Joy

USA - 2015
2,5/5
Joy
La turbolenta storia di Joy Mangano e della sua famiglia attraverso quattro generazioni: dall'adolescenza alla maturità, fino alla costruzione di un impero imprenditoriale che sopravvive da decenni. Tradimento, inganno, perdita dell'innocenza e pene d'amore si intrecciano sia nella vita privata sia nell'ambito professionale, scontrandosi con un mondo del lavoro che non perdona. Gli alleati diventano nemici e i nemici diventano alleati, sia dentro che fuori la famiglia, ma il lato più intimo di Joy e la sua fervida immaginazione la aiutano a superare i problemi con cui si dovrà scontrare.
  • Durata: 124'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT/PANASONIC AG-HVX200 (ARRICAM LT), 35 MM/D-CINEMA
  • Produzione: JOHN DAVIS, KEN MOK, MEGAN ELLISON, JONATHAN GORDON, DAVID O. RUSSELL PER DAVIS ENTERTAINMENT, ANNAPURNA PICTURES
  • Distribuzione: TWENTIETH CENTURY FOX ITALY
  • Data uscita 28 Gennaio 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Adriano Ercolani
Nonostante una famiglia a dir poco disfunzionale e una vita non propriamente idilliaca, anche a Joy Mangano viene concessa l'occasione di realizzarsi nella vita. Per farlo però deve combattere contro il più temibile degli avversari: il capitalismo americano. Dopo gli anni '70 di American Hustle, David O. Russell salta al decennio successivo e mette in scena una favola “stonata” in cui il tono del racconto molto spesso si muove in antitesi con la storia. Questo comporta che in più di un'occasione vedendo il film ci si chieda quale fosse l'intento del regista, e soprattutto cosa volesse mettere in scena: un melodramma familiare? Un ritratto corrosivo dell'American Dream? Una storiella edificante? Quando la storia principale del film parte veramente sono già passati almeno trenta minuti, sprecati a rappresentare spaccati di vita di famiglia irritanti e non particolarmente importanti per la trama principale. Un gruppo di attori del calibro di Robert De Niro, Diane Ladd, Virginia Madsen, Isabella Rossellini ed Edgar Ramirez si barcamenano al meglio delle loro enormi potenzialità nel caratterizzare dei personaggi troppo sopra le righe, tasselli di un nucleo con cui non si riesce quasi mai a entrare in empatia. L'unico a funzionare davvero, insieme a una Jennifer Lawrence comunque efficace in un ruolo ingrato, è Bradley Cooper, il quale con a disposizione poche scene riesce a lasciare il segno.

Troppo confuso nell'amministrare i toni del racconto, Joy finisce per essere un calderone di riferimenti e situazioni che sfocia nell'incoerenza invece che nella varietà. David O. Russell ha evidentemente perso per strada il filo del film, incapace di imboccare una direzione specifica dentro il cinema di genere (in un paio di momenti scivola addirittura nel gangster-movie!). Se nei precedenti lavori il muoversi con audacia tra toni differenti aveva rappresentato la sua qualità principale, con Joy si è spinto forse oltre le sue capacità.

NOTE

- JOY MANGANO E ANNIE MUMOLO FIGURANO ANCHE TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI.

- GOLDEN GLOBES 2016 A JENNIFER LAWRENCE COME MIGLIOR ATTRICE (CATEGORIA COMMEDIA/MUSICAL). IL FILM ERA CANDIDATO COME MIGLIOR COMMEDIA/MUSICAL.

- JENNIFER LAWRENCE E' STATA CANDIDATA ALL'OSCAR 2016 COME MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA.

CRITICA

"Non so se gli uomini avranno la lungimiranza di apprezzare questa sublime eroina della quotidianità, di quel lavoro domestico e di quella dedizione alla famiglia anche quando non lo merita, che costituiscono la vita di milioni di donne. Se capiranno come in queste esistenze possa essere determinante un aggeggio per la casa che fa risparmiare tempo o che non fa venire il mal di schiena. Se non sghignazzeranno (anche le donne però) per il conforto che le soap opera possono assicurare e l'entusiasmo che riescono a suscitare le televendite in tante esistenze. Russell racconta queste vite con assoluto rispetto, con un soffio leggero d'ironia che non costringe a ridere ma piuttosto finisce col commuovere. Certo con 'Joy' il regista ripropone il mito americano del successo, dal niente alla ricchezza, ottenuta con la sfida, la fantasia, la tenacia, il non darsi mai vinti, la temerarietà; il non lasciarsi spegnere da chi ti dice di lasciar perdere, che tanto non ce la farai, che non ne hai la capacità, che sarà l'ennesimo fallimento. E' questo che la famiglia di Joy continua a ripeterle, mentre lei arranca tra sogni e incubi, speranze e delusioni con la sua invenzione: la sorellastra invidiosa, e quella coppia meravigliosa composta da Robert De Niro e da un'incantevole Isabella Rossellini (...). Non più giovane, involgarita da una pettinatura color mogano, da un rossetto carminio e da uno sguardo indagatore, Isabella riesce a conservare la sua grazia spiritosa in un ruolo che potrebbe essere l'inizio di una nuova irresistibile carriera. Ci sarebbe nel film anche una specie di principe azzurro: Bradley Cooper che dirige un network tremendissimo di tele-vendite. Ma Russell non si lascia trascinare dal finale di coppia che infesta tanti film che potrebbero farne a meno. Anche per le donne, il successo può sostituire benissimo l'amore." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 25 gennaio 2016)

