La polvere del tempo

I skoni tou chronou

ITALIA, GERMANIA, GRECIA, RUSSIA - 2008
2/5
La polvere del tempo
E' la storia di un triangolo amoroso tra due uomini e una donna che si dipana nell'arco di cinquanta anni. La voce narrante è quella di un regista americano di origine greca che, partendo da Cinecittà, si sposta negli anni per lavoro dal Kazakistan alla Siberia, da Colonia a Toronto e New York. Il suo racconto vuole rappresentare oltre al piano della realtà quello della finzione.
  • Altri titoli:
    The Dust of Time
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: CLASSIC SRL, THEO ANGELOPOULOS FILM, GREEK FILM CENTRE, ERT S.A., NOVA, STUDIO 217, LICHTMEER FILM
  • Distribuzione: MOVIMENTO FILM-CLASSIC (2011)
  • Data uscita 1 Giugno 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Un maestro resta tale quand'anche abbia girato il suo film peggiore. E' il caso di Theo Angelopoulos - meraviglioso regista de La recita, Lo sguardo di Ulisse, L'eternità e un giorno - e del suo ultimo lavoro, a dir poco indifendibile. La polvere del tempo, secondo capitolo di una trilogia iniziata con la sorgente del fiume, scritto in collaborazione con il solito Tonino Guerra e interpretato da un cast di tutto rispetto (Bruno Ganz e Michel Piccoli, Iréne Jacob e Willem Dafoe), è un viaggio nella memoria che intreccia privato e storia, amori e regimi, purghe di Stalin e mal di pancia personali. A tenere uniti i fili di una vicenda così arzigogolata è un regista senza nome (ma nel pressbook è identificato dall'iniziale "A", il che toglie ogni dubbio sulla reale identità del personaggio), che vorrebbe realizzare un vecchio progetto sulla figura della madre, una russa accusata di tradimento dai comunisti, confinata in Siberia, poi liberata, amata da due uomini (un connazionale e un ebreo scampato ai campi di sterminio), transfuga in America e di ritorno in Europa giusto in tempo per salvare la nipotina malata di depressione e respirare il nuovo vento che spira dalle crepe del Muro di Berlino.
Insomma di tutto e di più, avanti e indietro nel tempo, dal soggettivo al collettivo, tra finzione e realtà: Angelopoulos aspira a fondere nel nome del cinema che tutto rapprende e ricorda ("Nulla finisce", ripete all'inizio il regista/personaggio) melodramma familiare e tragedia corale, riflessioni sul mezzo e meditazione sul Tempo, adoperando una struttura a fisarmonica, che macina flashback a ripetizione e regala raccordi impossibili (a volte basta una porta, una musica, un'immagine per passare da un'epoca all'altra). Un'operazione schiacciata dal peso delle proprie ambizioni, incapace di dar conto in maniera credibile tanto della piccola storia - esasperata e artificiosa - quanto della grande - cucita come un Bignami.
Soprattutto è un'opera anacronistica in modo commovente. Assurdamente declamatoria ("La mia casa sono le storie che racconto", dirà il meditabondo regista alla ex moglie che se ne va via piangendo), fitta di dialoghi letterari e scene didascaliche (su tutte quella dei televisori distrutti nella hall dell'albergo); banalmente provocatoria (la sequenza degli invasivi controlli aeroportuali, che di fatto mostrano persino i genitali dei passeggeri), pomposa nel gesto e magniloquente nelle sonorità, ancora invaghita di Brecht. L'intento è dichiaratemente artistico, l'effetto ben oltre, pericolosamente prossimo al ridicolo. L'equivoco è aver ridotto il fine al mezzo, il cinema sul passato al cinema del passato. L'archeologo al reperto. Il risultato è un destino sciagurato, condiviso: sotto la polvere del tempo, oltre alla storia, il film.

NOTE

- E' LA PRIMA VOLTA CHE IL REGISTA GIRA FUORI DALLA GRECIA.

