La spina del diavolo

El espinazo del diablo

SPAGNA, MESSICO - 2001
La spina del diavolo
Siamo nel 1939, alla fine della sanguinosa guerra civile spagnola, durata tre anni. L'ala destra dei nazionalisti del Generale Franco sta per sconfiggere l'ala sinistra delle forze repubblicane. Un ragazzo di dieci anni, Carlos, figlio di un eroe repubblicano caduto in guerra, viene abbandonato dal suo tutore in un orfanotrofio. L'orfano viene preso in cura dalla preside, Carmen, e da un professore dall'animo gentile, Casares, entrambi simpatizzanti della causa repubblicana. Nonostante le amorevoli cure dei due verso il ragazzo, Carlos non si sente però completamente a suo agio nel nuovo ambiente. Nel cortile c'è una bomba inesplosa arrivata dal cielo, un bambino, Santi, è scomparso e dalla cisterna provengono spaventosi sospiri...
  • Altri titoli:
    The Devil's Backbone
  • Durata: 106'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GIALLO, POLIZIESCO
  • Produzione: ANHELO PRODUCCIONES, CANAL+ ESPANA, EL DESEO, GOOD MACHINE, SOGEPAQ, TEQUILA GANG
  • Distribuzione: MOVIEMAX (2006)
  • Data uscita 30 Giugno 2006

RECENSIONE

di Francesco Alò
A volte il cinema è proprio una cosa meravigliosa. Sicuramente lo è nel caso de La spina del diavolo (2001) di Guillermo del Toro. Festival di Miami, 1994. Pedro Almodóvar comunica al giovane del Toro di volergli produrre il secondo film dopo essere rimasto incantato dall'esordio Cronos. Passeranno 6 anni. Ma Almodóvar non dimentica. E nemmeno del Toro. Siamo nella Spagna del 1939. I nazionalisti di Franco stanno per sconfiggere i repubblicani. Ma noi non lo vediamo. Lo percepiamo. Il nostro sguardo non lascia mai un collegio maschile perso nel paesaggio semidesertico fuori Madrid. In questo orfanotrofio bruciato dal sole vivono i figli dei repubblicani morti in guerra. Ad accudirli ci pensano due coniugi tormentati: lei ha una gamba di legno, lui è impotente. Il nostro eroe è Carlos, l'ultimo arrivato nel collegio. Carlos ha tre problemi: gli altri ragazzini lo perseguitano, l'aitante factotum del collegio lo prende di mira e, dulcis in fundo, il fantasma di un bambino sembra voler comunicare con lui. Sceneggiatura intricata, regia meravigliosamente fluida. Quando la macchina da presa è fuori dal portone rivediamo Sentieri selvaggi per quanto i totali sono potenti e cromaticamente abbaglianti. Dentro il collegio, del Toro rielabora tre spunti: Suspiria (la direttrice Maria Paredes ricorda nel look Alida Valli; lo spettro, chiamato "sospiroso", compare a Carlos come ombra cinese come la Mater Sospirorum faceva con Jessica Harper), Stephen King (banda di bambini che affronta orrori reali e fantastici), l'horror orientale alla Ring (lo spettro bambino assetato di vendetta). Aggiungete a tutto ciò una perfetta parte noir in cui gli adulti si tradiscono ideologicamente e sessualmente, ossessionati dal "fantasma" di Franco. La spina del diavolo è tutto ciò: Storia e fiaba. Bambini e adulti. Horror e orrore. Fantasmi e malvagi con il fucile. E' il film più bello di del Toro che dopo avrebbe realizzato i pregevoli ma meno personali Blade II e Hellboy. Fa parte di una trilogia ambientata durante la guerra civile spagnola. Il labirinto del fauno, presentato all'ultimo Festival di Cannes, sarà il suo secondo capitolo. Speriamo che non esca nei cinema italiani con cinque anni di ritardo come è accaduto allo splendido La spina del diavolo.

CRITICA

"Col senno di poi, l'inquietante, originale 'El espinazo del diablo' diretto nel 2001 dal messicano-hollywoodiano Guillermo del Toro, mostra il copyright dei produttori, gli Almodóvar: pare un mix fra la 'Mala educación', senza gay, e 'Volvér'. (...) Geniale prospettiva, la Spagna del ' 39 ad altezza di bimbo neorealista con innesto di racconto gotico, mentre il prof, fra colori caldi, si batte per la ragione contro la superstizione in perfetto incrocio anglo-mediterraneo." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 30 giugno 2006)

"Un film anomalo, intrigante, irrisolto. Lo testimonia, per inciso, anche una distribuzione ritardataria: 'La spina del diavolo', infatti, risale addirittura al 2001, quando il messicano Guillermo Del Toro era un regista per pochi (cinefili) ed era ben lontano dall'essere ammesso in concorso a Cannes ('Il labirinto del fauno', poco più di un mese fa, ha ottenuto svariati apprezzamenti ed era in lizza per il Palmarès). Prodotto da Augustin Almodóvar, l'operoso fratello di Pedro, il film cerca di giocare le sue carte nell'ambito del filone psicotico-fantastico, irrobustito - almeno nelle intenzioni - da precisi riferimenti storici. Ne risulta uno spettacolo intermittente, ora affascinante, viscerale ed enigmatico, ora pretenzioso, cerebrale e perplesso, in cui l'indubbia abilità della regia si ritrova a scontare un peccato di bulimia narrativa che finisce con il penalizzare il ritmo e la suspense. (...) Del Toro regge con sicurezza lo spettacolo quando sceglie di inseguire le scie delle presenze ectoplasmatiche, rifinendo inquadrature e sequenze con lo stile di un horror raffinato e anti-convenzionale. Perde molti colpi, al contrario, quando sottolinea i riferimenti esterni alla storia e appesantisce le sue (troppo) numerose anse con una specie di farraginosa giustificazione di tutte le devianze e tutte le falsità in nome e per conto della follia bellica circostante. «La spina del diavolo», decisamente migliore del film tanto lodato a Cannes, sembra dunque più riuscito sul piano dello stile che su quello del contenuto: come se Del Toro preferisse muovere a suo piacimento la macchina da presa in un claustrofobico labirinto visivo e tirasse invece un po' via al momento di trasformarsi in autore assennato e compiaciuto." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 1 luglio 2006)
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