La banda Baader Meinhof

Der Baader Meinhof Komplex

GERMANIA - 2008
La banda Baader Meinhof
Germania occidentale, anni '70. Una serie di attacchi terroristici, dirottamenti aerei, rapimenti e assassinii sconvolgono il mondo politico e l'opinione pubblica tedesca. A rivendicare tali atti saranno i membri della RAF (Rote Armee Fraktion), movimento dell'estrema sinistra propugnatore della la lotta armata, fondato e guidato da Andreas Baader, Ulrike Meinhof e Gudrun Ensslin. Arrestati e incarcerati, i capi e alcuni membri del movimento moriranno in prigione nel 1977, apparentemente per suicidio, lasciando aperta una delle pagine più tragiche e misteriose della Germania post-nazista.
  • Altri titoli:
    The Baader Meinhof Complex
  • Durata: 149'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: SPHERICAL, 35MM (1:1.85)
  • Tratto da: libro-inchiesta " Der Baader-Meinhof Komplex" del giornalista Stefan Aust.
  • Produzione: CONSTANTIN FILM PRODUKTION, NOUVELLES EDITIONS DE FILMS, G.T.FILM PRODUCTION
  • Distribuzione: BIM, DVD: BIM / 01 DISTRIBUTION HOME VIDEO (2009)
  • Data uscita 31 Ottobre 2008

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Nella Germania Ovest degli anni ’70 la “resistenza armata” aveva un nome, e due cognomi: la banda Baader Meinhof. Bersaglio della loro guerra la giovane democrazia tedesca, rea di essere nulla più che un lacchè degli USA militaristi e imperialisti. Mitizzata e punto di riferimento per un’intera generazione, la banda – ufficialmente RAF – Rote Armee Fraktion – perde però progressivamente credibilità e supporto da parte dell’opinione pubblica con il crescendo di attentati e strumenti disumani messi in atto per diffondere terrore e destabilizzare lo stato.
Riduzione pressoché fedele di Der Baader Meinhof Komplex di Stefan Aust – pubblicato nel 1985 e considerato a tutt’oggi il più accurato testo di riferimento sulla guerra allo stato attuata dalla RAF – il film scritto e prodotto da Bernd Eichinger e diretto da Uli Edel ricorda per impianto e struttura il Romanzo criminale di Michele Placido: muscolare e dinamico, meno interessato all’approfondimento di psicologie e intrecci – rimane totalmente sullo sfondo la situazione politica interna della Germania, così come non viene quasi mai accennato il coinvolgimento dell’ex DDR in tutti quegli anni – interessato a mettere in mostra la sequenza dei fatti così come si sono svolti e per nulla intenzionato a propendere per una o per l’altra posizione.
Tecnicamente notevole, supportato dalle interpretazioni di ottimo livello di tutti gli attori coinvolti – dai protagonisti Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu e Johanna Wokalek (è Gudrun Ensslin, terzo leader del gruppo) fino ai comprimari eccellenti, su tutti Bruno Ganz (è Horst Herold, il capo della polizia federale che dà loro la caccia), La banda Baader Meinhof sintetizza in due ore e mezza il decennio di piombo tedesco (di grande effetto alcune sequenze, ricostruite nelle locations originali dove effettivamente si svolsero gli eventi, come la morte dello studente Benno Ohnesorg durante la repressione del ’67 vicino alla Deutsche Oper o il discorso di Rudi Dutschke al Politecnico di Berlino), rimanendone però a distanza di “enorme” sicurezza, quasi a voler ricordare che è tutto vero sì, ma che stiamo comunque vedendo un film.
Curiosità: il lavoro di Uli Edel arriva Fuori Concorso nella sezione Anteprima del Festival quasi in concomitanza con Schattenwelt di Connie Walter, ritratto di un ex terrorista della RAF uscito di galera dopo aver scontato 22 anni.

NOTE

- ANTEPRIMA, FUORI CONCORSO, AL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (III EDIZIONE, 2008).

