La lingua del Santo

ITALIA - 1999
La lingua del Santo
Antonio e Willy, due amici quasi quarantenni, frequentano il bar Antille, il più economico e modesto localino di Padova. Antonio è stato giocatore professionista di rugby, adesso tira solo i calci piazzati e si fa pagare centomila lire per ogni trasformazione. Non è mai riuscito a trovare un lavoro stabile, e non ha idee precise in proposito. Willy invece faceva il rappresentante di articoli di cancelleria. Gli affari andavano bene, ma poi è scattato qualcosa che gli ha fatto perdere la serenità, la voglia di impegnarsi e, peggio di tutti, anche la moglie Patrizia che lo ha lasciato mentre lui ne è ancora molto innamorato. I due amici vivono di piccoli furti, fino al giorno in cui si presenta loro un'occasione enorme e paradossale. Dopo molte incertezze, il colpo va a buon fine: nottetempo, i due entrano nella Basilica di S. Antonio e si impossessano della teca con la lingua del Santo. La refurtiva è di quelle che scottano, e per i due il difficile arriva adesso. Aspettando proposte per il riscatto, capiscono che da parte delle istituzioni ecclesiastiche non arriverà alcunché. Sono sull'orlo della depressione, quando arriva la notizia che un industriale veneto, Maritan, è disponibile a pagare una forte somma. Antonio non si sente tranquillo, e in sogno gli appare Sant'Antonio, al quale chiede scusa. All'incontro concordato con Maritan, Antonio arriva dopo molti patemi d'animo. Il riscatto viene incassato. Ma al momento di correre verso l'aereo per scappare lontano, Willy si ferma e esorta Antonio ad andare via. Per uno dei due balordi, qualcosa forse è cambiato...
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: 35 MM, CINEMASCOPE
  • Produzione: MARCO POCCIONI E MARCO VALSANIA PER RODEO DRIVE - MEDUSA FILM, CON LA COLLABORAZIONE DI TELE+
  • Distribuzione: MEDUSA (2000)

NOTE

- IN CONCORSO ALLA 57^ MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA (2000).

CRITICA

"Già dalla locandina - che li ritrae in tuta ciclistica con caschetto in testa e sguardo un poco ebete stile Gianni e Pinotto - si capisce che 'La lingua del Santo' di Carlo Mazzacurati, con il fedelissimo Antonio Albanese e un Fabrizio Bentivoglio sempre più uguale a Giannini, segue la strada della commedia all'italiana raccontando di due poveri sfigati di provincia. Sceneggiato ad otto mani (lo stesso regista, un altro fedelissimo, Umberto Contarello, insieme a Franco Bernini e Marco Pettenello), il film è arrivato in Concorso come quarto rappresentante italiano per raccontare una storiella sciocca ambientata tra Padova, laguna veneziana, Colli Euganei e Tessera. Due falliti poveracci, Antonio, appassionato giocatore di rugby (stesso nome dell'attore e, guarda caso, anche del Santo padovano) e Willy, ex-commerciante introverso, un po' filosofo e in crisi perenne dopo l'abbandono della moglie, casualmente si ritrovano, per questioni di sopravvivenza spicciola, a praticare furtarelli di computer, francobolli e quarti di bue. Il colpo grosso arriva però del tutto inaspettato: nel corso di una notte trascorsa in attesa di scassinare una 'bussola' (quelle casse di legno per le offerte) messa proprio nel mezzo della celeberrima Basilica padovana e durante la festa patronale, i due si ritrovano davanti al reliquiario tutto oro e gemme preziose che racchiude niente meno che la lingua di S. Antonio, il più amato di Padova, con profonde radici devozionali non soltanto in Triveneto, ma anche tra la gente di Portogallo e i Rom. Ovvio che il pasticcio crea conseguenze inaspettate, un chiasso di notevoli proporzioni, e, a partire da lì, una serie di situazioni poco coerenti ma funzionali allo sfruttamento del prezioso tesoro da parte dei due sventati ladruncoli, che tenteranno prima di fondere, vendere per poi passare alla più avventurosa strada del riscatto. Un'ora e più di film racconta dei loro maldestri tentativi e della messa a punto del piano criminale. Ci ritroviamo sui Colli Euganei nella villa del nuovo compagno della moglie di Willy (quest'ultimi, personaggi irrisori e poco accattivanti) con alcune battute argute, qualche bella risata, slabbrature notevoli di sceneggiatura, (dove finisce il sacco con la preziosa refurtiva dopo la prima telefonata dalla cabina telefonica?). E che più? Se le tirate sociologiche vogliono cogliere gli aspetti più stridenti del malessere veneto e delle sue pur evidenti contraddizioni (tra Lega e Chiesa, per intenderci), con Antonio e Willy depressi cronici tra rabbia, fame e rifiuti, Mazzacurati cade poi in alcune contraddizioni. Il Maritan (Giulio Brogi) che, arricchitosi tra maiali ed acqua santa, s'offre di pagare un miliardo per la 'lingua' (facendo leva, in un irresistibile promo televisivo, sull'orgoglio e le nobili tradizioni del devoto e laborioso popolo veneto), diventa, in fondo, il modello cui s'ispira soprattutto Antonio. Il suo futuro, come il sacrificio dell'amico per assicurarglielo, è tanto improbabile quanto irritante: uno fuggirà verso nuova meta e nuova vita, l'altro si farà arrestare concludendo la narrazione del 'fatto' (iniziata come un diario dell'anima) con una lunga impennata filosofica sui doveri, gli ideali, le responsabilità, le mete. Quanti dubbi. Ma il più "cinematografico" rimane questo: tra obiettori di coscienza, sistemi d'allarme che suonano all'impazzata, campanili che s'illuminano come in un Luna Park e campane che riuscirebbero a svegliare un morto, come si fa a rubare in una basilica (piena solo di rotweiler inferociti: in chiesa?), e andarsene lemme lemme senza incontrare, nei paraggi e in tutta Padova, un solo poliziotto, una sola anima viva? Qui siamo nel surreale: il Santo ci ponga rimedio. (Luca Pellegrini, Rivista del Cinematografo on line, 8 settembre 2000)

"Carlo Mazzacurati racconta il Nord Est - la sua Padova, la laguna veneziana e i colli veneti dove ambienta la fuga e le avventure dei due - con un mix d'incanto (la fotografia di Alessandro Pesci è semplicemente bellissima) e di surreale divertimento, come quando entra in scena la tribù dei Rom capitanata da Toni Bertorelli o una squadra di africani raccoglitori di funghi che con la loro sola apparizione raccontano di cosa sia fatta la prosperità di queste regioni. Il risultato è una commedia buffa e gentile, che riesce a far convivere l'apparizione di sant'Antonio e quelle televisive dell'industriale Giulio Brogi in cerca di pubblicità, la poesia della malinconia amorosa e le storie di successo venete raccontate così bene in 'Schei' di Gian Antonio Stella". (Irene Bignardi, 'la Repubblica', 9 settembre 2000).

"Attraverso la fuga (a piedi e in bicicletta) di due ladruncoli, l'ambizioso Mazzacurati tenta di raccontare l'avidità grossolana del Veneto neoricco; mancandogli però la cattiveria del vecciho Germi (Signore & Signori) cerca troppo l'effetto poesia. La recitazione dell'attonito Bentivoglo e del frenatissimo Albanesse smorza ancora più il tono e la tensione. (...) Ma è giusto ricordare che a molti spettatori è piaciuto." (Claudio Carabba, Sette, 27 settembre 2000).
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