- E' LA SECONDA PARTE DELLA TRILOGIA INIZIATA CON "LA SORGENTE DEL FIUME" (2004).

- PRESENTATO FUORI CONCORSO AL 59. FESTIVAL DI BERLINO (2009).

- REALIZZATO ANCHE CON IL CONTRIBUTO DI: REGIONE LAZIO-FI.LA.S S.P.A., MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI-DGC, MINISTERO GRECO DELLA CULTURA, MINISTERO DELLA CULTURA DELLA FEDERAZIONE RUSSA, FILMSTIFTUNG NORDHEIN - WESTFALEN, DEUTSCHER FILMFORDERFONDS (DFFF), ARD DEGETO, FONDO EURIMAGES DEL CONSIGLIO D'EUROPA.

- TRUCCO: VITTORIO SODANO.

CRITICA

"Sceneggiato da Tonino Guerra e dallo scrittore greco Petros Markaris, il film però soffre di un'eccessiva rarefazione rendendo davvero arduo per lo spettatore seguire per due ore lo svolgersi delle vicende e l'odissea dei personaggi." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 13 febbraio 2009)

"Un ritornello musicale al piano, ossessivo, ripetitivo, melodico festoso, ma anche inquietante e horror, che diventa, nell'orchestrazione dell'autrice, Eleni Karaindroi, quasi un 'Tema di Lara') , ci porta alla scaturigine formale, meno introversa del solito, del nuovo dramma di Theo Anghelopoulos, 'La polvere del tempo'. Sempre insolente, il flusso di Anghelopoulos, per l'incedere laico e solenne, avanti e indietro nella Storia. Sempre abile nel fermo immagine catatonico, quando coglie, con respiro disumano, spettri di verità (e anche 'di Marx') strappati d'oblio perenne: siano le porti, le nebbie e i tram del real-socialismo sovietico che tradì i rivoluzionari; o gli incubi totalitari del neoliberismo terrorizzato dal terrorismo, che riduce gli individui a nude radiografie alienate, semoventi e consumanti; o il muro del pianto del rock, con i ritratti dei veri scopritori di 'pianeti inaccessibili' agli occhi degli astronomi e della Stasi (Jimi Hendrix, Che Guevara, Jim Morrison, Johnny Cash, Janis.. .), perché la rivoluzione contro il lavoro forzato di tutti i tipi è già data vinta, ai 'confini della realtà'." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 13 febbraio 2009)

"Uscire dal tempo. Perché 'è l'unica sintesi plausibile tra passato e futuro'. Il cantore del cinema greco Theo Angelopoulos riscrive le illusioni-delusioni di fin de siècle attraverso una storia d'amore nella Storia. E facendolo riesuma il modus tragico dei propri antichi, in eterno conflitto tra la ricerca di assoluto e i limiti dell'umana sorte. (...) Il secondo film della trilogia di Angelopoulos (il primo era 'La sorgente del fiume') arriva finalmente in Italia grazie alla Movimento Film, offrendo un imponente esempio di cinema autoriale 'altro' rispetto alle misure del presente. In attesa del terzo e ultimo capitolo - 'L'altro mare'- che racconterà la crisi della Grecia attuale." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 2 giugno 2011)

