La donna della mia vita

ITALIA - 2010
2/5
La donna della mia vita
Leonardo e Giorgio sono due fratelli molto diversi tra loro ma che sono sempre stati uniti. Poi, un giorno, Giorgio scopre che Leonardo ha iniziato una storia d'amore con Sara, una ragazza con cui ha avuto una delle sue turbolente relazioni extraconiugali e in famiglia scoppia il caos. Sarà Alba, la madre dei due, a ripristinare l'ordine familiare con una serie di colpi di scena che provocheranno confusione e scompiglio.
  • Durata: 96'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Produzione: RICCARDO TOZZI, GIOVANNI STABILINI, MARCO CHIMENZ PER CATTLEYA IN COLLABORAZIONE CON UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ITALY
  • Data uscita 26 Novembre 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Non ha il brio della farsa né la cattiveria della commedia La donna della mia vita: piuttosto l'ultimo film di Lucini si arena in un limbo, dove premesse e soluzioni sembrano cozzare, quasi dipendessero da intenzioni diverse. Chiara quella all'origine - il soggetto di Cristina Comencini - che strizza l'occhio senza dubbio alla commedia sofisticata americana, ai twist drammaturgici, alle scaramucce sentimentali, all'altalena di equivoci e rivelazioni. Meno netta è la scelta degli sceneggiatori - Giulia Calenda e Teresa Ciabatti - che rovistano nella scena teatrale del marivaudage pensando di adattarla all'italianissimo cote familiare, senza avere però la finezza psicologica della prima né la dovuta "familiarità" con il secondo. E poi c'è l'inedito imbarazzo di Lucini a maneggiare questo strano amalgama compositivo, mai trasceso in qualcosa di più personale, un guizzo, un'impronta che resti, anonimi e senza mordente entrambi.
Stranamente svogliato, il regista milanese pare appiattirsi sul copione, irretito forse dal surplus di tradizioni e istanze enunciative. Esageratamente timoroso, neanche avesse avuto in mano un lavoro di Coward. Non suscita allora il dovuto interesse questo triangolo amoroso tra consanguinei, dove due fratelli diversissimi (Alessandro Gassman e Luca Argentero) si scambiano donne (Valentina Lodovini) e ruoli - mascalzone e tenerone - con eccessiva nonchalance. Né convince il gioco al rispecchiamento che coinvolge i rispettivi genitori (Stefania Sandrelli e Giorgio Colangeli), alle prese anche loro con bugie, corna e camuffamenti.
Al di là della naturale empatia tra ruoli e interpreti - o se volete la condanna a rifare se stessi dei vari Argentero (timido, fragile e carino), Gassman (sciupafemmine e verace), Lodovini (oggetto del desiderio senza profondità), Sandrelli (madre un po' svampita) e Colangeli (al solito un po' troppo ruvido) - i personaggi soffrono della stessa sindrome del film, indecisi già in fase di scrittura tra la caricatura e la definizione a tutto tondo. Ovvero se partecipare a una farsa ben orchestrata o a una commedia corale. Non si tratta di ibridazione né di cortocircuito, ma di una mezza via che finisce per non andare da nessuna parte. E non basta più l'eleganza del brand Cattleya - nuovamente in collaborazione con Universal - a restiture dignità a un'operazione che, se pure evita la sciatteria e la volgarità di altri ben più beceri format, non ha il coraggio di osare, sazia di mutuare dal passato formule, storie e maschere popolari.
La grande commedia italiana - chiamata giustamente in causa da Riccardo Tozzi di Cattleya - non era un ricamo né un'astrazione da salotto, ma una formidabile equazione di punto di vista autoriale e immanenza sociale. A chi si rivolge, di cosa parla invece la nuova? Corna e famiglie sparite invece che di immigrati e disoccupazione? Va benissimo. A patto che si riconosca il vizio all'origine, lo sguardo biforcuto che da un lato vuole afferrare fenomeni collettivi e tendenze generazionali (qui divorzi, senso d'inadeguatezza e macchinazioni dentro una luccicante e posticcia cornice borghese), dall'altro però non vuole farsene carico preferendo rifugiarsi nel solito, deresponsabilizzato, esercizio di accomodante buonismo. Che è poi è la vera consuetudine a non tramontare mai in Italia. Il paese che tanto decanta la tradizione della commedia, non si è ancora accorto del suo dramma ereditario.

NOTE

- GIORGIO COLANGELI E' STATO CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2011 COME MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA (ANCHE PER "TATANKA" DI GIUSEPPE GAGLIARDI).

CRITICA

"Qualcosa si muove nel panorama della commedia italiana. Il genere portante del nostro cinema sta arruolando delle nuove leve. Da due-tre anni non ci sono più solo i fratelli Vanzina, Giovanni Veronesi e i cine-panettoni di Neri Parenti. La ditta Brizzi-Martani, l'Umberto Carteni di 'Diverso da chi?', Massimo Venier e il Luca Miniero di 'Benvenuti al Sud' (film che si avvia a battere il record di incassi di 'La vita è bella') sono tutte realtà delle quali tenere conto. Luca Lucini, ormai al sesto film, fa parte di questa squadra. (...) 'La donna della mia vita' è titolo felicemente ambiguo. (...) Commedia borghese sulle identità sfumate, dove nessuno è ciò che appare, dove sotto sotto tutti mentono e recitano, 'La donna della mia vita' è un film solo apparentemente 'leggero': in realtà il soggetto (di Cristina Comencini) ha un retrogusto amaro e disincantato. Attori tutti in gran forma, e benissimo diretti: oltre a quelli citati, da lodare Giorgio Colangeli (che fa un 'cumenda' milanese strepitoso) e Franco Branciaroli, in un divertente cammeo 'televisivo'." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 26 novembre 2010)

"Fratellastri innamorati e ingannati dalla stessa donna: la mamma. Quando è quella strega svagata di Stefania Sandrelli, tutto torna. E torna pure il cinema lounge di Luca Lucini, sofisticato e non agitato, che con 'La donna della mia vita' recupera il tocco del suo gioiello 'L'uomo perfetto'. (...) Quattro attori in stato di grazia come Argentero & Gassman (sempre più bravo) e Sandrelli & Colangeli (occhio, e orecchio, al suo perfetto accento brianzolo) dipingono una deliziosa borghesia italiana. Come 'Lady Eve' di Preston Sturges, sembra tutto leggerissimo ma in realtà si parla di tradimenti, ruoli, tempo che passa, errori e soprattutto tolleranza. Senza urlare. La strega svagata Sandrelli (d-i-v-i-n-a) è il perno di un film che lei stessa racconta a un neonato (occhio all'inquadratura: siamo noi!). E se ci fregasse? Chissene. E' bellissimo perdersi in questo incantesimo." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 26 novembre 2010)
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