Le particelle elementari

Elementarteilchen

GERMANIA - 2006
Le particelle elementari
Michael Djerzinski, biologo molecolare, e Bruno Clément, insegnante, sono fratellastri e non potrebbero essere più diversi. In comune hanno solo la madre Jane e il fatto che, cresciuti lontano da lei, sono stati allevati ognuno dalla propria nonna paterna. Michael è introverso, ha come unico interesse le sue ricerche genetiche ed è tanto disinteressato al sesso quanto invece Bruno ne è ossessionato. Poi un giorno tutti e due incontrano l'amore: Michael ritrova Annabelle, una compagna di scuola, e Bruno conosce Christiane durante una vacanza. La felicità sembra finalmente aver bussato alla loro porta finché le due donne non si ammalano gravemente...
  • Altri titoli:
    The Elementary Particles
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Tratto da: romanzo omonimo di Michel Houellebecq
  • Produzione: OLIVER BERBEN, BERND EICHINGER, DAVID GROENEWOLD PER BERND EICHINGER/CONSTANTIN FILM IN ASSOCIAZIONE CON MOOVIE - THE ART OF ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: LUCKY RED
  • Vietato 14
  • Data uscita 21 Aprile 2006

TRAILER

RECENSIONE

di Diego Giuliani
Materia incandescente quella delle Particelle elementari. Famiglie in frantumi. Spersonalizzazione dei rapporti. Clonazione umana. Ci sono tutti i fantasmi della società occidentale del terzo millennio nel controverso romanzo di Michelle Houllebecq. Titolo-shock, che nel '98 ha fatto parlare di sé, per scabrosità, disincanto, opprimente nichilismo. Un'analisi illuminante, l'ha definita il regista Oskar Röhler, che gli ha fornito "una prospettiva completamente nuova sul mondo". La missione di portarla sullo schermo, sembrerebbe a fronte di una simile ambizione quasi impossibile. Rohler si destreggia invece abbastanza bene. Dalla sua il coraggioso produttore de La caduta Bernd Eichinger e un cast stellare in cui spiccano Moritz Bleibtreu (non a caso premiato alla Berlinale) e i meno noti Christian Ulmen e Martina Gedeck, punta su una potente edulcorazione degli aspetti più "pornografici" del romanzo. Smussati gli angoli ed epurate dall'insistenza sul sesso, le sue Particelle elementari rimangono comunque un fedele specchio di tante paure di oggi. Aspirazione che sottende l'intera storia è quella ad una riproduzione asessuata, senza contatto e senza conflitti, come chiave di un'esistenza idilliaca. A rappresentarla è sullo schermo il rapporto fra Bruno e Michael, due fratellastri agli antipodi ma accomunati da esistenze ugualmente fallimentari, figli di una generazione allo sbando. Bravissimo Bleibtreu nell'incarnare il primo: professore di liceo, frustrato e in preda a sempre più incontrollabili attenzioni nei confronti delle sue alunne. Ancora superiore, per le sfumature che gli offre il ruolo, è poi Ulmen nella parte del biologo molecolare sconfitto e tanto alienato dai rapporti con le donne, da riversare i suoi fantasmi in una ricerca sulla clonazione che elimini il sesso dai rapporti umani. L'illusoria speranza che i due sembrano ritrovare nell'amore (incarnato da due ottime comprimarie), si aggiunge poi alla spietata critica del '68 che Röhler affida al personaggio della madre hippie. Tutti temi a lui cari, che affronta però con timore quasi reverenziale. Quasi che scottasse troppo, la materia incandescente del romanzo, per affrontarla con i dovuti eccessi, cede invece spesso alla tentazione dell'alleggerimento e del grottesco (anche attraverso le musiche). Troppe frenate, per un film che avrebbe trovato la sua forza nel coraggio di tuffarsi lucidamente nella disperazione da cui proviene.

NOTE

- ORSO D'ARGENTO A MORITZ BLEIBTREU COME MIGLIOR ATTORE AL 56MO FESTIVAL DI BERLINO (2006).

CRITICA

"Non c'è rifugio per i protagonisti di 'The Elementary Particles', incapaci di tornare all'infanzia forse perché un'infanzia non l'hanno mai avuta e sono dunque condannati ai più cocenti scacchi esistenziali. (...) La prima parte del film è tutta giocata sullo humour noir, ingrediente ormai inflazionato, e sulla satira: una satira spuntata e priva di sottigliezza però oltre che immemore della complessità di pensiero depositata nella scrittura di Houellebecq. Sfilano le miserie sessuali di Bruno, masturbatore, molestatore, iniziato al sesso da adolescente durante i funerali della nonna e futuro scambista ma sempre infelice; l'egoismo di una madre hippy e troppo impegnata a seguire le mode e i maschi del momento per occuparsi dei figli; le disavventure fantozziane di Bruno adulto e divorziato in un campeggio new age tutto nudismo e libertà sessuale. Mentre l'asessuato Michel conosce un'intermittente felicità accanto all'amore della sua infanzia, che si decide a impalmare ormai prossimo alla quarantina. Perfino la morte della madre bella e incosciente, rantolante incartapecorita fra le candele come Dracula (chiaro, per i figli è stata un vampiro), è risolta in chiave grottesca. Il che rende ancora più improbabile la brusca sterzata drammatico-realistica del finale con malattie, suicidi, ennesimo crollo nervoso del povero Bruno. E incongruo finalino a suo modo ottimista. Una vera delusione: eppure gli attori sono bravi, il romanzo importante, e il regista aveva già dato ottime prove con film drammatici come 'Hannah Flanders', visto anche in Italia, altra storia (autobiografica) di una madre indegna, guardacaso. Cose che succedono quando si cerca la ricetta per trasformare un best-seller in un campione d'incassi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 febbraio 2006)