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2009 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2009 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Prodotto e scritto da Bernd Eichinger, diretto daUli Edel, ha un cast pazzesco: Bleibtreu, Gedeck, Wokalek, Lara, Uhl, Ganz. Una sorta di 'Romanzo Criminale' alla tedesca che segna la rinascita commerciale, politica e artistica del cinema tedesco, da troppo tempo in letargo e risollevatosi con 'Le vite degli altri'." (Boris Sollazzo, 'D News', 24 ottobre 2008)

"Può piacere o meno, ma è chiaro che il metodo apparentemente freddo del ricercatore - deciso a non sbilanciarsi in accuse o difese, giudizi legali o interpretazioni morali - ha giovato alla chiave di regia, libera di concentrarsi sui punti di vista dei famigerati protagonisti così come sui concreti esiti della loro escalation guerrigliera. Non a caso Uli Edel, ennesimo allievo dell'Accademia cinematografica di Monaco, dopo l'exploit di 'Cristiana F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino' si è trasferito negli Usa, dove ha firmato 'Ultima fermata Brooklyn' e poi diretto un'infinità di film e miniserie tv: questo ritorno in patria prevede, così, un taglio asciutto, incalzante e sgombro dagli ideologismi contorti e dalle dietrologie sfrenate abituali nel cinema politico all'europea. (...) Non si può negare che il film sia diretto con mano ferma, ma non cinica; che la cronaca cerchi sempre di stare al servizio del ritmo; che la figura dell'astuto ed equilibrato capo della polizia interpretata da Bruno Ganz sia convincente e gli attori Moritz Bleibtreu, Martina Gedeck e Johanna Wokalek primeggino su un lotto di adeguati professionisti. L'aspetto più riuscito sta proprio nel documentare le intime metamorfosi degli estremisti che, sullo slancio anti-autoritario e innovativo del movimento studentesco, finiscono per lavorare su se stessi più che sugli altri, entrando con arroganza, delirio e brutalità nel tragico cono d'ombra del fine che giustifica i mezzi." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 25 ottobre 2008)

"Il film di Edel finisce per usare le armi del cinema epico senza porsi il problema dei punti di vista o di distanza storica. Non cerca di mitizzare la Raf ma finisce quasi per farlo perché l'unico meccanismo cinematografico che mette in campo è quello che al cinema scatta quasi automaticamente: l'immedesimazione tra spettatore e schermo. Forse non è un caso che lo sceneggiatore-produttore del film sia lo stesso della 'Caduta', di cui ripropone i difetti: l'ambiguità estetica a cavallo tra ambizioni storiche e pseudo-realismo televisivo e poi il mimetismo degli attori che finisce per favorire un'umanizzazione più o meno involontaria e una pericolosa superficialità nel raccontare le contraddizioni politiche interne e internazionali. Senza un solido punto di vista, il film finisce per riproporre l'eterna parabola della gioventù più o meno bruciata e degli ideali traditi finendo per far propria la tesi del suicidio collettivo per spiegare le morti nel carcere di Stammheim." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 25 ottobre 2008)

"Basato sull'autorevole ricostruzione di Stefan Aust, storico, testimone diretto e co-sceneggiatore, il film di Edel rievoca dieci anni al galoppo. (...) Malgrado le inevitabili semplificazioni (specie in ambito internazionale: niente DDR, Medio Oriente un po' macchiettistico), Edel non giustifica, non esalta, non demonizza: racconta. Racconta con grande forza il clima storico in cui nacque la Raf. Illumina le radici ideali e religiose del terrorismo tedesco. Mostra come e perché l'intellettuale Ulrike Meinhof decise di passare all'azione, e come l'escalation di violenze alienò alla Raf ogni residua simpatia popolare. Illustra con intelligenza, gusto del dettaglio e perfino guizzi di humour il duello a distanza fra i terroristi e il superpoliziotto Horst Herold, l'unico a capirli e a volerli capire, e non solo per combatterli meglio (Bruno Ganz, il migliore in campo con la Meinhof di Martina Gedeck). Insomma riunisce con buon equilibrio una massa di fatti e di suggestioni senza precedenti in un film su questo periodo. Saremo mai capaci di fare altrettanto in Italia? Difficile, per un complesso di ragioni che si possono riassumere in un nome: Peter-Jurgen Boock. Che nel film di Edel compare, col volto di un attore, come personaggio. Proprio così: militante della Raf, condannato all'ergastolo e scarcerato dopo 18 anni, Boock "(Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 ottobre 2008)

"Due ore e mezzo durissime , dall'iniziale curiosità da parte del movimento studentesco e di una certa borghesia colta, che si spengono alle prime azioni terroristiche e alla scelta della clandestinità. Ma si può raccontare una storia recente che pure pare così lontana, dimenticata, superata da altri terrorismi e da altre sconfitte, la storia di una generazione perduta, la lunga stagione di una giovinezza diventata assassina in nome della giustizia, restandone fuori, sforzandosi di documentarla senza partecipazione, senza azzardare quella cosa tanto diffusa e di moda che è il revisionismo?" (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 25 ottobre 2008)