"Come in altre ciniche occasioni ('The Fighter ', 'Il lato positivo') al regista David O. Russell interessa esporre in vetrina le feroci, fumanti macerie sentimentali delle famiglie middle class, salvando onore e intraprendenza femminili per sistemare bilanci morali e materiali, come ai tempi di Mildred ed altre eroine in visone del quotidiano che con frittelle risolsero l'Edipo di casa, il dream e la crisi del 29 che sconvolse l'economia mondiale. (...) un mélo che evita principi azzurri incrociando Anna Karenina e Dallas come dice l'autore amante di classici (Sturges , Stevens , Capra, La Cava) e soap. L'anima elettrica del racconto è Jennifer Lawrence (...), che invecchia a vista esprimendo sfumature, dolori e ambiguità dell'ansia da successo sperduta nelle fati che affettive di ogni giorno senza adagiarsi nei super poteri stellari di Cenerentola." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 28 gennaio 2016)

"Commedia svitata (...). Success story (...). Melodramma familiare (...)... Mettiamola così: molti registi fanno film di genere. Ma i registi davvero dotati prendono tanti generi e sottogeneri e li frullano insieme fino a farne qualcosa di nuovo e sorprendente. David O. Russell è un maestro in questo campo, anche se era difficile tenere per sempre il ritmo della geniale tripletta formata da 'The Fighter', 'Il lato positivo', 'American Hustle'. In questo film liberamente ispirato alla vera storia di Joy Mangano, infatti, Russell mette tanta di quella carne al fuoco che non tutto funziona a dovere. E dopo un avvio entusiasmante procede un po' a strappi, zigzagando in varie direzioni che non sempre si fondono in armonia. Anche se naturalmente basterebbe il lavoro degli attori, come sempre fantastici (un po' sottotono Bradley Cooper, il re delle televendite che porterà Joy a un sudato successo, ma è il personaggio a essere appena abbozzato) o quelle scenografie tra pop e camp, per dare un'impronta molto personale alla parabola di questa imprenditrice atipica che deve battersi non solo in famiglia, dove nessuno le dà fiducia (le famiglie in Russell sono sempre fonte e insieme cura di ogni male), ma nel mondo reale (...). Torna in mente il bellissimo 'Tucker' di Coppola (ma di inventori incompresi è piena la storia del cinema, qui echeggia perfino il wellesiano 'L'orgoglio degli Amberson'). Anche se Joy non crea sfavillanti automobili ma uno scopettone così modesto, funzionale e privo di fascino che era difficile, per quanto allettante, renderlo epico fino in fondo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 gennaio 2016)

"Se ci venisse in mente d'esporre a un ignaro amico l'argomento del promozionato e apprezzato «Joy», firmato per di più dall'autorevole David O. Russell di «Il lato positivo», rischieremmo d'essere mandati all'inferno dei cinefili. A metà tra commedia e dramma, infatti, lo script di Annie Mumolo riscritto dal regista sciorina la storia della «mitica» e oggi quasi sessantenne Joy Mangano (...) Ci sarebbe (...) da restare annichiliti in partenza e meno male che la malizia, il mestiere e la capacità di dirigere gli attori riescano via via a farci almeno ammirare l'acrobatico destreggiarsi del temerario cineasta. Ecco dunque spadroneggiare in lungo e in largo sullo schermo l'irresistibile eroina degli Hunger Games (...). La parabola veristica, tesa a esaltare le proverbiali facoltà del self made americano(a), è centrata quasi interamente sull'allegra follia di una comunità domestica per noi ai limiti dell'horror, però evidentemente in grado di eccitare un certo tipo di pubblico con la voglia di rivalsa di una donna che non pensa tanto a se stessa, quanto, appunto, agli astiosi o famelici, cinici o grotteschi personaggi appartenenti alla classe operaia che la circondano con amore asfissiante. Nient'altro, in definitiva, di una scalata sociale che, more solito per la Hollywood meno ispirata, deve fare i conti con ogni sorta di profittatori, ma anche con imprevedibili partner e complici, primo fra tutti l'immancabile e fascinoso Bradley Cooper. L'aspetto più interessante del film sta nel lavoro effettuato da Russell sul meccanismo delle soap opera: grazie alla più folle del gruppuscolo, la donna che non esce più di casa e vive ormai «dentro» lo schermo del televisore, si susseguono le immagini di un fluviale prodotto di consumo che ha tutte caratteristiche per essere non tanto giudicata, quanto recepita come un romanzo russo dell'Ottocento traslato nell'immaginario del Duemila. La Lawrence tecnicamente è formidabile e la sua apoteosi, pardon trasformazione nel tempo non risulta mai forzata. Peccato, però, che in quanto alla pretesa luminosità fiabesca la lascino ampiamente indietro tutte le antesignane di Vidor, Minnelli o Capra." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 28 gennaio 2016)