"I film tedeschi da noi valgono zero al botteghino: senza opinare se è giusto o non è giusto, bisogna impedire che capiti lo stesso a 'Le particelle elementari' di Oskar Roehler. Il film presenta qualche punto debole, edulcora (come vedremo) il romanzo originario, insomma è tutt'altro che perfetto; sta di fatto, però, che ha l'immenso merito di affrontare con sintonia di fondo un testo che sembrerebbe intraducibile e di dare ulteriore visibilità (è proprio il caso di dirlo) alle pagine più audaci e affascinanti pubblicate negli ultimi dieci anni. Sulla cosiddetta caduta dei valori nell'Occidente democratico, per la verità, siamo letteralmente soffocati dalle chiacchiere, vomitate vuoi dai politici e dai preti, vuoi dai sociologi e dai documentaristi, vuoi soprattutto dagli artisti. Michel Houellebecq ci ha, invece, dimostrato con quel libro che un barlume di verità può accendersi solo grazie alla fusione tra brutalità e (com)passione della vita: mentre un plotone di mediocri se la cava con il tifo ideologico da curva, gli accattonaggi del tempo perduto, le polluzioni terzomondiste, le pantomime sapienziali o i surrealismi da discarica, lo scrittore francese ritrae la sofferenza umana nella sua cruda materialità, nella sua predestinata fragilità e nei suoi aneliti tragicomici. Nel film, certo, questo 'nichilismo attivo' si semplifica nell'itinerario parallelo di due fratellastri che imparano dolorosamente a conoscersi e (forse) amarsi nella giungla che è succeduta al crollo dei moderni rapporti interpersonali. Del resto, il procedimento di Houellebecq - basato sulla simultaneità di fatti e pensieri - era praticamente inestricabile e il giovane regista tedesco ha sunteggiato le tappe dell'incontro/scontro ricorrendo a troppi flashback ed esplicitando più del dovuto il coté melodrammatico. Grazie agli attori estremamente sorvegliati, però, la cruciale contrapposizione tra i diversi stili di vita - che è ben diversa dalla solita igienica e tartufesca critica sociale - viene fuori in tutta la sua devastante intensità." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 12 febbraio 2006)

"Per risultare più credibile il film taglia il male a metà e salva uno dei due amori, facendone il puntello esistenziale per il fratello meno fortunato. A bizzarre pagine di fantabiologia avveniristica il libro alterna sgradevoli insistenze sadiche e titillamenti pornografici. Ma Roehler, anziché calcare la mano come accade spesso sullo schermo, riesce a mantenersi su una linea più sobria, fermo restando che in sottofinale il racconto zoppica. Forse per questo, nonostante l' enorme pubblico che affollava speranzoso il Palast, l'applauso è stato misero." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 12 febbraio 2006)

"'Le particelle elementari' presenta punti deboli ed edulcora il romanzo originario; sta di fatto, però, che ha il merito di affrontare con sintonia di fondo le pagine più audaci e ciniche pubblicate negli ultimi dieci anni. Michel Houellebecq vi ha dimostrato che un barlume di verità può accendersi solo grazie alla fusione tra brutalità e (com)passione della vita: mentre un plotone di colleghi se la cava con gli accattonaggi del tempo perduto o le solite fumisterie intellettuali, lo scrittore francese ritrae la sofferenza umana nella sua cruda materialità, nella sua predestinata fragilità e nei suoi aneliti tragicomici. Nel film questo nichilismo cosmico si semplifica nell'incontro/scontro tra due fratellastri che imparano a conoscersi e (forse) amarsi nella giungla dei rapporti interpersonali; del resto il procedimento basato sul flusso coscienziale resta intraducibile e il regista tedesco ricorre a troppi flash-back ed esplicita più del dovuto il coté melodrammatico. Ciò nonostante la contrapposizione tra i diversi stili di vita - che è ben diversa dalla solita e tartufesca critica sociale - viene fuori nella sua cupa intensità." (Valerio Caprara, 'Il Mattino, 22 aprile 2006)

"Dal chiacchierato romanzo del francese Houellebecq che a qualcuno fa venire in mente Camus e finisce scartando l'amore per la clonazione, ecco il bellissimo film che ne ha tratto il tedesco Oskar Roehler, premiato a Berlino anche per la furibonda, magistrale prova di Moritz Bleibtreu. (...) Non si salva e non si giudica nessuno: ma se nei gialli l'assassino è il maggiordomo, in Freud la colpevole è sempre la mamma. Non è il mezzo scandalo la promessa del film, ma l'analisi spietata delle contraddizioni nel campo affettivo e un pessimismo cosmico che non risulta mai gratuito per l'ellittica espressiva narrazione." (Maurizio orro, 'Corriere della Sera', 21 aprile 2006)

"Trasposta in immagini, la storia un tantino menagrama e largamente filosofeggiante di Houellebecq acquista una concretezza forzata; nel contempo, le opposte solitudini e il caos di un mondo dominato da desideri di plastica perdono una quota del valore emblematico d'origine. Ne esce un racconto un po' confuso (specie nella seconda parte), eppure condotto con un certo talento e bene interpretato da tutti." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 21 aprile 2006)
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