La nostra terra

ITALIA - 2014
3/5
La nostra terra
Nicola Sansone è proprietario di un podere sottratto negli anni Settanta ai Bonavita, che su questa terra hanno continuato a vivere come braccianti. Il giorno del suo arresto, Nicola si rivolge a Cosimo Bonavita, che con lui sui campi è cresciuto e dove fin da bambino lavora. Cosimo diventa così il fedele custode del podere che era della sua famiglia, e va avanti a coltivarlo abusivamente anche quando il terreno viene confiscato dalla Stato e assegnato a una cooperativa che però, per questioni burocratiche e sottili boicottaggi, non riesce ad avviare l'attività. Per questa ragione i soci scrivono a un'Associazione esperta di beni confiscati alle mafie. In loro aiuto viene mandato Filippo, un uomo che da anni fa l'antimafia lavorando in un ufficio, e quindi impreparato ad affrontare la questione "sul campo". Numerosi sono gli ostacoli che Filippo incontra e le paure che deve superare, e spesso deve resistere all'impulso di mollare tutto: lo trattengono il senso del dovere, le strane dinamiche di questa cooperativa di insolite persone cui inizia ad affezionarsi, e anche Rossana, la bella e determinata ragazza che ha dato il via a tutta l'iniziativa. Non appena le cose iniziano ad andare quasi bene, al boss Nicola Sansone vengono concessi i domiciliari. La situazione degenera; seguono una serie di sabotaggi e di colpi di scena: riuscirà l'antimafia a trionfare?
  • Altri titoli:
    Madre terra
    Mani in terra
    Terra Madre
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: LIONELLO CERRI PER LUMIÈRE & CO. CON RAI CINEMA
  • Distribuzione: VISIONARIA E VIDEA IN COLLABORAZIONE CON GRUPPO UNIPOL
  • Data uscita 18 Settembre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Chi si ricorda il piccolo grande successo Si può fare, con Claudio Bisio alle prese con una coop di ex malati mentali? Era il 2008, dietro la macchina da presa stava Giulio Manfredonia, che poi passerà al servizio di Cetto La Qualunque (2010 e 2012): ora torna al “suo” cinema, ovvero a La nostra terra, che di quel Si può fare è strettissimo parente.
Ancora coop, vari disadatatti al posto dei diversamente mattarelli, ma la partita stavolta si gioca  sul terreno confiscato alle mafie: il precisino Filippo (Stefano Accorsi) da anni lavora nell'antimafia al nord per un'associazione sul modello Libera di don Ciotti, ma si vede costretto a dirigere la riconsegna alla legalità di un podere del sud. Qui conoscerà la bella Rossana (Maria Rosaria Russo) e soprattutto Cosimo (Sergio Rubini), ovvero l'ambiguo ex fattore del boss (Tommaso Ragno)…
Funzionano gli attori, su tutti un Rubini in stato di grazia (e sulla sua terra), non mancano passaggi divertenti, ma non tutto è fertile: l'incontro scontro tra i luoghi comuni dell'antimafia e la riflessione/presa in giro di questi luoghi comuni spesso è a favore dei primi; la commedia annacqua il ritratto criminale e un po' di terra manca sotto i piedi della drammaturgia. Ma in giro c'è di peggio, molto peggio: qui, almeno, si ride e si pensa (un po').

NOTE

- FILM RICONOSCIUTO DI INTERESSE CULTURALE CON IL SOSTEGNO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA' CULTURALI-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA.

CRITICA

"Si può combattere la mafia coltivando pomodori? La risposta, affermativa, la dà il film di oggi, diretto da Giulio Manfredonia (...) e realizzato dalla benemerita Lumière che grazie al suo fondatore, Lionello Cenrri, ha aperto ripetutamente spazi lusinghieri nel cinema italiano ad autori quali Giuseppe Piccioni, Silvio Soldini e Giorgio Diritti di cui ha proposto quel bellissimo film che era 'Un giorno devi andare'. (...) Tutto lineare, tutto ben congegnato, c'è anche una storia d'amore così discreta che non guasta e poi ci sono i diversi tipi della cooperativa disegnati tutti con il sano realismo delle campagne. A Filippo dà tratti verosimili sia quando decide sia quando, da ex impiegato, ha paura della mafia uno Stefano Accorsi molto vigile e coscienzioso, Sergio Rubini di fronte a lui veste il personaggio del fattore di varie apparenze ambigue. La storia d'amore fa capo a Maria Rosaria Russo, già vista in altri film di Manfredonia." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo - Roma', 19 settembre 2014)

