Legend

GRAN BRETAGNA - 2015
2,5/5
Legend
La vera storia dell'ascesa e della caduta dei famigerati gangster Reggie e Ronnie Kray nella Swinging London degli anni Sessanta. Insieme, i gemelli Kray conquistarono la città, ma il loro legame e il loro impero vennero minati da violente lotte di potere e da una donna, in un crescendo di follia.
  • Durata: 131'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA XT PLUS, ARRIRAW (3.4K) (1:2.35)
  • Produzione: WORKING TITLE FILMS, CROSS CREEK PICTURES
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION (2016)
  • Data uscita 3 Marzo 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Venticinque anni dopo The Krays - I corvi di Peter Medak (interpretato dai gemelli "Spandau Ballet" Martin e Gary Kemp), il cinema torna a misurarsi con le gesta dei temibili fratelli Ronald e Reggie Kray, gangster dell'East End di Londra negli anni '60. In contemporanea con il doppio progetto di Zackary Adler (The Rise of the Krays e The Fall of the Krays), l'americano Brian Helgeland confeziona (produzione UK / Francia) questo Legend, in cartellone oggi alla Festa di Roma, dal 21 gennaio 2016 nelle sale italiane con 01 distribution.

I gangster più famigerati della storia inglese rivivono dunque grazie alla doppia interpretazione di Tom Hardy: da una parte il paranoide e schizofrenico Ronnie, dall'altra l'apparentemente più razionale e "misurato" Reggie. La storia dell'ascesa e della caduta dei Kray - titolari di un locale frequentato da note personalità e in cui si esibirono anche celebrità come Frank Sinatra - è raccontata dal punto di vista di Frances Shea (Emily Browning), sorella dell'autista di Reggie, poi sua fidanzata e moglie.

“La prima volta che ho sentito una storia sui Kray”, dice Brian Helgeland, “era una bugia. Ed è stato il modo più giusto per conoscerli”. Sì, perché sebbene abbiano trascorso gran parte della loro vita in carcere (rapine a mano armata, incendi dolosi, racket, estorsione, tortura e omicidio i vari campi d'imputazione...), i Kray divennero una vera e propria leggenda, dato che la verità sulla loro storia si è persa in oltre 50 anni di pettegolezzi e storie inventate. Come la prima in cui si imbatté lo stesso Helgeland, quando nel '98, durante la lavorazione di un film sui Led Zeppelin (poi mai terminato), un membro dell'entourage di Jimmy Page e Robert Plant gli raccontò che i Kray gli avevano tagliato un dito.

[caption id="attachment_83068" align="alignnone" width="300"]I veri gemelli Kray I veri gemelli Kray[/caption]

Da ottimo narratore qual è (premiato con l'Oscar per la sceneggiatura di L.A. Confidential e nominato per quella di Mystic River), Helgeland sa che è impossibile essere veramente sicuri della vita realmente vissuta da qualcuno: anche per questo, forse, sceglie di affidarsi al "punto di vista" di chi (Frances) è addirittura morta ben prima che la "leggenda" dei due gemelli incominciasse a crescere, un anno prima del loro arresto definitivo.

Poggiato quasi esclusivamente sulla fisicità del suo (doppio) protagonista, la cui bravura non è più una sorpresa ma che, stavolta, sembra fagocitarne le gesta, Legend funziona per la prima ora (su 131' complessivi, troppi), fino a quando la natura e lo sviluppo dei suoi personaggi sono ancora incerti e ambigui, dopodiché il racconto si appiattisce sul già noto: da una parte l'indissolubile legame di sangue (quello tra i due fratelli, con Reggie che sa di doversi affrancare dall'ingestibile Ronnie, ma non potrà mai farlo), dall'altra il legame amoroso tra un uomo e una donna. Con quest'ultima continuamente in cerca di un cambiamento nell'altro che, per prima, sa non potrà mai esserci. Che barba, che noia.

 

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE TOM HARDY.

