La croce di ferro

Cross of Iron

GRAN BRETAGNA, GERMANIA - 1977
La croce di ferro
Nel 1943, nella penisola di Talman, in Russia, un battaglione della Wehrmacht agli ordini del colonnello Brandt tenta un'impossibile resistenza all'avanzata dei sovietici. Tra gli uomini che più si distinguono nell'impari lotta è il sergente maggiore Rolf Steiner. Prima di finire in ospedale per una grave ferita alla testa, Steiner si è inimicato- rifiutando di avvalorare una sua menzogna, che gli consentirebbe di guadagnarsi la "croce di ferro" - il capitano Stransky, un aristocratico prussiano che si è fatto trasferire a Talman proprio per conquistarsi quell'ambita decorazione. Quando Brandt dà l'ordine di ritirarsi, Stransky si vendica di Steiner lasciandolo all'oscuro della decisione. Benchè intrappolato col suo plotone nelle retrovie sovietiche, Steiner riesce egualmente a ritrovare il suo battaglione, al quale segnala, per radio, l'arrivo suo e dei suoi uomini. Stransky, allora, induce, il tenente Triebig - un ufficiale omosessuale che egli tiene in pugno - ad accogliere a colpi di mitra Steiner e il suo plotone. E' un massacro, ma Steiner si salva, uccide Triebig e, pur risparmiando la vita a Stransky, lo riduce alla propria mercè. Un ultimo scoppio spazzerà via anche loro.
  • Altri titoli:
    Steiner - Das Eiserne Kreuz
  • Durata: 135'
  • Colore: C
  • Genere: GUERRA
  • Specifiche tecniche: 35 MM, (1:1.85), TECHNICOLOR
  • Tratto da: dal romanzo "Steiner. Das geduldige Fleisch" ("La carne paziente£) di Willi Heinrich
  • Produzione: WOLF C. HARTWIG, ARLENE SELLERS, ALEX WINITSKY PER EMI FILMS, INCORPORATED TELEVISION COMPANY (ITC), RADIANT FILM GMBH, RAPID FILM, TERRA-FILMKUNST
  • Distribuzione: GOLD RCR - GENERAL VIDEO, SKORPION ENTERTAINMENT

NOTE

- LA REVISIONE MINISTERIALE DEL 27 MARZO 2014 HA ELIMINATO IL DIVIETO DI VISIONE AI MINORI DI 14 ANNI.

CRITICA

"Film di straordinaria ricchezza tematica, 'La croce di ferro' ha anche all'attivo un'ammirevole tenuta stilistica, soprattutto nelle sequenze d'azione in cui Peckinpah porta ad una perfezione quasi 'astratta' il suo inconfondibile ritmo di racconto, costruito sulla dialettica tra l'accelerato del montaggio e il rallentato dei dettagli. Forse a qualche spettatore potrà dare fastidio la sottolineatura degli aspetti violenti della realtà-guerra, una sottolineatura che a nostro modo non è mai né gratuita, né morbosa. D'altronde ha detto una volta il regista: 'Cosa c'è di più violento dei drammi di Shakespeare?'". (Sandro Rezoagli, 'Avvenire').

"Forse è vero che l'americano Peckinpah fa sempre lo stesso film e che 'La croce di ferro' è una variazione del 'Mucchio selvaggio' ambientata fra i tedeschi in ritirata sul fronte russo, nel '43, ma diciamo allora che anche pochi autori, come Peckinpah, sanno differenziare, illustrare, evidenziare un baricentro di interesse in contesti diversi. Convinto che la violenza sia un motore del mondo e il principio primo dell'uomo, Peckinpah giudica ipocrita l'ignorarla, e ce la fa quindi ad apparire in tutto il suo strepito, anche negli oggetti, in una sorta di sua misteriosa, arcana e barocca bellezza, sottolineata dall'uso del rallentatore. [...] Non soltanto Peckinpah si è giovato di un gruppo di attori finissimi (Mason, Coburn, Warner, Schell, che accumuniamo nella lode), ma dato a questa sua livida sinfonia di massacro la compatta omogeneità espressiva di un cinema senza fronzoli, con un magistrale montaggio (si veda il trapasso dalle scene di trincea all'ospedale) che scioglie i passaggi narrativi in alcune belle intuizioni visive senza che mai il monito si faccia verboso o didascalico: ché anzi la parola rimanda all'immagine e viceversa." (Maurizio Porro, "Il Corriere della Sera")

"Con questo film, tratto da un romanzo, 'La carne paziente', del tedesco Willi Heinrich, Sam Peckinpah continua il suo discorso su quel 'male oscuro' dell'uomo, che è la violenza. Oggetto della sua denuncia è stavolta la guerra, massima espressione degli istinti distruttivi dell'uomo e della sua stupidità. Di scena è il secondo conflitto mondiale, ma i riferimenti alla storia fanno parte del racconto, non del suo significato, che li trascende in un atroce ritratto della bestialità e della follia valido per quella e per tutte le guerre. Fermo nella condanna del bellicismo e al tempo stesso attratto, in certo modo, dalla tragica 'bellezza' dell'orgia omicida che ne è il frutto, il regista, sorretto da un solido copione, da un montaggio magistrale e da interpreti di grande valore, ha composto un affresco della degradazione umana di rara potenza espressiva e nel quale la violenza, pur avendo un suo sinistro fascino figurativo, non è compiaciuta, e lascia inalterata la capacità di giudizio dello spettatore maturo." ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 84, 1978)
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