Kill Me Please

BELGIO - 2010
4/5
Kill Me Please
Il dottor Kruger è un medico che ha deciso di rendere la morte un dolce peso e di dare un senso al suicidio, per questo ha istituito una clinica per coloro che hanno scelto di porre termine alla propria vita - per malattia, depressione o semplice mal di viere - da soli. Nella sua casa di cura i pazienti vengono ascoltati tutti i giorni e, quando arriva il momento, il medico favorisce ognuno di loro con un ultimo desiderio. Tuttavia, una serie di paradossi ed eventi grottescamente drammatici renderà consapevole il dottor Kruger di quanto la libera scelta sia solo una mera illusione.
  • Durata: 96'
  • Colore: B/N
  • Genere: COMMEDIA, GROTTESCO, NOIR
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: OLIAS BARCO, PHILIPPE KAUFFMANN, GUILLAUME MALANDRIN, STÉPHANE MALANDRIN, VINCENT TAVIER PER LA PARTI PRODUCTION, OXB PRODUCTIONS, LES ARMATEURS, RTBF, MINDS MEET, MOLLYWOOD
  • Distribuzione: ARCHIBALD FILM (2011) - DVD: CG HOMEVIDEO (2011)
  • Data uscita 14 Gennaio 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Tre avvertenze prima della visione. 1) Una clinica per suicidi esiste davvero, si trova in Svizzera ed è l'invenzione elvetica più promettente dai tempi dell'orologio a cucù. 2) Il belga Olias Barco (il regista) non è uno sprovveduto, avendo tentato di togliersi la vita più volte prima di girare questo piccolo capolavoro 3) Nonostante il tema e l'austero bianco e nero, il film vi seppellirà solo di risate.
Decisiva la chiave dissacratoria, ferocemente grottesca, utilizzata da Barco perché il cortocircuito tra racconto e discorso, tema e tono, esploda in forme travolgenti e assolutamente originali. Kill Me Please - vincitore dell'ultimo festival romano - mescola con disinvoltura Ferreri, Tati e Dreyer per portarci negli abissi delle pulsioni umane, laddove la fame del desiderio rompe gli indugi e, non trovando più nulla da consumare, finisce per divorare se stesso. Il tema, dunque, non è l'eutanasia come erroneamente riportato da diversi giornali, ma il nichilismo (narcisista) della volontà. Gli aspiranti suicidi che decidono di ricorrere alle prestazioni del Dr. Kluger non sono - se non in un solo caso - malati allo stadio terminale, ma depressi cronici, falliti, bancarottieri, cialtroni. Attori da cabaret, maschere buffe e tristi nell'oscena recita della vita. E nonostante la disperazione sia il problema, vivere un disturbo e la morte da mandare giù con un bicchier d'acqua, i protagonisti - un cast straordinaro - non vogliono la fine, ma opzionarla, metterla in scena, gustarla. Dominato da un narcisismo onnivoro, l'uomo- feticcio non conosce altro(ve) se non quello delle sue fantasie, mentre la sua bella società è svanita dietro il nome di istituzioni fantasma (dov'è la polizia?) e nei limiti tracciati da cecchini invisibili. Uscire da sé e dalle proprie ossessioni può essergli altrettanto fatale.
Kill Me Please è un dramma da camera che usa gli esterni come interni, e congela tutto nel bianco e nero di una vita scolorita e insensata. L'umorismo di Barco è isterico, fisiognomico e improvviso. Politico? Può darsi. Tutto quel parlare - lo fa alla fine Kluger - di soldi e risparmi che il suicidio assistito porterebbe allo stato lo farebbe pensare. Eppure l'impressione è che Barco non cerchi scusanti o appigli sistemici, il suo pessimismo è totale: cosa c'è dietro l'ossessione per la "bella" morte se non l'irrefrenabile vanità dell'ego, una visione monca e monoculare (e chi non capisce la questione, come succede a un oppositore catturato dal dottore, deve perdere un occhio), la vita ridotta a narcisistica recita, l'altro a mezzo e l'aldilà a palcoscenico? Tutti rivendicano "una storia" da raccontare (come l'uomo con la moglie persa a un tavolo da gioco), uno specchio, un finale da scegliere. C'è chi morirà col "vigor" mortis, chi da Rambo, chi in posa plastica. E c'è chi, infine, avrà la tanto desiderata platea per un'ultima, catarrosa esecuzione della Marsigliese: siamo noi, il pubblico in sala. Complici di un'oscena performance. Il sipario può chiudersi, la farsa è finita.