CRITICA

"Tra i parti gemellari del cinema, l'attore con il doppio ruolo (una volta ci si stupiva), pratica in voga nei mélo di Bette Davis e De Havilland, fino agli 'Inseparabili' Irons, questo del 38enne Tom Hardy è eccezionale. Domina, violenta, il film. Lui (...) in 'Legend' è identico ma diverso, è i due gemelli Reggie e Ronnie Kray (...). Sono «bravi ragazzi» alla Scorsese, storia vera supportata da leggende, ma facile da risolvere come dilemma psicofamiliare: un'occhiata di Freud, una telefonata di Lacan, una seduta con Recalcati, avrebbero risolto. Sono gli opposti, lati bipolari della stessa infelicità (la madre totem), maxi complesso odio amore gestito con accento cockney. (...) Vedere come Tom Hardy gestisce in tuta psicologica mimetica i due caratteri, mutando occhi, peso e mani, come davvero fosse uno solo, è uno straordinario effetto-affetto speciale. Impressionante per capacità di mutare a vista, per le doppie sfumature e il coraggio di affrontare dopo 'Locke' (solo in auto, col cellulare), un'altra scommessa. E lo strepitoso valore aggiunto di un gangster movie vintage, scintillante di orrori sparsi nell'inconscio di Hardy." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 3 marzo 2016)

"La storia è quella, classica, di ogni gangster-movie che si rispetti: 'rise' e 'fall', irresistibile ascesa e rovinosa caduta dell'eroe nero. (...) Il soggetto non è nuovo; tanto che, ridotto all'osso, potresti adattarlo a 'Casinò' o ad altri film di Scorsese. La differenza la fanno i gemelli, e Tom Hardy che li interpreta entrambi. Sceneggiatura e regia di Brian Helgeland puntano tutto sulla strana coppia, dando il massimo rilievo alle scene in cui i Kray interagiscono (quindi Hardy si sdoppia )(...). L'attore si gode visibilmente il suo one-man-show, giocando con voluttà su entrambe le facce della medaglia. Quando fa Reggie è elegante, disinvolto, innamorato della moglie; nella parte di Ronnie porta gli occhiali, sembra più massiccio e minaccioso, esplode in frequenti crisi isteriche. E' lui il valore del film; più della regia di Helgeland, che si adagia in una forma narrativa classica, efficace ma scarsa d'invenzioni, attribuendo la funzione narrante alla voce-over di Frances e valorizzando la bella fotografia stilizzata e cupa di Dick Pope. Anche se poi, a ben vedere, il regista dà il meglio quando il suo film si avvicina di più alle vecchie 'serie B' del cinema inglese, truculente e un po' plebee. A voler insistere sul lato 'british' di 'Legend' si noterà anche, pur nelle situazioni drammatiche, un ricorso frequente allo humour e a dialoghi piuttosto brillanti, oltreché 'politicamente scorretti'." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 3 marzo 2016)

"(...) curiosissimo film britannico che potrebbe sembrare una banale gangster-story ma è invece, forse, quasi sicuramente, qualcosa di più. (...) Il regista-sceneggiatore Brian Helgeland, partendo da un libro di Jahn Pearson, racconta i Kray nel modo giusto: c'è profonda empatia per i personaggi, come è giusto in ogni racconto, ma non c'è mitizzazione ne apologia. La 'leggenda' è nei fatti; tutti conoscevano i Kray nella Londra dell'epoca e non poche celebrità, da Diana Dors a Frank Sinatra, frequentavano i loro locali e non disdegnavano di farsi fotografare con loro. Erano delle star, e il film è un racconto morale su questo tema: come il Male possa essere affascinante. (...) Se si tengono le giuste distanze (non sempre succede) non c'è nulla di male. (...) Lo sdoppiamento rende la ricostruzione d'epoca ancora più sfaccettata. Helgeland dà alla storia e ai personaggi una profondità notevole, arricchendola - lui che è americano - con molti azzeccati rimandi alla Gran Bretagna postbellica, duramente provata dalla guerra e disposta a tutto per vivere una vita migliore. La scena del gangster rivale arrestato proprio nell'istante in cui Geoff Hurst segna il 'gol fantasma' nella finale dei Mondiali '66, tra Inghilterra e Germania, è un segno dei tempi commovente. Ed è solo uno dei tanti. Tom Hardy interpreta entrambi i gemelli, grazie ai miracoli del digitale. Non è la prima volta (...) ma la prova dell'attore londinese è superlativa. Il doppiaggio lo penalizza, ma la mimica è meravigliosa." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 3 marzo 2016)