"Siberia e Kazakistan, Italia e Germania, Watergate e Vietnam, fino alla caduta del muro di Berlino che uccide le ultime illusioni. Coprodotto da Grecia, Russia, Italia, Germania, con Michel Piccoli e Irène Jacob nei panni di Spyros e Eleni, genitori del regista di origini greche Willem Dafoe, mentre Bruno Ganz dà vita con la solita inarrivabile umanità al personaggio più bello, Jacob, l'ebreo tedesco di Taskent che ama invano per una vita intera Eleni, 'La polvere del tempo' (...) riprende tutti gli stilemi cui Angelopoulos ci ha abituato, ma lo fa con tanto accanimento e magniloquenza che rischia a ogni passo l'automuseificazione. Calibrati e maestosi piani sequenza, irruzione della Storia nel privato, paesaggi nebbiosi o ghiacciati. E una lunga serie di epifanie troppo programmatiche per generare vera emozione. (...) Tutto terribilmente elegante, come no, calibrato, calcolato fino all'ultima comparsa. Ma senza mai una sorpresa, uno scarto, il tentativo di fare qualcosa di diverso. Il film insomma è proprio come ci si aspetta dal suo autore, con la differenza che Angelopoulos qui tenta di avvicinarsi ai personaggi e dare loro un carattere (una personalità, una psicologia) che il suo cinema rifiuta come un corpo estraneo. Peccato, perché ormai i grandi film epici li fanno quasi solo gli americani, mentre dev'esserci una via europea (anzi molte vie diverse) per raccontare la storia senza cedere all'esperanto tv, né al ricatto spettacolare. Ma quella di Angelopoulos, un tempo gloriosa, sembra aver fatto il suo tempo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 3 giugno 2011)

"Angelopoulos, rimasto a discutere utopie e nel mezzo d'una trilogia che viaggia fra tempo e spazio, racconta la vita di un regista tra eventi politico-civili e privacy. Supercast europeo (Dafoe, Piccoli, Ganz, Jacob), fine secolo, piani sequenza da brivido. Non è che il maestro non ha più niente da dire, è che le cose sono ancora quelle, il mondo va adagio ma il suo cinema ritrova con la lentezza poetica della memoria, passioni, ragioni ed emozioni di allora." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 3 giugno 2011)

"È da considerarsi superato il cinema del 75enne maestro Theo Anghelopoulos, epico cantore di destini umani travolti dal fiume in piena della Storia? Secondo capitolo di una trilogia iniziata con 'La sorgente del fiume', 'La polvere del tempo' mette in scena, fra Roma e Berlino, il paesaggio di un plumbeo presente in cui si aggira Willem Dafoe, regista di origine greca alle prese con un film che, rievocando la sofferta vicenda amorosa dei genitori, ripercorre momenti cruciali del Secolo breve - dalla Seconda guerra ai gulag staliniani, dal Vietnam alla caduta del Muro. (...) E' vero, i personaggi stranieri a se stessi, le metafore, i simboli: tutto questo può suonare artificiale, letterario. Ma ci sono inquadrature e piani sequenza che da soli portano dentro più cinema di cento film d'oggi messi insieme." (Alesandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 3 giugno 2011)

"L'inizio è familiare: un lungo carrello ci porta verso l'ingresso di Cinecittà, mentre una voce fuori campo mormora 'La storia non è finita... le storie non finiscono mai'. Se uno volesse essere maligno, anche i film di Theo Anghelopulos sembrano non finire mai, ma nel caso del nuovo 'La polvere del tempo' c'è un sottile piacere a perdersi nel racconto fluviale creato dal grande greco. (...) Il film è il secondo capitolo di una trilogia iniziata con 'La sorgente del fiume' (2004): Anghelopulos la chiuderà con un prossimo film che racconterà la Grecia di oggi, alle prese con la crisi economica." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 3 giugno 2011)

"Occasione di rivisitare il 20° secolo nelle sorti della Germania, dal nazismo alla caduta del Muro al sincretismo culturale e sociale di oggi, è la vicenda, un po' carica di autoreferenzialità d'autore, ma anche emozionante, di un cineasta (Willem Dafoe) che ricostruisce in un film la vita della madre, addolorato dal divorzio dalla moglie e preoccupato per le angosce della figlia berlinese. Delle due ore di incroci temporali (tra anni 50 in Siberia, anni 70 in Usa e anni 2000 a Berlino), questa seconda parte della trilogia del '900 di Angelopoulos, rispetto al coinvolgente 'La sorgente del fiume', è meno riuscita nella melodrammatica trasversalità della Storia, nella chiarezza dei diversi piani. Cast ammirevole, stile alto, bersagli confusi." (Silvio Danse, 'Giorno-Carlino-Nazione', 3 giugno 2011)
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