NOTE

- PREMIO MARC'AURELIO DELLA GIURIA COME MIGLIOR FILM, PREMIO FARFALLA D'ORO-AGISCUOLA E MOUSE D'ORO (PREMIO DELLA CRITICA ONLINE) ALLA V EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2010).

CRITICA

"'Kill Me Please', il film belga del quarantenne e a noi sconosciuto regista francese Olias Barco, ottiene in questo senso il massimo dell'intrattenimento, cioè continue risate come fosse un cinepanettone, accumulando in un minaccioso e funereo bianco e nero, le morti violente dei suoi personaggi, attori bravissimi, sterminati uno dopo l'altro, dal caso imprevedibile, dal delirio di un cecchino, dall'assurdità terroristica, dalla follia assassina, soprattutto dal gesto suicida e dal rito del suicidio assistito: il tutto nella delirante tranquillità, nell'assurda efficienza, nel cupo isolamento dentro una brulla foresta asserragliata dalla neve, in un luogo che pare un lussuoso castello delle streghe ed è invece una casa di cura dove si pratica, col sostegno pubblico, un festoso e costoso trapasso medicalmente assistito. (...) 'Kill Me Please' non commuove, fa ridere come la più nera e assurda delle commedie splatter, e certo ci porta a pensieri politicamente scorretti anche se per niente bigotti." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 10 gennaio 2011)

"Nel cast - oltre a Zazie - anche Virgile Bramly, Benoit Poelvoorde, Bouli Lanners e Saul Rubinek. Tutto in una dimensione visiva affidata al bianco e nero, che fa risaltare l'anima nera della commedia. Commedia, nella quale si ride e nello stesso tempo si cade nelle atmosfere più dark. Per arrivare però a ridere occorre subire scene davvero disturbanti, grottesche, paradossali e tragicomiche, sfiorando la realtà. Già perché in Svizzera questo genere di cliniche esiste e prospera e là non si parla di eutanasia solo per malattie incurabili, ma la prospettiva si allarga a patologie psichiatriche." (Dina D'Isa, 'Il Tempo', 12 gennaio 2010)

"Si può ridere dell'eutanasia? Ci si può davvero prendere gioco di una questione così importante, oggetto di tante controversie, riuscendo a spiazzare soprattutto chi dice di lottare per il 'diritto' a una morte scientificamente indolore? 'Kill Me Please', commedia nera, acidissima e surreale di Olias Barco (...) ci prova (...). La vicenda diventa (...) una divertente, amarissima parabola sul narcisismo e l'arroganza della civiltà occidentale. (...) Alla fine resta la domanda? Si può ridere di un tema serio come l'eutanasia? Probabilmente sì, ma il registro grottesco di Barco finisce inevitabilmente per banalizzarlo." (Sofia Romano, 'Avvenire', 13 gennaio 2011)

"L'eutanasia al cinema è sempre stata una cosa seria. Dal più 'antico' 'E Johnny prese il fucile' di Dalton Trumbo al più recente 'Mare dentro' di Alejandro Amenabar, il grande schermo ha sempre raccontato la 'buona morte' come scelta drammatica, estrema, per interrompere la sofferenza di un corpo terminato dalla malattia. Tema delicatissimo e controverso che, soprattutto da noi, è un vero tabù. Anzi, il tabù dei tabù. Pensate un po', dunque, a trattare l'argomento in chiave ferocemente comica e dissacrante come fa 'Kill Me Please', il film belga vincitore dello scorso Festival di Roma (...). L'impatto sarà sicuramente incendiario." (Gabriella Gallozzi, 'L'Unità', 13 gennaio 2011)