"(...) il copione scritto dal regista David O. Russell con Annie Mumolo si struttura secondo uno schema narrativo classico: passando - in un susseguirsi di promesse mancate, imbrogli e tradimenti (anche in seno alla famiglia) - dall'entusiasmo alla disperazione, dall'orlo della bancarotta all'happy end. Ma di Joy nessuna traccia: non c'è gioia nel finale di questa commedia che sembra giocare sul rovescio, tirandone fuori l'amaro, di certe pellicole di Frank Capra. Il cui eroe per caso era un idealista che si batteva contro un sistema di potere marcio per il bene della collettività e in nome di fondamentali valori umani. Qui invece la solare, generosa Joy - incarnata da un'ottima Lawrence (...) resta una combattente dolorosamente consapevole di essere «senza causa»; e, del resto, anche Neil, il re delle televendite che per primo crede in lei, nell'interpretazione di Bradley Cooper trasmette un senso di sperduta infelicità. Russell ha fatto la scelta di raccontare la storia avvolgendola in un'atmosfera vagamente onirica; e di tradurre la commedia nella forma stilizzata di una soap opera, in onda ormai da troppi anni. Pur non sempre controllato il film è interessante, coraggioso, ma che tristezza la società priva di sogni e di visione che rispecchia!" (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 28 gennaio 2016)

"Dopo 'Il lato positivo' (2012) e 'American Hustle' (2013) Russell e Lawrence confermano il loro sodalizio esplosivo, e il 57enne regista e sceneggiatore di New York non ha mai avuto dubbi sul fatto solo Jennifer potesse incarnare Joy. (...) Per O'Russell l'aspetto più difficile da rappresentare era il mantenimento di una certa 'purezza' nel protagonista, «dovevo trovare l'equilibrio di mostrare una persona forte che non perdesse la magia della sua infanzia, la creatività senza filtri, e di tutto questo il ricordo» spiega. La resa visiva di tale ambivalenza è uno dei valori cinematografici dell'opera che scorre su più livelli spazio-temporali con rara disinvoltura. (...) La disfunzionalità umana - antico amore di Russell portata all'ennesima potenza ne 'Il lato positivo' - è in questo nuovo film di assoluta coralità e solo attraverso un cast formidabile poteva esprimersi (...)"." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 28 gennaio 2016)

"Piacerà ai fan di Jennifer Lawrence (...). Ma anche al resto dell'umanità, perché Russell ha evitato la noia dei «biopic» e ha fatto ruotare attorno a Joy una splendida galleria di «mostri» (padre, madre, nonna). Tra i motivi di gradimento una buona dose di politicamente scorretto (era un pezzo che il sogno americano non veniva rispolverato con tanta simpatia)." (Giorgio Carbone , 'Libero', 28 gennaio 2016)

"Meno male che c'è Jennifer Lawrence, giustamente gratificata, per questo film, del recente Golden Globe e favorita per sollevare, il 28 febbraio, la sua seconda statuetta agli Oscar dopo il trionfo, nel 2103, per 'II lato positivo'. E lei l'unico motivo di interesse di una pellicola che promette molto nella prima parte, salvo poi affondare, a causa anche di una sceneggiatura e di un montaggio a tratti imbarazzanti, nella seconda confusa metà del biopic. La storia vera è quella di Joy Mangano, perfetta per incarnare quel sogno americano sul quale Hollywood ha costruito un filone abbondante e redditizio. David O. Russell la trasforma in una moderna Cenerentola, con tanto di sorellastra che la denigra, una madre che sembra prestata da Molière, un padre infido (un De Niro debordante di smorfie) (...). Il regista, che si esalta quando si tratta di raccontare nuclei famigliari paradossali e strampalati (da parenti serpenti), regala un inizio davvero interessante e pieno di aspettative, buttandoci nello stomaco una sorta di neorealismo rivisitato di questo interno giorno. Poi, però, colpevole anche uno script lacunoso e ridicolo (...), perde il filo logico, infilandosi in una sorta di soap opera finta come la neve che cade dal cielo. Peccato, perché Jennifer, sempre più straordinaria attrice, meritava un copione alla sua altezza." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 28 gennaio 2016)
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