"Inseguendo, con più buonismo, le gesta corali delle commedie di Monicelli, Giulio Manfredonia punta di nuovo l'en plein sullo schema vincente di 'Si può fare'. (...) Colmo di nobili intenzioni, 'La nostra terra' pecca proprio per vizio di sostanza: tutto appare annunciato, didascalico, si avvia verso un lieto fine senza risparmiare neppure la molesta love story tra il nordico razionale impiegato di concetto Stefano Accorsi e Maria Rosaria Russo, fra contadini folk di varia umanità: non manca la coppia omosessuale che naturalmente cucina bene, l'immigrato africano, un paraplegico e Iaia Forte, adorabile pazzariella. La mafia si batte anche coltivando pomodori e carote bio sulla terra confiscata ai boss: in questo senso il film appare blindato dalla sua civiltà di intenti, dal contagioso entusiasmo con cui questo manipolo di quasi giovani si butta sulla Terra, con la maiuscola come ai cinemascopici tempi di Henry King, ultima risorsa non artefatta della vita in rete di oggi. Ma il ritmo è altalenante, è come se la storia si stoppasse e poi ricominciasse ogni volta daccapo, mentre Sergio Rubini, ex fattore del boss, si prende sulle spalle il peso del film, divertente campione della commedia dell'arte di arrangiarsi. La ricetta funziona a tratti, dove non è scopertamente sottolineata e virgolettata, proprio nei paesaggi, nelle soste notturne, nei rapporti di questa mezza folle dozzina (con i nemici sotto traccia) che usa come arma la cinefila terra di Puglia. La lezione anti mafia (riferimenti all'Associazione Libera) è sempre la benvenuta e Tommaso Ragno si fa odiare a sufficienza in poche scene dove mette alle corde il bon ton del professorino Accorsi, schiavo chimico di ansiolitici nonostante la fede nella biodiversità."(Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 18 settembre 2014)

"Contro le mafie a colpi di pomodori. E di cliché facili facili. Va bene che in Italia bisogna alleggerire tutto, chissà perché, ma c'è un limite alla banalizzazione. L'allegra brigata che dichiara guerra al boss in galera coltivando le sue terre a verdure bio, poi se lo ritrova davanti quando la giustizia compiacente lo fa uscire, è così falsamente variegata e coraggiosa che non la berremmo nemmeno nella più edulcorata fiction tv. (...) Più interessante, grazie anche al consumato mestiere dell'attore, è il fattore Sergio Rubini, ambiguamente legato alle terre e al loro padrone. Ma è davvero un po' poco." (Fabio Ferzetti,' Il Messaggero', 18 settembre 2014)

"La campagna 'tira', ma capita come qui che si finisca per fare folclore in una cornice narrativa da telenovela." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 18 settembre 2014)

"Da "Gomorra" una (Garrone) e bina (La serie) ad 'Anime nere', lo sappiamo, il male ha più potenza di fuoco anche sullo schermo, ma Manfredonia ci prova, senza stemperare (troppo) il bene in buonismo: super Rubini, giusto Accorsi, poi palla avanti e pedalare, provando a dribblare l'agiografia dell'antimafia nel sorriso dei reietti e nella canzonatura dei luoghi comuni. Non è 'Si può fare', ma si può vedere." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano, 18 settembre 2014)

"Ribellarsi alla mafia con pomodori, zucchine e melanzane. E' quello che si immagina il film di Manfredonia, bravissimo quando si tratta di orchestrare una coralità di attori (...) Stefano Accorsi, convincente (...), Sergio Rubini, strepitoso (...). Il tono da commedia, leggero e divertente, con il quale è raccontato un fatto pur drammatico, è la chiave vincente di un film davvero notevole, quasi sulla falsariga di 'La mafia uccide solo d'estate'. Una pellicola assolutamente da non perdere." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 18 settembre 2014)

"Dimagrito, con due rughe fascinose che gli scavano i contorni della bocca, Stefano Accorsi, dopo la lunga parentesi francese, al fianco dell'ex-compagna Laetitia Casta e in produzioni cinematografiche non da antologia, dà l'idea di essere finalmente tornato a casa." (Fulvia Caprara , 'La Stampa', 18 settembre 2014)
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