La nona porta

The Ninth Gate

FRANCIA, SPAGNA - 1999
Dean Corso, di professione esperto di libri rari, viene convocato da Boris Balkan, ricco collezionista. Costui gli mostra la copia di un libro del 1666 "Le nove porte del regno delle tenebre" e aggiunge che vorrebbe essere sicuro dell'autenticità del volume. Ne esistono infatti altre due copie e solo una delle tre potrebbe essere autentica. Balkan aveva acquistato la sua dal collezionista Telfer che, dopo avergliela venduta, si è impiccato. Liana, la vedova, dice a Corso di non saperne niente, più tardi invece insiste per riavere il volume e, non riuscendo ad averlo, lo assale e lo lascia stordito. Dopo aver trovato morto un amico libraio al quale aveva affidato la copia, Corso parte per L'Europa. In Spagna si incontra con i fratelli Ceniza, dai quali apprende che tre delle nove incisioni contenute nel libro non portano la sigla prevista "AT" ma "LCF", ossia Lucifero. Vede poi Fargas, proprietario della seconda copia, che gli permette di fare un confronto ma la mattina dopo viene trovato morto nella fontana davanti casa. Corso arriva poi a Parigi e va alla Fondazione Kessler. Qui la baronessa, che ha la terza copia, gli spiega i poteri magici del libro inseguito anche dagli adepti di una setta, l'Ordine del Serpente d'argento. Corso a sua volta le spiega il mistero delle nove figure, ma poi qualcuno si impossessa anche di questa copia, dopo aver eliminato la baronessa. In albergo, Corso si accorge che anche la prima copia è sparita. Balkan è in possesso di tutte le nove figure. Grazie ad una cartolina, Corso raggiunge un castello di campagna, proprio quando Balkan sta celebrando una cerimonia di autoconsacrazione a Satana. La cerimonia non riesce, Balkan ne rimane vittima. Una misteriosa ragazza che aveva sempre affiancato Corso nei suoi viaggi in Europa lo aiuta ad individuare l'incisione falsa e a trovare quella vera. Corso si trova di fronte alla luce abbagliante della nona porta.

CAST

CRITICA

"Polanski è sempre un cineasta di grande talento: affiancato da un direttore della fotografia come Darius Kondji, straordinario nel dare le luci, offre momenti di cinema emozionanti e crea atmosfere largamente superiori alla media diablerie per lo schermo. Però il Diavolo ci mette la coda e 'La nona porta' finisce per smarrire le buone intenzioni di partenza causa l'incongruenza tra soggetto e tono narrativo. La trama è da romanzo d'appendice vecchia-maniera, fitto di luoghi, pericoli, enigmi. Roba da prendersi al primo grado insomma, anche se con tono leggero, per conservarne intatta l'efficacia e il gusto ruspante: lusingando lo spettatore, magari, con la sensazione di saperne sempre un po' di più del protagonista. Ma il regista non ama la semplicità. Così preferisce spalmare su un racconto di per sé assurdo uno strato d'ironia, neppure troppo convinta, che smorza l'efficacia dell'intreccio e l'effetto spaesante delle situazioni. Per contro ne risulta spaesato Johnny Depp, che pure si offriva alla parte come l'interprete ideale. Con una sceneggiatura tutt'altro che imprevedibile alquanto incasinata, con quel tono incerto tra il feuilleton e la sua parodia, 'La nona porta' non è una vera delusione, ma non è neppure la diablerie dannatamente eccitante che era legittimo aspettarsi da Roman". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica, 23 dicembre 1999)

"Stroncato perfino dagli adoranti critici francesi, 'La nona porta' è tanto sfarzoso quanto ridicolo, sicché la dimensione umoristica finisce con il soccombere sotto l'estenuata solennità dell'impianto. In sottofinale c'è anche una specie di orgia mascherata in chiave satanica che suona come una parodia di 'Eyes Wide Shut', ma nessuno recita 'Fidelio' per essere ammesso, e anzi tutti se la danno a gambe appena il più cattivo del gruppo fa la voce grossa. Di sicuro la somma dei prestigiosi contributi tecnici non salva l'insieme: superati i primi venti minuti, insinuanti e ben scanditi, il film si inoltra nel regno del già visto, e gli attori pur intonati al clima ne pagano le conseguenze". (Michele Anselmi, 'L'Unità', 23 dicembre 1999)

"La nona porta' di Roman Polanski si chiude come un cerchio perfetto a ricordare che l'opera cinematografica è un oggetto chiuso in se stesso, tanto più in questo caso in cui lo si vorrebbe espandere in ambiti biografici che invadono la vita del regista e che sono stati trasformati in puri elementi filmici. La nota dominante del film, ispirato a un romanzo della letteratura latinoamericana 'Il club Dumas' del colombiano Arturo Perez Reverte, è la suprema ironia, gioco sottile con il pubblico infarcito di conoscenze sul genere messo in atto con l'elementare utilizzazione dei particolari ingranditi, sedimentati nella memoria dalle scene precedenti e con la geometria dell'inquadratura. Questo è il cinema, sembra dire Polanski e 'solo' cinema". (Silvana Silvestri, 'Il Manifesto', 20 gennaio 2000)
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