"Una vera e propria performance trasformista quella di Hardy perché i due gemelli sono totalmente diversi. (...) Una storia che racconta la classica ascesa e caduta senza redenzione di una banda. E più che la rivisitazione di un'epoca prossima al Sessantotto, e l'adesione a un genere, con le sparatorie, gli ammazzamenti, le brutalità, che sono presenti ma in piccole dosi, Hengeland sembra interessato a disegnare le traiettorie di tre esistenze umane." (Mazzino Montinari, 'Il Manifesto', 3 marzo 2016)

"Piacerà per la portentosa performance di Tom Hardy che impersona Reggie e Ronnie (nel 1990 gli attori erano due) con formidabile grinta e fantasia." (Giorgio Carbone, 'Libero', 3 marzo 2016)

"Quanta (inutile) violenza. Eppure cazzotti e coltellate, con sangue adeguato, sono in nettissima minoranza rispetto all'inesauribile cascata di parolacce.(...) ispirato a fatti reali, è ambientato nella poco swinging Londra degli anni Sessanta. Protagonisti i gemelli Kray (...). Li impersona Tom Hardy, con gli occhiali se fa il saggio Reggie, senza quando è lo psicopatico Ron. Una doppia, insopportabile macchietta." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 3 marzo 2016)

"Litigiosi, maneschi e più buffi che minacciosi, i fratelli Kray di 'Legend' sembrano la parodia comica del nettamente superiore 'The Krays - I corvi' (1990) di Peter Medak, noir ben più duro e freudiano raccontato dal punto di vista della madre arcigna dei realmente esistiti Reg e Ron. In questo caso vince la sempre più stancante beatificazione estetica e giustificazione etica del criminale cui assistiamo ormai da troppi anni con i Kray rappresentati come divertenti e tutto sommato pieni di umanità come in un film di Scorsese di seconda categoria, addirittura più indulgente e affascinato dalla vita scintillante e liberatoria dei gangster. Nel film di Medak eccellevano come attori i gemelli eterozigoti Kemp del gruppo pop Spandau Ballet mentre qui, sulla scia di 'The Social Network', è uno stesso interprete a vestire i panni di entrambi grazie alle magie degli effetti digitali. Ma il solitamente bravissimo Tom Hardy (...) ci regala un Reg troppo belloccio e bonaccione vicino a un Ron troppo macchietta e psicopatico da circo. Poteva essere una bomba l'idea di giocare con il concetto, anche cinematografico, di apollineo e dionisiaco o Dottor Jekyll e Mister Hyde, ma il regista e sceneggiatore Brian Helgeland (...) cade vittima di un bozzettismo gangsteristico veramente inconsistente a partire da Emily Browning, moglie tormentata di Reg, troppo stupida e naïf per poter essere un narratore dallo spessore tragico. Niente di leggendario, insomma (...)." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 4 marzo 2016)

"(...) doppia parte memorabile di Tom Hardy su cui poggia un meccanismo narrativo gangster a volte dispersivo, più fondato sul glamour immagine-epoca, dai costumi alle scenografie, che sul ritmo interno delle scene, almeno nella prima metà. Il conflitto tra i fratelli, con Reggie combattuto tra l'amore per la moglie e la delinquenza cresciuta di livello e d'incassi, richiama certi classici, l'immancabile freudismo e un incerto stilismo 'alla Scorsese', né tragico, né grottesco, dunque interessante." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 4 marzo 2016)

"Il punto di forza del film dovrebbe essere la doppia interpretazione di Tom Hardy (...) che però si rivela un'arma spuntata. Efficace nei panni di Reginald, il lanciatissimo attore inglese è forse troppo gigione e poco credibile nell'altro personaggio, più difficile da rendere e da definire. Il film ne portagli stessi difetti, un po' manierato e altalenante per convincere e per distinguersi per tanti altri lavori del genere. Per il resto Emily Browing nella parte di Frances funziona, gli altri interpreti sono efficaci, la ricostruzione storica è accurata. Encomi per il direttore della fotografia Dick Pope (...) e per le musiche di Carter Burwell (...). Il titolo si riferisce più ai leggendari protagonisti che al film, un racconto di ascesa e caduta, di uomini esuberanti e donne sofferenti, che si guarda anche con piacere, ma che non resterà memorabile e tanto meno diverrà leggenda." (Nicola Falcinella, 'L'Eco di Bergamo', 4 marzo 2016)
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