Le nevi del Kilimangiaro

Les neiges du Kilimandjaro

FRANCIA - 2011
3/5
Le nevi del Kilimangiaro
Nonostante sia stato appena licenziato, Michel è felice accanto alla sua Marie-Claire - con cui è sposato da trent'anni - e ai loro figli, nipoti e amici più cari. Un giorno due uomini armati e mascherati fanno irruzione nella loro casa e, dopo averli picchiati e legati, li derubano. Quando Michel e sua moglie scopriranno l'identità dell'aggressore, la loro vita cambierà...
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: AGAT FILMS & CIE, EX NIHILO, FRANCE 3 CINÉMA, LES FILMS DE LA BELLE DE MAI
  • Distribuzione: SACHER DISTRIBUZIONE
  • Data uscita 2 Dicembre 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Gli ideali socialisti di Michel, un sindacalista, vengono messi a dura prova dopo che l'uomo è rimasto vittima con la moglie di una rapina. Avendo riconosciuto nel ladro un ex collega appena licenziato, Michel corre a denunciarlo convinto di agire nel giusto. Ma se ne pentirà.
E' Le nevi del Kilimangiaro di Robert Guèdiguian, film che fa il paio con Miracolo a Le Havre di Aki Kaurismaki. Non solo perché l'eroe di entrambi i film è il bravo Jean-Pierre Darroussin, ma per la sostanziale unità d'intenti - poetici e ideologici - dei due lavori: come nel Miracolo, anche qui emerge la volontà di rifare il cinema politico con i mezzi della favola, superando le attuali contraddizioni del proletariato (incapace oggi di "farsi classe") ricorrendo all'utopia. Così, gli ultimi di tutto il mondo - la cui prosaicità di vita viene contrappuntata pasolinianamente dal ricorso alla musica sacra - finiscono per riunirsi per un prodigio del discorso, ma a differenza del collega finlandese Guédiguian non sa essere altrettanto leggero.
Per un vecchio battagliero di sinistra come lui, le lacerazioni del reale sono troppo profonde per essere ricucite dal cinema e troppo evidenti per non ricordare i fallimenti delle speranze rivoluzionarie. Ecco perché, tra una citazione di Victor Hugo (il film è ispirato al poema Les pauvres gens) e un'altra di Jean Jaurès (padre della socialdemocrazia francese), Le nevi del Kilimangiaro - dal titolo di una vecchia canzone di Pascal Danel - soffre di nostalgia, misura di una distanza incolmabile tra il tempo interiore del protagonista e quello del mondo che il film è costretto a registrare. Un'aritmia che si riflette soprattutto nel rapporto saltato tra le generazioni (i figli di Michel sono ripiegati sul loro privato) e nella dimensione volutamente agée della messa in scena, di cui il ricorso al 16 mm è solo l'aspetto più vistoso.
Peccato che lo sguardo aperto sul futuro (l'utopia) non riesca a fondersi in maniera convincente con l'elogio del tempo che fu, provocando un cortocircuito interno da cui il regista per primo sembra spiazzato.

NOTE

- IN CONCORSO AL 64. FESTIVAL DI CANNES (2011), NELLA SEZIONE "UN CERTAIN REGARD".

- EVENTO COLLATERALE ALLA 68. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2011).

CRITICA

"La classe operaia va in purgatorio. Ma lo scopre quando è troppo tardi. Quando ormai ha passato la mezz'età e si è abituata ai suoi minuscoli privilegi da welfare, conquistati a duro prezzo. Senza accorgersi che all'inferno ormai ci stanno gli altri. I giovani, i precari, i sottoccupati cronici. Gente che la vecchia coscienza di classe non sa neanche cosa sia, ed è disposta a tutto. Anche a impugnare una pistola e rapinare i compagni. (...) Dignità, integrità, rispetto, solidarietà. Resi urgenti e addirittura palpabili dalle facce, i gesti, gli sguardi dei suoi personaggi. Non solo Michel, così allergico ai privilegi che quando deve tirare a sorte venti compagni da licenziare per una ristrutturazione mette anche il suo nome nel bussolotto. Ma gli altri, i reietti, i 'miserabili', per dirla con Victor Hugo, a un cui poema ('Les pauvres gens') è ispirato questo film struggente come pochi. Il giovane ladro che picchia e rapina perché ha due fratellini da accudire. La madre degenere che vomita in faccia le sue «cattive» ragioni all'attonita Marie-Claire. O quell'amico di tutta una vita, che non ha nessuna pietà di quel ladro disperato, anzi gli augura quindici anni di lavori forzati, non di cella con bagno e tv. Finché nel commovente epilogo tutto torna a posto grazie a un gesto di enorme coraggio individuale, perché non c'è coscienza collettiva se prima non si fanno i conti con la propria. Dice Malraux, citato da Guédiguian: «Un film popolare è quello che rivela alla gente la grandezza che ha dentro». È esattamente quanto succede qui. E succede assai di rado." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 2 dicembre 2011)

"Se il titolo è lo stesso di un vecchio film con Gregory Peck, adattato da un racconto di Hemingway, il nuovo film di Guédiguian s'ispira a tutt'altro: alla poesia 'I poveri' di Victor Hugo e a una canzone anni 60. (...) Dopo il Kaurismäki di 'Miracolo a Le Havre', anche il regista marsigliese ci racconta una fiaba sociale che ricorda il cinema del 'realismo poetico' e del Front Populaire. Però ci mette dentro, oltre al rimpianto per le battaglie sociali perdute dalla classe operaia, anche una dose d'indignazione tutta contemporanea. Con qualche sovrappiù (veniale) di dialoghi didascalici, Guédiguian realizza uno tra i suoi film migliori degli ultimi anni. Lo circondano i formidabili attori-complici di sempre." (Roberto Nepoti, 'Repubblica', 2 dicembre 2011)

"Tranquilli, niente a che vedere col drammone omonimo del '52, dove Gregory Peck singhiozzava per due ore nell'Africa nera. Qui siamo nella Marsiglia dei poveri, sede fissa dei film di Guédiguian. (...) Una commedia toccante e tenera, ma anche molto spiritosa, con attori sublimi, che inneggia alla solidarietà tra i diseredati. In fondo è quasi Natale." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 2 dicembre 2011)

"E due! Dopo iI 'Miracolo a Le Havre' di Aki Kaurismäki, anche il francese engagé Robert Guédiguian riaffila le armi della rivoluzione, passando dalla 'immaginazione al potere' al potere della favola. Titolo preso da una canzone di Pascal Danel, Victor Hugo ('Les pauvres gens') e Jean Jaurès per padri ispiratori, 'Le nevi del Kilimangiaro' condivide con Le Havre l'attore Pierre Darroussin e, soprattutto, la volontà di superare la débacle del proletariato nell'apologo degli ultimi, con la musica sacra a officiarne l'unione ritrovata. Pia illusione, perché invero è un nostalgico scoramento a segnare la storia di Michel (Darroussin), un sindacalista duro e puro che insieme alla moglie (Ariane Ascaride) viene rapinato da un collega fresco di licenziamento: corre a denunciarlo, ma se ne pentirà. Non si pente, viceversa, il buon Guédiguian, eppure non riesce a fare di necessità - crisi della coscienza di classe - virtù: 16 mm e messa in scena d'antan, i rimpianti sono tanti, ma il mondo va. E la neve si scioglie al sole della nostra (brutta) realtà." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 1 dicembre 2011)
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