedente 'Father and Son', il cinema di Hirokazu Kore-Eda. Il giapponese, uno dei registi più rappresentativi del cinema del suo Paese e habitué del Festival di Cannes, ha inaugurato la competizione per la Palma d'oro. (...) Kore-Eda, al tredicesimo lungometraggio, si conferma nel solco della tradizione del Sol Levante di una poetica delle piccole cose e dei sentimenti quotidiani. Il regista continua una riflessione profonda sulla condizione umana, con la capacità di comprendere e ricreare la vita vera nei suoi piccoli dettagli già in 'Nobody Knows' (2004), forse il suo lavoro migliore, aveva mostrato fratellini capaci di stare senza genitori; in questo caso la perdita del padre porta a un nuovo incontro e a un'apertura del nucleo familiare. Il rischio, che in questo caso il cineasta non riesce a evitare del tutto, è un eccesso di sentimentalismo." (Nicola Falcinella, 'L'Eco di Bergamo', 14 maggio 2015)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy