La sorgente del fiume

Trilogia I: To Livadi pou dakryzei

ITALIA, FRANCIA, GRECIA - 2004
La sorgente del fiume
Nel 1921 a Odessa, l'Armata Rossa entra nella città e tutti gli stranieri sono costretti alla fuga, compresa la comunità greca. Fra i profughi che rientrano in Grecia, un ragazzo ed una ragazza, innamorati, fuggono a Salonicco per sottrarsi al padre di lui, rimasto vedovo, che vorrebbe la giovane per sé. La coppia ha due bambini ma la crisi che attraversa il Paese durante gli Anni Trenta costringe il giovane a partire per l'America. La separazione, che doveva essere temporanea, si protrae e la donna vaga con i figli attraverso la Grecia che vede avanzare le forze fasciste. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, i due fratelli si troveranno a combattere l'uno contro l'altro...
  • Altri titoli:
    Eleni
    La terre qui pleure
    The Weeping Meadow
    Trilogy: The Weeping Meadow
    Il primo prato
    The Weeping Field
    Trilogie: Die Erde weint
    Trilogia: To livadi pou dakrisi
  • Durata: 185'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, ROMANTICO
  • Produzione: AMEDEO PAGANI, THEO ANGELOPOULOS PROD. E JEAN LABADIE PER CLASSIC SRL, BAC FILMS/INTERMEDIAS, RAI CINEMA, ISTITUTO LUCE
  • Distribuzione: ISTITUTO LUCE
  • Data uscita 12 Marzo 2004

RECENSIONE

di Roberto Nepoti

Ne abbiamo visto solo il primo episodio, ma si annuncia già come un’opera monumentale la Trilogia con cui Theo Angelopoulos ha deciso di posare il suo sguardo da Ulisse sugli ultimi ottant’anni di Storia: dalla Russia del 1919 alla New York dei nostri giorni. Coprodotto da Grecia, Italia, Francia, l’episodio iniziale ha titolazioni diverse per ogni Paese (eppure tutto si potrà dire, meno che trattarlo da “europudding”). In Italia è La sorgente del fiume; in Francia Helene, come la protagonista femminile; in inglese suona The Weeping Meadow – e il riferimento al pianto appare forse il più pertinente per un film tutto, precariamente posato sull’acqua e dove l’elemento liquido allude continuamente al pianto che bagna il ciglio dei personaggi. Odessa 1919, dunque. All’arrivo dell’Armata Rossa, la comunità greca fugge nella terra d’origine e s’insedia sull’estuario del grande fiume che sfocia nel Mediterraneo. Cresciuti insieme, Alexis ed Eleni si amano da sempre: ma il padre del ragazzo, rimasto vedovo, vuole sposare la fanciulla. Costretti a lasciare il villaggio, gli innamorati errano attraverso il Paese e arrivano a Salonicco, dove Alexis si guadagna la vita suonando la fisarmonica. Nascono due bambini; ma la Grecia è in crisi, il fascismo prende il potere e l’uomo parte per l’America, cui ha sempre guardato come alla mitica terra della Felicità. La separazione, che doveva essere breve, dura all’infinito. Scoppia la seconda guerra mondiale; mentre Alexis si arruola nell’esercito, onde ottenere la cittadinanza americana, Heleni è incarcerata per opposizione al regime. I figli della coppia militano su fronti opposti, come in una tragedia classica; e tragico è il loro Fato. Fino dalla prima scena, ambientata sull’estuario del fiume e fotografata da Andreas Sinanos in immagini composte come dipinti (mai statiche, però; dotate invece di un intrinseco ritmo filmico), Angelopoulos dà prova del suo sublime, intemerato manierismo: adotta i ritmi lenti di lunghi piani-sequenza dove la reticenza sposa ‘ nel modo di cui solo lui è capace ‘ quel senso della tragedia che il regista ha succhiato col latte materno della cultura greca. Lo si può prendere, lo si può lasciare. Difficile, in ogni caso, disconoscergli la capacità di mettere in scena la Storia attraverso le vicende private di una piccola comunità di persone: chiave rappresentativa tentata da moltissimi, ben poche volte riuscita. La sequenza in cui Heleni e le altre donne vanno alla ricerca dei corpi dei loro cari caduti in battaglia è indimenticabile; alcune (l’incontro dei due fratelli sul terrapieno, ad esempio) appaiono meno ispirate, forse. Ma se non riserviamo la definizione di cinema “in grande” a un’opera come questa, a che cosa siamo soliti attribuirla?

CRITICA

"L'impressione a caldo è che si tratta di un capolavoro sbagliato. Nella prima parte di questa vicenda che abbraccia quasi mezzo secolo di storia, tra il melò e la tragedia, l'amore e la politica, la visione del maestro greco ha la forza e lo splendore delle sue cose migliori, ma andando avanti si intorbida fino a provocare un esodo di spettatori." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 14 febbraio 2004)

"Alla Berlinale credevo di aver trovato un modo adeguato di esprimere la mia contraddittoria opinione su 'La sorgente del fiume': un capolavoro sbagliato. (...) Ora che 'La sorgente del fiume' arriva al pubblico, con modifiche e alleggerimenti certo opportuni rispetto alla versione berlinese, mi sento in obbligo di spiegare quelle due parolette malamente fraintese. Perché capolavoro? Perché il maestro nel raccontare una lancinante storia d' amore sullo sfondo delle tragedie greche fra il 1917 e il 1947 si conferma un grande paesaggista attingendo allo stile alto e solenne che gli è caratteristico: scene di lungo respiro, sempre calate in atmosfere pregnanti e organizzate con autentica genialità di coreografo, gusto dei segni forti e dei simboli, ambientazioni suggestive. Vedi per esempio il teatro di Tessalonica adattato a rifugio dei profughi. E vedi le immagini allucinanti del villaggio sommerso dall'inondazione; o quelle della struggente partenza dei musicisti per l'America. Perché sbagliato? Per eccesso di generosità. Théo ha messo tanta carne al fuoco, accavallando gli eventi a scapito della drammaticità; e, quanto alla chiarezza, non tutti sono in grado di cogliere i molteplici riferimenti alla politica greca. Il maestro ha poi esagerato negli abituali richiami classici ('I sette contro Tebe') e nelle autocitazioni; e ha reso bene il melò più che l'epopea. Tra ispirazione e manierismo, il suo rischio si conferma quello di imitare troppo Angelopoulos." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 13 marzo 2004)

"La Grecia del '900 raccontata come fosse un mito, intrecciando Storia e Tragedia. Gli anni tumultuosi fra il 1919 e il 1949, segnati da guerre, dittature, occupazione, guerra civile, rievocati senza le convenzioni del film storico ma con la forza lirica del cinema di Angelopoulos. Rivisto e snellito dopo la presentazione a Berlino, 'La sorgente del fiume' ci guadagna forse in leggibilità senza perdere in intensità. Si parte dal '19, quando l'Armata Rossa entra a Odessa e la comunità greca viene smembrata e dispersa; si arriva agli orrori della guerra civile. Al centro di tutto ci sono Elena, giovane esule promessa al vecchio Spyros, che invece fugge per sposarne il figlio e unirsi con lui a una banda di musicisti erranti (finirà emigrato e poi soldato negli Usa). Angelopoulos non illustra, spiega o riordina, ma condensa gli eventi in immagini emblematiche e spesso memorabili, osservando sempre i singoli sullo sfondo della comunità. Lento e iterativo, tirannico e illuminante come un rito, non è un film facile né nuovissimo per chi conosce l'autore, ma vale largamente la fatica. Musiche bellissime di Eleni Karaindrou." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 marzo 2004)

"Prima parte di una trilogia con cui Angelopoulos ha deciso di posare il suo sguardo da Ulisse sugli ultimi ottant'anni di storia, 'La sorgente del fiume' è un film tutto costruito sull'acqua, dove l'elemento liquido allude continuamente al pianto dei personaggi. Fino dalla prima scena, fotografata da Andreas Sinanos in immagini composte come dipinti (mai statiche, però; dotate invece di un intrinseco ritmo filmico), il regista conferma il suo sublime manierismo; adotta i ritmi lenti di lunghi piani-sequenza dove la reticenza sposa la tragedia. Lo si può prendere, lo si può lasciare; però alcuni episodi sono indimenticabili.?" (Roberto Nepoti,
'la Repubblica', 14 marzo 2004)
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