Le chiavi di casa

ITALIA, GERMANIA, FRANCIA - 2004
Le chiavi di casa
Gianni, un giovane padre, ritrova dopo 15 anni il figlio Paolo, handicappato a causa di complicazioni sopravvenute durante il parto (nel quale la madre ha perso la vita) e che alla nascita ha abbandonato alle cure di alcuni zii. Gianni, che nel frattempo si è risposato ed è diventato padre di nuovo, tenta ora di costruire un rapporto con Paolo tra problemi, ansie, angosce e paure...
  • Altri titoli:
    The House Keys
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, FAMILY
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1,85)
  • Tratto da: liberamente ispirato al libro "Nati due volte" di Giuseppe Pontiggia
  • Produzione: ENZO PORCELLI, KARL BAUMGARTNER E BRUNO PESERY PER RAI CINEMA, ACHAB FILM, POLA PANDORA FILM PRODUKTION, ARENA FILMS
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Data uscita 24 Settembre 2004

RECENSIONE

di Angela Prudenzi
Un silenzio lungo sei anni. Tanto ha atteso Gianni Amelio prima di tornare dietro la macchina da presa e intraprendere un nuovo progetto dopo il successo di Così ridevano, Leone d'Oro nel 1998. Ancora Venezia, dunque, e di nuovo in concorso, accettando il rischio del giudizio di una giuria eterogenea e internazionale, differente per cultura e formazione. Nel caso di Le chiavi di casa i giurati non avranno però difficoltà a penetrare il senso del film, che parla al cuore prima che alla testa. Potrebbe essere muto e ugualmente chiaro: gli sguardi, i gesti, i sorrisi sono sufficienti a raccontare l'innamoramento da parte di un giovane padre nei confronti del figlio disabile, anni addietro rifiutato a causa dei suoi limiti. Il loro in verità è un lento avvicinamento reciproco. Gianni, un intenso Kim Rossi Stuart, e Paolo, il sorprendente Andrea Rossi, insieme compiono un viaggio che dovrebbe essere di dolore e invece si rivela di gioia. Prima in Germania, per una visita in una clinica specializzata, poi in Norvegia alla ricerca di una "amica di penna" di Paolo, i due si prendono le distanze, si rifiutano e alla fine amano coscienti che la propria felicità passi attraverso l'accettazione dell'altro. E Amelio sottolinea giustamente questo ultimo aspetto, il passo più difficile non è compiuto da Gianni nei confronti del figlio, piuttosto quello di Paolo verso un padre che lo ha ignorato. In questo senso Paolo potrebbe anche essere un bambino uguale agli altri, quello che lo fa diverso è il rifiuto. Il nucleo del film è dunque tutto incentrato sul tema padre-figlio, un argomento caro ad Amelio e che l'autore scandaglia sotto diverse forme in ogni sua opera. Non che la malattia non abbia importanza all'interno del film, che oltre a servirsi di un attore nella vita diversamente abile, si svolge in gran parte in un vero ospedale tedesco dove vengono curati giovani disabili. La diversità è però palesemente una metafora, per quanto sia inevitabile che i legami tra genitori e figli problematici siano infinitamente più complessi e dolorosi. E controversi, come dimostra la figura di Charlotte Rampling, madre dolorosa che pur di non veder più soffrire la figlia confessa di averle augurato la morte. Un pensiero prontamente sepolto in fondo all'animo, reso innocuo da un amore totale che è più forte di tutto.

NOTE

- FILM REALIZZATO CON IL SOSTEGNO DI EUROIMAGES, FILMBOARD BERLIN BRANDENBURG, FFA.

- GIRATO A BERLINO E IN NORVEGIA

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 61MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2004) DOVE HA VINTO IL PREMIO "SERGIO TRASATTI - LA NAVICELLA" ASSEGNATO DALLA RIVISTA DEL CINEMATOGRAFO CON LA SEGUENTE MOTIVAZIONE: "PERCHÉ 'LE CHIAVI DI CASA' DI GIANNI AMELIO AFFRONTA CON SERRATA CAPACITÀ DI SGUARDO L'ESPERIENZA DI UNA RELAZIONE CON I DISABILI CHE METTE A NUDO LE PAURE E LE INADEGUATEZZE DI CHI PIÙ FACILMENTE ELUDE IL PROBLEMA.(...) AMELIO, LONTANO DALLA FURBIZIA DI UN MELODRAMMA CHE ESPROPRIA IL PROBLEMA IN NOME DI UNA FACILE COMMOZIONE, CONSEGNA UN'OPERA SINCERA E DIRETTA IN GRADO DI MOSTRARE COME L'ALTRO È SGUARDO DI RI-CONOSCIMENTO E DI UMANITÀ COMPIUTA".

- IL FILM, INOLTRE, HA VINTO IL PREMIO PASINETTI ASSEGNATO DAL SINDACATO NAZIONALE GIORNALISTI CINEMATOGRAFICI ANCHE AL PROTAGONISTA KIM ROSSI STUART.

- NASTRO D'ARGENTO 2005 PER IL REGISTA DEL MIGLIOR FILM ITALIANO A GIANNI AMELIO, MIGLIORE FOTOGRAFIA (LUCA BIGAZZI), MIGLIORE PRESA DIRETTA (ALESSANDRO ZANON).