"Vincitore (facile) dell'ultimo Festival di Roma, 'Kill Me Please' del francese Olias Barco è un grottesco, lucidissimo delirio sul suicidio assistito che tiene in vita il grande cinema. Tra farsa e ironia, il regista ¿ che il suicidio l'ha tentato più volte causa recensioni negative! ¿ ci porta in una clinica specializzata in trapasso, diretta dal dottor morte Krueger e popolata da depressi, falliti, malati terminali, schizzati. L'umanità è varia, ma qui parrebbe accomunata dal desiderio di farla finita: problema, l'istinto di sopravvivenza dove lo mettiamo? Ne succederanno di tutti i colori, nonostante il film sia in bianco&nero, perché è un dramma da camera (da bara?) dove la morale rimane alla finestra e lo humour sale a patti con la storia: l'importante ¿ sostiene Barco - è raccontarsi fino alla fine, andare in scena oltre l'osceno. Se siete pronti a morire dal ridere, è il vostro film, altrimenti, rimane (solo) un capolavoro." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 13 gennaio 2011)

"Un comico con un tumore incurabile, una ragazza autolesionista, un vecchio cabarettista, un ricco signore del Lussemburgo, un giocatore d'azzardo che ha perduto tutto, un commesso viaggiatore dai loschi segreti, sono i personaggi del film belga 'Kill Me Please' di Olias Barco, premiato al Festival del cinema di Roma, che affronta l'argomento rimosso per eccellenza della nostra epoca, la morte. È una commedia grottesca non granché su un'associazione simile alla svizzera 'Dignitas' per l'eutanasia assistita: una clinica tra le montagne dove il suicidio possa diventare un atto consapevole compiuto con assistenza medica. Ma la morte colpisce quando e come vuole." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 14 gennaio 2011)

"Signore e signori, la morte è servita. Se è vero che il modello seguito dall'ignoto Olias Barco per 'Kill Me Please' è 'La grande abbuffata' del grande Marco Ferreri, ecco tornare le stesse pulsioni mortifere rivedute e corrette in forma di farsa nera e irridente. (...) Reso irresistibile da un sapiente quanto irrealistico bianco e nero, e dal divertimento sfacciato con cui il film alterna i registri più diversi mescolandoli perfino nella stessa scena. Black comedy, grottesco spinto, film d'azione, horror comico, teatro dell'assurdo, trattatello semiserio di psicosociologia (fioccano dati e statistiche parziali ma tutt'altro che immaginari sui costi sociali del suicidio...). Tutto spinge a folle velocità questo film girato in sole tre settimane dentro un castello napoleonico che ricorda anche il primissimo Polanski. E non spiega mai chi sono davvero il dottor Kruger (...), né perché la finanza indaghi, cosa succeda nel villaggio vicino, chi siano davvero quei pazienti che vogliono dire addio al mondo in modo bizzarro. In compenso moltiplica le figure stravaganti (...).Per stare al gioco magari conviene sintonizzarsi con lo humour provocatorio del cinema e del fumetto belgi (i produttori sono quelli del feroce "Il cameraman e l'assassino"). Magari il film, vincitore a Roma, non parla tanto di eutanasia e diritto alla 'dolce morte', ma del desiderio dilagante di fare della morte un'immagine come le altre. Per questo è importante e tutt'altro che frivolo o gratuito." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 14 gennaio 2011)