"La macchina da presa registra e con il movimento a mano accentua la deriva dei tre e del loro progetto 'politico' risucchiato dalla violenza. Il film non dà spazio a discussioni ma segue la banda nell'accelerazione senza ritorno delle sue azioni. Questo ci lascia. E non si può fare finta di niente." (Guido Barlozzetti 'E Polis', 25 ottobre 2008)

"Lo stile della ricostruzione, di oltre due ore e mezzo, è chiaro ed essenziale, da tv di alta gamma, con le semplificazioni specie di linguaggio: pochi ormai capirebbero il lessico di quel comunismo venato d'anarchismo. Ma tutti possono notare, specie all'inizio, che quell'epoca germinavano i mali della nostra." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 25 ottobre 2008)

"Al contrario di quanto avvenuto in altri Paesi che hanno visto le violenze del terrorismo di matrice marxista, la Germania riesce a fare i conti con la tragica storia di quegli anni. E lo fa senza tentennamenti, anche se si tratta di pagine dolorosissime, già rilette, sia pure con un taglio diverso, da Margarethe von Trotta in "Anni di piombo", Leone d'oro a Venezia nel 1981. (...) Tenendo fede alla sceneggiatura, a firma di Bernd Eichinger, e al taglio documentaristico del libro, il regista cerca di mantenersi su una linea di racconto oggettivo dei fatti. "Schierarsi - sostiene in proposito Eichinger - avrebbe automaticamente significato dare una specifica interpretazione del film, proprio quello assolutamente da evitare. Al contrario, l'idea era quella di porre interrogativi senza dare risposte. Non volevo che fosse un film didattico, né una moderna opera morale sul terrorismo in Germania. E neppure avevo intenzione di dare al pubblico soluzioni facili a questioni complesse". Tra gli intenti dichiarati, c'è quindi anche quello di non fare di quei giovani degli eroi. Ma in questo caso le immagini, proprio perché puntate sulla loro vicenda, finiscono inevitabilmente per attirare l'attenzione sulle loro azioni. (...) In sostanza, l'oggettività più che un pregio in questo caso diventa un limite, certo non trascurabile. Cosicché la pellicola, che finisce comunque con l'essere di genere, malgrado le intenzioni, non riesce del tutto a diradare quell'alone di idealismo romantico che accompagna le figure dei terroristi. Tuttavia la mostruosità degli eventi narrati bilancia almeno in parte l'attenzione del pubblico fino all'epilogo. Un finale che sposa in pieno la tesi di Aust, secondo la quale i membri della banda si sono suicidati in carcere dopo il fallimento del dirottamento di un aereo tedesco, operazione che secondo i piani avrebbe dovuto portare alla loro liberazione. Dunque, viene scartata l'ipotesi del "suicidio di Stato". Ed è proprio dopo questo dramma che, parlando dei capi, un membro storico della Raf si rivolge alle smarrite nuove leve dicendo: "Smettete di vederli come non sono mai stati". È l'unica concessione in un film che, non volendo accusare né difendere, resta sospeso nel giudizio. Affidato agli spettatori." (Gaetano Vallini, 'L'Osservatore Romano', 26 ottobre 2008)

"In film senza eroi, senza trama (appena una cronologia di fatti degli anni 1967-77), senza ideologie, senza motivazioni, senza tempi morti: evocando il periodo in cui il terrorismo ebbe in Germania il massimo sviluppo. La banda Baader Meinhof di Uli Edel compie un lavoro di memoria unico. (...) La tesi del suicidio (anche il film la sostiene) sembrò all'epoca risibile, ma si può riflettere su 'San Michele aveva un gallo' di Paolo e Vittorio Taviani: in quel film bellissimo del '73, alla fine dell'Ottocento un anarchico internazionalista, dopo una lunga detenzione, incontra giovani rivoluzionari che lo irridono, capisce che la sua rivoluzione non esiste più, che tutto è cambiato, e si uccide affogandosi. L'evocazione dei Settanta, esauriente e ben fatta, lascia allo spettatore ogni giudizio politico o morale, evita notazioni psicologiche. Soltanto di Ulrike Meinhof si sottolinea l'indifferenza verso le proprie due figlie bambine; di Andreas Baader si racconta l'attacco d'ira per il furto della bella automobile che lui stesso aveva rubato; e l'istruzione dei terroristi nei campi d'addestramento palestinesi viene data per sicura." (Lietta Tornabuoni, 'L'Espresso', 6 novembre 2008)
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