- DAVID DI DONATELLO 2005 AD ALESSANDRO ZANON COME MIGLIOR FONICO DI PRESA DIRETTA. IL FILM ERA STATO CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, MIGLIOR REGIA, MIGLIOR SCENEGGIATURA, MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (KIM ROSSI STUART), MIGLIOR MUSICISTA E MIGLIOR MONTAGGIO.

CRITICA

"Qualsiasi cosa decida la giuria, il film per cui ricorderemo Venezia 61 è 'Le chiavi di casa' di Gianni Amelio. Si può definire 'il romanzo di un non romanzo' perché rispecchia 'Nati due volte' (Mondadori), con cui il compianto Giuseppe Pontiggia vinse il Campiello nel 2001: la testimonianza personale sulla malattia di un figlio minorato attraverso trent'anni.(...) Affascinato dalla lettura, Amelio scoprì presto con Rulli e Petraglia che il libro era impossibile da sceneggiare. Bisognava inventare un intreccio autonomo pur restando in sintonia con l'esperienza e lo stile dell'autore. (...) Nel raccontare il viaggio di padre e figlio a Berlino, per esami specialistici, e proseguito in un fantastico itinerario fino in Norvegia, Amelio intreccia in chiave di finzione una concreta ipotesi di consanguineità fra i suoi interpreti, i quali recitando il loro duetto hanno finito per viverlo. Il tutto in un contesto rarefatto e poetico, anche grazie alla fotografia di Luca Bigazzi e alla musica di Franco Piersanti, e senza scivolamenti consolatori o sdolcinati. Vedi una Charlotte Rampling, madre a sua volta di una ragazza in condizioni ancora più allarmanti, che confessa la voglia di dire alla figlia 'Perché non muori?' e vedi Andrea che con pari durezza, nel percepire le inadeguatezze paterne, lo inchioda con un terribile: 'Non si fa così'. Superfluo constatare che questa battuta è una lezione per tutti noi." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 10 settembre 2004)

"E quando il viaggio prosegue verso la Norvegia, dove abita Christine, un'amica di penna di Paolo, che finalmente incontrerà l'amata "bellissima", vista solo in fotografia, il film si chiude di nuovo come la scuola il giorno di domenica. Così l'emozione nel duetto padre-figlio si esaurisce, si congela, si isterilisce in battute e lacrime. Ricordiamo 'L'ottavo giorno' di Jaco van Dormael con il ragazzino down sprigionante il fantastico, inventore di universi paralleli, rivoluzionario dell'esistente, dove la malattia era tutta negli altri, ciechi e paralizzati. Non c'è questo scandalo nel film di Gianni Amelio. Se non negli occhi strabici di Andrea Rossi, che mette tutto sottosopra con la sua presenza di autentico "disturbatore" del testo." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 10 settembre 2004)

"Amelio è tornato alle psicologie sommesse, ai tratti fini, all'intensissima poesia di quella che, fino ad oggi, era stata la sua opera maggiore, 'Il ladro di bambini'. (...) Scritto da Amelio. Con la collaborazione di Rulli e Petraglia, quasi in parallelo con un libro di Giuseppe Pontiggia, il testo segue passo passo l'evoluzione di quel padre in equilibrio sottile fra il rimorso, la scoperta di un affetto nuovo e l'affermarsi di una assunzione di responsabilità quasi eroica. La regia - splendida - fa il resto: con tocchi lievi, passaggi ben scanditi, la cornice ospedaliera, con alcuni incontri attentamente formulati, evocata con un realismo piano, pur non tacendone le asprezze. E affidando principalmente alla mobilissima interpretazione di Kim Rossi Stuart di visualizzare in modo magistrale l'itinerario sofferto ma generoso del padre." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 10 settembre 2004)

"Che coraggio: un film sull'handicap che non scarica il problema sull'interprete (come è accaduto ai vari Sean Penn, Dustin Hoffman, Daniel Day-Lewis, Giancarlo Giannini, etc.) ma va in fondo alle cose, prendendo per attore un vero handicappato e affrontando tutti i problemi di regia posti da una scelta simile: cosa mostrare, in che modo, come dirigere un disabile che non si limita certo a fare se stesso, cosa dire o non dire per evitare lo spettacolo del dolore, etc. Che meraviglia: un regista che parte da un libro importante e autobiografico - 'Nati due volte' di Giuseppe Pontiggia - ma non lo adatta per lo schermo, bensì lo reinventa, lo riassimila cercando nel rapporto con il giovane attore disabile Andrea Rossi un equivalente, per quanto possibile, dell'esperienza da cui nasceva il libro. E che semplicità: mentre altri diluiscono il tema costruendogli intorno barocche macchine narrative, Gianni Amelio con 'Le chiavi di casa' torna all'essenziale. Al dolore, allo stupore, a quell'assoluto enigma che è - sempre - l'altro, il diverso, ciò che non potremo mai conoscere ma in cui oscuramente ci rispecchiamo. Giorno per giorno." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 settembre 2004)
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