"Una farsa nera. Anzi macabra, ma girata con l'intento di stracciare i veli pietosi che circondano la morte, ultimo tabù dei dissacrati tempi nostri 'Kill Me Please', (...), non è certo un film qualsiasi. Raccontata in un bianco e nero glaciale, sulla scia del primo Buñuel o del primo Polanski, la parabola riguarda una clinica belga specializzata nel praticare un'accessoriata eutanasia a persone malate terminali o decise al suicidio. Il regista Olias Barco la tiene in pugno con un sarcasmo acido cinico, spalmato con strategica evidenza sui volti e i corpi dei morituri interpretati da attori non popolari in Italia, ma di eccezionale affidabilità (auto)distruttiva: in questo microcosmo disturbante che arieggia le ambientazioni dello scrittore Houellebecq ('Le particelle elementari'), il mellifluo direttore Kruger crede di dominare le spudorate o patetiche pulsioni dei clienti, ma non prevede di scatenare il gioco al massacro che farà giustizia dell'ipocrisia riflessa di una pseudo-civiltà che ci fa vivere e morire nel narcisismo e nell'utilitarismo." (Valerio Caprara ,'Il Mattino', 14 gennaio 2011)

"Volete suicidarvi? In questo nostro hotel-clinica di lusso, passerete i vostri ultimi giorni e il vostro ultimo momento esattamente come vorrete. (...) In bianco e nero, il film, e senza musica, ma l'atmosfera, inizialmente, è proprio quella, di 'Il fischio al naso', una delle regie più ferreriane, grottesche e angoscianti di Tognazzi. (...) Era stato concepito dagli sceneggiatori, inizialmente, più come un horror leggero di serie b, ma alla Roger Corman, a retrogusto sostanzioso e militante (...) e dunque con una certa solidità morale alle spalle (...). Poi 'Kill Me Please' è stato reinterpretato, in maniera più noir, nichilista, misteriosa e anarchica, dal suo produttore Vincent Tavier, già artefice di 'Il cameraman e l'assassino' del 1992. (...) Acquista così un duplice charme. Il castello isolato, lo scienziato «pazzo», gli schizzi di sangue improvvisi, da splatter, gli infermieri, i degenti (...), l'invadente spia-detective del ministero delle finanze, un parco di attori tutti a proprio agio nella difficile interpretazione di una pièce attratta da lonesco, dal surreale verismo." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 14 gennaio 2011)

"Piacerà a chi sentiva nostalgia della 'commedia nera' fruibile sui due piani: il divertimento (le trovate sono tante e gli attori ancorché sconosciuti tutti infallibilmente scelti) e l'apologo sull'Occidente all'alba del nuovo secolo. Particolare non secondario, manda a casa contenti tutti: i radicali di Pannella e Bonino e i cattolici ligi (qual è il segreto? L'umorismo al vetriolo che intriga tutti)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 14 gennaio 2011)

"Mentre l'ultimo film di Eastwood s'interroga sull'Aldilà e incassa, esce questo film oltraggioso e politicamente scorretto, ma proprio per questo esilarante (ha vinto il Festival di Roma). (...) I quadretti macabro-comici si sprecano. Ma un denso grano di saggezza splende nel finale: c'è chi sta peggio degli aspiranti suicidi. Tanto vale vivere."(Cinzia Romani, 'Il Giornale', 14 gennaio 2011)

"Grottesco, irriverente, indipendente di testa e di budget, girato in un luminoso bianco e nero, ma nero come la pece, cinico come un Ferreri compagno di sberleffo di Beckett, a sorpresa vincitore del Festival di Roma, il film che il francese Olias Barco è andato a girare a Bruxelles è uno dei pochi in grado di rimetterci la psiche in discussione in 90 minuti. Si parla di morte, non più argomento tabù. (...) Puntando tutto sull'insensatezza di vivere ma anche di morire, Barco fa suonare con questo viaggio 'hereafter' ¿ non a caso c'è anche un Virgilio ¿ la sua campanella d'allarme sulla morte spettacolo, sulle miserie psicologiche che resistono fino all'ultimo giorno, sulle ossessioni vigenti e quelle stravaganti. Traghetta così l'opera curiosa e non rassicurante (...) da un inizio folgorante, con cast di perfette psicosomatologie comandate da Aurelien Recoing, al finale pulp, per dimostrare che gli opposti si attraggono e il mistero resiste, in una no man's land che potrebbe forse chiamarsi anche 'Marienbad'." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 14 gennaio 2011)
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